Un’oasi d’amore

Natura

Riproponiamo sul blog Un’oasi d’amore, la storia vera pubblicata sul n. 4 e più votata sulla pagina Facebook 

 

So che le mie scelte possono sembrare strane: passo le giornate ad accudire cani e gatti, in un mix di attività quasi tutte volontarie, che non mi lascia un attimo libero. Ma quello che faccio mi nutre e sto aiutando esseri puri e pieni di fiducia

STORIA VERA DI ERIKA SCALA RACCOLTA DA BARBARA BENASSI

 

Nella mia giornata tipo si può dire sia racchiusa la mia storia, un insieme di tanti piccoli gesti quotidiani.
Al mattino mi alzo presto, pulisco le lettiere dei miei tre gatti, più quella dell’ospite in bagno: un gatto anziano di 18 anni morso da una volpe e trovato per strada, senza denti e con un’insufficienza renale. Dopodiché porto a spasso i miei tre cani e infine faccio mangiare tutti, inclusi i pesci dell’acquario.

Sistemate le incombenze domestiche, esco e vado ai gabbioni dove teniamo animali in terapia e vari ospiti. Qui tutti i giorni dedico due ore alle pulizie, alle terapie, alla preparazione del cibo per mamma gatta e i suoi sette cuccioli, alle alimentazioni forzate e alle flebo per chi è ridotto peggio, senza dimenticare le cure per la gatta psichiatrica che aggredisce le persone e perciò va tenuta in

isolamento. Nel frattempo, faccio foto e invio appelli urgenti per le adozioni di quegli animali che, a mio avviso, hanno qualche possibilità.

Una volta finito, è il momento di partire per i diversi impegni della giornata che mi danno un minimo di sostentamento economico: baby-sitter per cani e gatti, taxi pet, flebo e terapie infermieristiche per gli animali padronali che vivono cioè senza un riparo adeguato. Concluse anche queste attività, mi aspetta il “Villaggio Pulce e Lulù” dove ospito 31 gatti, tutti salvati da situazioni di pericolo. Qui la routine quotidiana mi prende due ore fisse dopo di

che rimane da tagliare l’erba, confinare il canneto, portare via i rami tagliati, mettere o togliere gli ombreggianti in base alle stagioni, lavare e igienizzare gli ambienti. Finito qui, torno a casa dai miei cani e gatti.

Veterinaria? No, non lo sono, anzi i medici degli animali sono un mio punto di riferimento costante. Io sono un’attivista volontaria per la tutela degli animali. E il lavoro, credetemi, non manca mai. Anzi, a Roma dopo il lockdown c’è stato un aumento esponenziale di nascite dei randagi perché i volontari che come me catturano e sterilizzano gli animali non potevano uscire. L’effetto di questo mancato intervento si è evidenziato in primavera con una quantità di nascite che non vedevamo da anni. Come se non bastasse, c’è stato un sensibile aumento di abbandoni causato da informazioni errate sui gatti come portatori del coronavirus, diffuse anche da media accreditati. Al resto ha pensato la crisi economica. Molte famiglie non si potevano più permettere un animale e hanno pensato bene di abbandonarlo. Così, oggi c’è tanto, anzi troppo da fare e io sono sola.

Certo, se trovassi l’uomo giusto potrei affrontare con lui questo cammino, ma non è facile incontrare una persona che condivida la mia passione tanto da metterla prima di tutto, proprio come faccio io.

Chiedo scusa se ho iniziato un po’ di corsa a raccontarmi. Ormai è da parecchio che non prendo un minuto per me, ma sento che parlare di questa mia passione, che mi divora e mi nutre al tempo stesso, in fondo mi fa bene; in più lo faccio per una buona causa: lo faccio per loro.

Per risalire a dove tutto ha avuto inizio devo tornare in Toscana dove ho vissuto dai tre ai 18 anni. Ero ancora piccola quando i miei genitori, tutti e due professori universitari, sono stati trasferiti a Siena da Roma. Nei primi tempi abbiamo vissuto in centro, poi ci siamo trasferiti in campagna ed è proprio lì che ho incontrato Colorada, una gatta tricolore, piccolina e di buon carattere. Apparteneva a una coppia di americani che viveva qualche casa più su della mia: durante l’inverno però loro tornavano in America e abbandonavano regolarmente la piccola alle cure severe della natura.A quei tempi non si parlava ancora di

sterilizzazione, randagismo, controllo delle nascite, così la gattina veniva da noi e ogni volta scodellava cucciolate su cucciolate. Per me questo significava già allora un grande lavoro. Ero una bambina che si divideva tra diverse attività: pittura, pianoforte, ginnastica artistica a livello agonistico. Nonostante questo, passavo ore e ore a costruire cucce, giacigli e ripari in sicurezza per i miei beniamini.

Sì, è cominciata così. È stata Colorada con i suoi cuccioli a far emergere questa vocazione che da sempre è dentro di me. Una volta nati i gattini, li mettevo in un cesto e li portavo al mercato in cerca di brave persone che si prendessero cura di loro. Mi annotavo i nomi e l’indirizzo di quelli a cui affidavo il cucciolo, cercando di fare del mio meglio per la sicurezza dei miei protetti.
Inutile dire che sono stata io la prima a adottarne due, Schizzo e Scricciola, i miei primi veri amici.

Quegli anni in Toscana li ricordo sereni, ma nella vita molte cose possono cambiare col tempo e non sempre in meglio. Almeno per la mia famiglia è stato così.

Quando ho compiuto 11 anni, i miei hanno deciso di separarsi. Mio padre è rimasto a vivere in campagna, mentre mia madre e io ci siamo trasferite in città, a Siena. Non so dire se è stata la separazione faticosa o il rapporto complicato con mio padre. Senz’altro però il mio bisogno di dare e ricevere amore si è rivolto definitivamente a ciò che già conoscevo e dove trovavo uno scambio facile, natu- rale. Gli animali sono diventati la mia priorità e senza dubbio lo sono ancora oggi. Sanno dare amore in maniera incon- dizionata, senza filtri, e con loro è tutto immediato, istintivo e diretto, molto più che con i bipedi.

Così mi sono dedicata a raccogliere randagi, cani o gatti non faceva differenza, ed è arrivata Black, una cagnolina dolcissima, trovatella naturalmente, che ha fatto davvero la differenza, tanto da segnarmi profondamente.

Mia madre e io dovevamo trasferirci in un nuovo appartamento in città: appena firmato il contratto, però, avevamo scoperto che non potevamo assolutamente portare animali in quella casa.

Avevo tentato di convincere il proprietario a cambiare idea, ma non c’era stato verso.Voleva preservare il suo pavimento di legno pregiato.

Così ho dovuto accettare l’idea di dare Black a una persona che aveva promesso di trattarla bene. Purtroppo, ho scoperto troppo tardi che non diceva il vero: la lasciava chiusa in un recinto al freddo feroce dell’inverno, tanto che una notte lei e i suoi cuccioli sono morti assiderati. Ricordo ancora quella notte. Dormivo e all’improvviso mi sono svegliata di soprassalto: sentivo che Black era morta e mi salutava. La mattina dopo ho preteso che mia madre telefonasse all’uomo che l’aveva presa in custodia: lui con tono indifferente ha confermato quello che già avevo sentito per istinto.

Questo evento per me ha segnato una vera e propria svolta. Dopo la morte di Black ho avuto delle crisi di pianto e sono stata male. Mi distruggeva il senso di colpa verso quegli esserini che non ero riuscita a

proteggere, lasciandomi abbindolare da un uomo bugiardo e crudele. In più, ero disperata per non aver combattuto con mia madre per tenerli con noi. Di notte mi svegliavo in lacrime e di giorno reagivo attivandomi nella cura verso i randagi. Senza sapere che nulla sarebbe bastato a colmarlo, cercavo di riempire un vuoto interiore salvando altri esseri bisognosi.

Mentre approfondivo con le letture e lo studio il modo per aiutare al meglio gli animali, la società civile si evolveva e nasceva una nuova consapevolezza su temi come sterilizzazione, randagismo e abbandono.

Da tempo desideravo con tutta me stessa tornare a vivere a Roma dove andavo spesso a trovare i miei nonni. Finalmente, quando ho compiuto 18 anni mia madre ha ottenuto il trasferimento e siamo tornate nella capitale.

Qui si è aperta una fase diversa della mia vita, molto ricca e intensa. Frequentavo l’università, prima Scienze Naturali poi Sociologia, e in contemporanea ho iniziato a lavorare nel team di Mino Damato, giornalista e conduttore televisivo, nonché uomo straordinario. Un incontro fondamentale per me. T

università e lavoro si potrebbe pensare che non avessi molto tempo per dedicarmi agli anmali: in realtà la mia vocazione non mi ha mai abbandonata anzi, negli anni è aumentata in modo esponenziale. Questo grazie anche alla grande sensibilità e apertura mentale di Mino che mi permetteva senza problemi di riempire l’ufficio di cuccioli in allattamento e di vari randagi da accudire.

Gli animali erano rimasti il mio punto fermo, il mio riferimento costante. Nel 2010 Mino è venuto prematuramente a mancare e ho dovuto cercare un altro lavoro. Non ho avuto dubbi nel rivolgermi a quello che davvero mi interessava e ho iniziato a collaborare con un’associazione di Roma che gestiva

un rifugio di animali.
In quel periodo mi capitava di pensare spesso a Mino e alle sue parole: «La Provvidenza sa dove deve andare». In effetti, ne avevo conferma ogni giorno. Non potevo risolvere tutto, però davo il massimo e questo mi faceva sentire bene.Tante persone mi dicevano: «Ma se non lo fai tu, qualcun altro penserà a questi animali». In qualche caso poteva essere vero, ma in altri no. Ho sempre pensato che se una situazione capitava sulla mia strada era perché dovevo occuparmene io.
Ed è proprio questo che è successo nel 2017 con Carla, un altro incontro fondamentale della mia vita.

Ho conosciuto Carla attraverso una mia cara amica che mi aveva parlato di lei e della sua situazione. Questa signora aveva creato un piccolo gattile e aveva bisogno di qualcuno che la aiutasse, visto che il suo collaboratore era

dovuto rientrare nel suo Paese d’origine.
Non mi vergogno a confessare che inizialmente l’idea non mi aveva attratta: dovevo partire per lavoro dopo due giorni ed ero davvero presa con la mia attività. Ancora oggi non so cosa mi abbia spinta ad accettare una visita veloce. Appena arrivata, ero rimasta colpita dal posto: era bello, pulito, emanava serenità ed era pieno di tanti gatti dolcissimi.

Subito mi era venuta incontro Carla: aveva un bellissimo sorriso, ma era molto magra, con evidenti problemi di salute, curva, e faticava a camminare. Dopo un attimo ho avuto la certezza che quella donna mi sarebbe entrata nella pelle. Ci siamo presentate e lei mi ha parlato di sé e dei suoi gatti. La sua storia era legata profondamente a quella di ognuno di loro.Aveva cominciato ad accudirli più di 15 anni prima quando erano ancora per strada. Sul lungo periodo aveva trovato insopportabile il fatto che dovessero vivere senza un riparo, in mezzo ai pericoli, soggetti a continue malattie, esposti alla possibilità di essere investiti sulle strade, cosa che succedeva di frequente.

Dunque, appena era andata in pensione aveva cercato un luogo per poterli radunare in sicurezza. Dopo lunghe ricerche aveva trovato un terreno che confinava con la ferrovia, un posto isolato, che non dava fastidio a nessuno. Era una piccola oasi verde all’interno della città. Nel novembre del 2011 era nato così il suo “Villaggio Pulce e Lulù”. Villaggio perché da subito aveva immaginato un posto solo per loro e alla loro portata e Pulce e Lulù in memoria dei primi mici della sua vita. Ascoltavo il suo racconto e non mi rendevo conto che, a poco a poco, venivo avvolta dalla sua voce e dalla sua forza e che di lì a breve anche la mia esistenza, come quella dei suoi gatti, si sarebbe legata alla sua. Avevo accettato di aiutarla senza più nessuna esitazione, come se la mia decisione fosse nell’ordine delle cose.

Due giorni dopo ero partita come da programma d’accordo che, al mio ritorno, l’avrei affiancata al villaggio.
Solo che, una volta rientrata a Roma, non l’avevo trovata a darmi istruzioni perché potessi diventare il suo braccio e lei la mia mente. Soffriva di sla, la sclerosi laterale amiotrofica, una malattia terribile che l’aveva costretta a un ricovero forzato per un peggioramento improvviso.

Non c’era altro da fare per il momento che accettare di prendere il villaggio sulle mie spalle utilizzando le scarne indicazioni che avevo ricevute pochi giorni prima.

Alla fine, Carla venne dimessa dall’ospedale anche se le sue condizioni di salute non erano buone. Era costretta su una sedia a rotelle, ma i gatti rimanevano per lei un pensiero costante. Uno o due giorni a settimana andavo a prenderla a casa per portarla da loro. Non poteva più camminare, ma abbiamo comunque fatto un lungo pezzo di strada insieme condividendo progetti e sognando di migliorare continuamente le condizioni dei nostri

beniamini; con il tempo abbiamo anche imparato a volerci bene. Fino alla fine.
Carla si è spenta il 4 ottobre 2018, il giorno di San Francesco, il santo che parlava agli animali. Prima di volare in cielo, aveva pensato a me, volontaria e attivista, come continuatrice della sua opera, lasciandomi l’onore e l’onere di portare avanti la sua piccola, grande missione di tutela e salvaguardia dei piccoli ospiti di quel villaggio così speciale.

Spero di essermi rivelata all’altezza delle sue aspettative e di poter continuare dignitosamente il lavoro facendo onore al nome della sua creazione, sempre nel ricordo di Carla. Cerco di fare del mio meglio malgrado le necessità del villaggio siano sempre più impellenti e molteplici. Tra le varie difficoltà che mi trovo ad affrontare c’è per esempio, il reperimento di buon cibo, delle lettiere, degli antiparassitari, soprattutto nei mesi primaverili ed estivi, e dei farmaci per le patologie più comuni.

In più devo occuparmi della ricerca di volontari per la manutenzione del sito, della pulizia e dell’accudimento dei piccoli ospiti e delle spese veterinarie. Ce la sto mettendo tutta, ma in definitiva sono serena perché, lo ripeto, dove non arriverò io, so che la Provvidenza mi darà una mano.

Ora devo proprio scappare. Sono consapevole di avere un vuoto interiore che mi spinge a coltivare questa passione e so anche che non riuscirò mai a riempirlo. Eppure non fermo questa mia corsa perché c’è sempre tanto da fare e loro, tutti loro, hanno bisogno di me e non si può farli aspettare. ●

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