La mia tribù felice

Natura

La storia più apprezzata questa settimana dalle lettrici, e dai lettori, è “La mia tribù felice” di Marco Bergamaschi, pubblicata sul n. 43 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog 

 

Storia vera di Franca Ciani raccolta da Marco Bergamaschi

 

Quando ero bambina, uno dei miei compagni preferiti di scorribande era Gedeone, un gatto dal pelo nero come la pece, lo sguardo fiero e i lunghi baffi che quasi toccavano terra. Nei nostri giochi una volta era un capitano alla guida di un veliero, quella successiva un valoroso soldato che sfidava i cattivi per salvare la principessa imprigionata nella torre, e un’altra volta ancora un mago che trasformava le pietre in caramelle e l’acqua delle pozzanghere in panna montata. Dopo Gedeone è arrivata Molly, una meticcia bianca e nera che ricordava una mucca in miniatura per via della pezzatura del pelo; nata in casa del biciclettaio del paese, una mattina mia nonna l’aveva caricata nel cestello della sua Graziella rossa e me l’aveva regalata, dopo che Gedeone se ne era andato per una brutta malattia.

Lei mi ha accompagnato durante l’età della giovinezza, ascoltando appollaiata sulle mie ginocchia i dubbi di una ragazzina che diventava donna, i suoi primi amori e le scelte importanti, che inevitabilmente a quell’età bisogna affrontare.

Alla fine ho seguito il mio cuore, sono diventata una veterinaria e un po’ per passione e un po’ con la scusa della professione, ho continuato a godere della compagnia di svariati animali, anime speciali che hanno scaldato e scaldano la mia quotidianità.

Oggi vivo con mio figlio Andrea e allietano le nostre giornate cinque cani dal passato turbolento: Tina, Stellina, Peppino, Mina e Spugna; i gatti Paolone, Harry Potter e Aieie Brazoo, il germano zoppo Titti, l’oca Vittoria, che è meglio di un antifurto di ultima generazione, il maiale Grinza e Totta, una pecora che pensa di essere un cane. Fino a poco tempo mi conoscevano come la veterinaria con “il maiale in casa” e parlavano stupiti della mia vita che ai loro occhi sembrava bizzarra. Grinza viveva in condizioni di estremo disagio all’interno di una roulotte insieme a un vagabondo. L’ho portata a casa per rifocillarla con l’idea di trovare una bella fattoria dove farla vivere. Il tempo è trascorso, la soluzione ideale non si è mai presentata e lei è rimasta, diventando parte della famiglia. Molti storcono il naso inorriditi quando sanno che un maiale vive in casa mia, ma ignorano che sono creature molto pulite e che sanno trasformarsi in compagni di vita eccellenti.

Grinza per esempio è una signora a modo, dorme in cucina e quando deve fare i suoi bisogni, batte la testa contro la porta per poter raggiungere un angolo appartato del giardino. E poi è golosa e ama alla follia ogni essere umano: adora i biscotti, l’uva e le pere, accoglie con festosi “gnu gnu” amici e conoscenti. È  diventata ben presto un’attrazione e la mia casa ha cominciato a essere invasa da bimbi e genitori, curiosi di incontrarla e di conoscerla.

 

Di sicuro se la gente mi considerava una persona bizzarra per via di Grinza, con l’arrivo di Totta ha avuto la conferma di ciò che pensava, ovvero che forse un po’ strana lo ero davvero. Totta è arrivata nella mia vita in maniera inaspettata: la vigilia di Pasqua si è presentato un pastore in ambulatorio con un fagottino in mano: ha appoggiato il fardello sul tavolo e in quel momento ho visto una piccola testolina che tremava. Era un agnellino di quindici giorni, che mi fissava spaesato con i suoi grandi occhi color dell’ambra.

«Non ho potuto venderlo perché è malato» mi ha detto l’uomo «io non riesco a ucciderlo, lo faccia lei con una puntura». E in fretta e furia se ne è andato.

Sono rimasta a guardare quel minuscolo esserino per quasi cinque minuti con mille dubbi e pensieri, ma con un’unica certezza: avrei cercato in tutti i modi di salvarlo. Da quel momento e per i due giorni successivi l’ho curato con una terapia vermifuga, antibiotica e ricostituente e, oltre alla medicina convenzionale, ho utilizzato anche quella dell’amore: l’ho tenuto in braccio e coccolato, gli ho sussurrato che se resisteva, avrebbe avuto una vita felice e avrebbe saltato e corso fino allo sfinimento.

La mattina del terzo giorno mi ha svegliato con dei belati vivaci ed energetici, aveva fame ed era in vena di giocare con la manica del mio pigiama: il peggio era passato. Le mie cure sono continuate fino a che Totta non si è ristabilita completamente.

Nel frattempo avevo cominciato a cercare una sistemazione per lei, orientandomi verso le fattorie didattiche d’avanguardia. Ero infatti preoccupata che la vita che le stavo offrendo fosse innaturale e sbagliata. Invece con mia grande sorpresa lei si era tranquillamente inserita nel contesto animale e sociale della mia casa, dimostrando una tenerezza disarmante e una curiosità stupefacente nell’apprendere le abitudini di tutti. Ho notato fin da subito un’affinità elettiva con mio figlio Andrea, come se i cuccioli si riconoscessero all’istante: anzi è cominciata una consuetudine che  ancora oggi non è mai terminata: la sera mentre leggo un libro in salotto attorniata da cani, gatti e un maiale, Totta e Andrea, sdraiati sul tappeto, guardano la televisione, senza staccarsi mai e ogni tanto ci scappa un pisolino. Anche con i cani ha dimostrato un affetto che non mi sarei aspettata: appena Totta ci vedeva uscire, cominciava a belare come se stesse succedendo il finimondo. E allora una sera le ho detto: «va bene, vieni anche tu» e lei, senza farselo ripetere due volte, mi ha seguito con la coda che vibrava all’impazzata.

Da quel giorno per i vicini di casa sono diventata una sorta di pifferaio magico con al seguito cinque cani e una pecora. Lei oggi è la mia pecora-cane che lavo ogni settimana nella vasca da bagno, è il piccolo clown che rincorre la palla, che tenta di salire sul letto appena mi addormento ed è la creatura che mi accompagna per portare Andrea a scuola. È diventata anche la mascotte del mio ambulatorio: seduta all’interno della sua cuccia, riconosce i pazienti e la sua presenza costante e discreta infonde serenità e buon umore.

Non posso certo dire che sono tutte rose e fiori. Qualcuno non condivide l’idea della pecora “domestica” e ritiene che la sua esistenza sia contro natura, anche se Totta può scegliere liberamente di stare in giardino o all’interno della casa. Alcuni non accettano proprio che una pecora rincorra il pallone e dorma sul tappeto, ma legittimano che un agnellino di quindici giorni venga strappato alla madre. L’esperienza con Grinza e con Totta mi ha aiutato a capire che ragionare per schemi non fa bene all’anima. Ho cercato di insegnarlo a mio figlio, ai suoi amici e ai clienti dell’ambulatorio. Osservare la vita con occhi diversi per assaporarne la diversità, è ciò che spiego ai bimbi nelle scuole durante le ore di scienze. Mentre agli aduti, nei convegni a cui sono invitata, cerco di chiarire che ogni creatura animale è in grado di provare emozioni e può regalare importanti lezioni di vita.

In entrambi in casi comincio dicendo: «C’era una volta una bambina che desiderava fare la veterinaria, che come aiutante voleva un gatto e una volta diventata adulta, si è ritrovata una pecora come assistente…». Mi dicono che mentre lo racconto, i miei occhi ridono. Sono sicura che è vero, perché mi sento la persona più bizzarra e fortunata del mondo.

 

 

 

 

Cliccando qui potete vedere il video della pecora Totta.

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