Dimmi che giardino hai, e ti dirò chi sei

Natura
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Se questo detto è vero io sono un mostro, perché ho il pollice nero, e se il mio giardino è bello è perché non lo curo io.

E mi dispiace, perché non conoscerò mai quel rapporto profondo da poter dire Coltivo il mio giardino, e il mio giardino coltiva me. Mi consola (un poco) il detto di Herman Hesse, “Tenere un bel giardino è difficile come governare un regno”. Ci vuole un talento speciale. Eppure sono innamorata dei giardini. Porto con me quello dell’infanzia, quando il tempo era infinito, e il giardino era lo spazio della leggenda, e si temeva di poterci incontrare il Nano della Grondareccia, che viveva nell’oleandro ed era velenoso come la pianta.

C’era il pozzo, anche quello misterioso e pericoloso, sotto un cappello di glicine. C’era una leggenda in ogni pianta. Si diceva che il profumo del lillà facesse svenire le bambine, e una volta svegliate, da grandi non si sarebbero sposate più (allora non c’era la parola single, restare zitelle era un accidente tremendo). Non mancavano  le insidie concrete, la banda di gatti selvatici che la nonna nutriva senza addomesticarli, annidati nella legnaia, inaccostabili salvo quando veniva lanciato loro i cibo, nemici dei gatti domestici e di tutti i viventi.

Ed era il luogo inebriante del furto, ci arrampicavamo per rubare i fichi dall’albero del vicino, il sor Mancini detto Randello. La parte alta dell’albero sconfinava dalla nostra parte e i fichi ci pendevano in testa, irresistibili. Il nonno era dalla nostra parte, diceva che per legge ci appartenevano, ma se Randello ci beccava erano legnate o ci tirava i sassi (allora mica c’era il Telefono Azzurro). Il giardino serviva anche da nascondiglio, quando l’avevamo fatta grossa, per sfuggire agli adulti. Ed era il luogo della voluttà: da piccolo mio fratello aveva la passione di fare la pipì sulle piante di fiori della nonna, giocando alla profanazione.

Più tardi, da ragazzini,  fu il luogo dell’amore furtivo, quando  il mio primo fidanzato entrava dal cancelletto del retro e ci baciavamo sotto gli alberi,  che bellezza incontrarsi di nascosto, col brivido che se ti scoprivano erano botte e punizioni medievali.  Il giardino è una forma del sogno, come la musica come l’algebra come la poesia. Mio marito a volte sta fermo e guarda fuori- Che fai? Guardo il bambù. È la sua creatura, una snella foresta più alta della casa, avversata dalla vicina, che lancia grida da incendio appena cade una foglia nel suo ex-giardino, che ha trasformato in un levigato salottino di maiolica, e io corro a pulire. Ecco, questo lo so fare.

 

Confidenze