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Camion rosso sangue di Grazia Codazzo

ConfyLab

Ecco chi è la nostra autrice: "Sono amante del paranormale e desiderosa di visitare il mondo, mi considero una ragazza solare pronta ad aiutare il prossimo. Ho iniziato ad amare la scrittura a causa di una sfida personale fatta con me stessa, che mi ha portata alla pubblicazione del mio primo libro".

Avevo all’incirca 11 anni quando lessi il messaggio che provava il tradimento di mio padre verso mia madre. Ricordo che lo lessi più volte con attenzione e poi lo cancellai, non volevo che la mia famiglia si dividesse, volevo la mia mamma e il mio papà uniti e speravo con tutta me stessa che quel gesto potesse aiutare.

Feci lo stesso gesto con tutti i messaggi che trovavo su quel maledetto telefono, lasciato incustodito, eppure non è servito a nulla. Le cose dovevano fare il loro corso e io, una bambina, non potevo fare nulla per impedirlo.

Con il senno di poi mi sono sentita stupida ad aver fatto quel gesto. Ancora oggi ripensandoci vorrei maledirmi per aver assecondato mio padre, non dicendo nulla a quella madre che inconsapevole si ritrovava tradita da entrambi.

Ma ogni nodo arriva al pettine e dopo qualche anno quella verità nascosta sotto un manto di bugie, è uscita fuori distruggendo un po’ alla volta il mio mondo.

Tutto quello che mi circondava si era rivelato per quello che era, una menzogna. Mio padre ha iniziato ad allontanarmi ancora di più da sé, forse inconsapevolmente, forse con i presupposti di lasciarci entrambe.

Eppure mi chiedo, insieme a quella donna forte che ho l’onore di chiamare madre, che cosa lo abbia portato a questo gesto.

Si dice che qualche volta le cose accadono perché devono accadere, è il corso della vita, ma una cosa del genere deve per forza avere un significato.

Ormai sono grande, quel motivo che ha portato mio padre a distruggere la sua famiglia l’ho trovato. Ed è semplice: la mancanza di amore.

Qualche volta una separazione non è qualcosa di male, qualche volta può anche essere la salvezza di una figlia, stanca di vedere i propri genitori mangiarsi con le parole, ma anche con le mani.

Ammiro mia madre per la sua forza e la sua tenacia, nonostante i tradimenti ha cercato di mantenere la sua famiglia unita, nonostante volessi allontanarmi da mio padre molto prima, mi ha costretta a non farlo.

Sì costretta, perché lei sapeva quando fosse importante una figura paterna nella mia vita, mentre io ero oscurata dalla sofferenza che lui infliggeva su di noi. Ma cosa ne ho avuto in cambio?. Cosa ho avuto a stare accanto a un padre che in momenti di rabbia mi diceva che non ero sua figlia, quando la somiglianza tra di noi era palpabile a mani nude, cosa ne ho avuto a sentirmi minacciare da lui nel privarmi del mio cognome?

Si è giustificato dicendo che nei momenti di rabbia dice cose che non pensa ma io dentro di me so che lui le pensava quelle parole, e solo successo che per pochi istanti non ha collegato il cervello con la sua bocca

Non ha mai alzato le mani su di me e probabilmente questa è la motivazione per cui ho resistito tanto prima di dire basta. Sì basta, perché le parole feriscono più di mille coltelli.

Ricordo i primi due anni dalla separazione del tutto legale tra i miei genitori, mia madre mangiava poco e nulla, stava costantemente a letto e i suoi occhi erano sempre rossi a causa dei pianti, ricordo che dovetti rimboccarmi le maniche e fargli io da madre. Era così piccola e fragile che dovevo smuoverla, farla reagire, portarla a capire che in realtà l’unico che ci aveva perso era lui.

La guardo e mi chiedo come abbia potuto lasciare una donna come lei, una lavoratrice fin da quando era piccola, ma soprattutto una camionista che gli dava il cambio durante i loro viaggi.

Qual era il reale motivo, forse il peso che aveva accumulato dopo la gravidanza e che non era più riuscita a togliere? Possibile che un dettaglio così lo avesse portato a tradirla?

Sono molte le storie che mia madre mi ha raccontato e ho sempre intercettato quell’unione, quasi visibile, ma cosa posso aspettarmi da due persone dopo 25 anni di matrimonio? Pensavo che la loro unione fosse di ferro, ma anche il ferro prima o poi si piega.

Una dei racconti che da bambina mi piaceva di più ascoltare era quello relativo alla mia nascita.

Mamma raccontava che c’erano tre vicine di casa, incinte come lei, e tutti e tre i bambini dovevano nascere prima di me;  in quel periodo mio padre ordinò un camion color rosso sangue che secondo la concessionaria doveva arrivare verso dicembre, un mese prima della mia nascita.

C’erano tutti i presupposti per credere che sarei stata l’ultima a vedere la luce e mia madre me lo diceva attraverso la pancia in modo scherzoso. Non so cosa accadde precisamente, a me piace pensare che probabilmente l’idea di essere l’ultima arrivata, non mi piacesse affatto. Nacqui il 23  dicembre alle nove e mezza, il camion arrivò in concessionaria lo stesso giorno alle dieci e mezzo e quei bambini che dovevano nascere prima di me, nacquero dopo uno o due mesi.

Sorrido all’idea di averli battuti tutti.

Ci sono persone che hanno un legame con il proprio animale, con un orsacchiotto, io avevo un legame indissolubile con quel camion rosso che era stato battezzato dallo stesso prete che battezzò me e che compiva gli anni il mio stesso giorno.

Può sembrare strano, ma sono cresciuta su quel camion, mi ha accompagnato dai miei primi mesi di vita ed è rimasto attraverso le foto, attraverso i racconti e non andrà mai più via.

Con gli anni anche i camion invecchiano e oggi che ho 21 anni non so che fine abbia fatto, e nonostante il suo successore gli somigli non è la stessa cosa.

Da quando i miei genitori si sono lasciati non metto più piede su un camion, mi viene quasi da piangere, io che ci ho passato  una vita viaggiando dall’Italia alla Germania, su quel bestione che molti possono temere ma che invece io guardo con amore.

Anche se è blue e non rosso, anche se è a pochi passi da me, anche se posso guardarlo tutti i giorni, non posso più salirci, non posso più affrontare un viaggio di tre giorni e farmi cullare dal suo rumore come accadeva quando ero piccola.

Sono state messe in discussione molte cose, ma tutto viene smentito da quei ricordi che io porto gelosamente con me.

Mio padre era il porto sicuro dove andavo a rifugiarmi quando litigavo con mia madre, era colui che mi proteggeva dal mondo esterno, che non mi ha mai accettato per il mio sovrappeso.

Ma il mondo cambia così come le persone e quel padre che amava sua figlia, che la guardava come se fosse la cosa più bella del mondo, si è allontanato da me.

Tutto quello che credevo solido in realtà era fatto di sabbia.

Con il passare del tempo le ferite si cicatrizzano, ma rimane sempre il segno per far in modo che non ci possiamo mai scordare di loro.

A oggi non rivolgo la parola a quel padre che ho amato più di me stessa, perché arriva un momento nella vita in cui ho deciso di essere orgogliosa e di aspettare che sia lui a fare un passo verso di me.

Dopo che no ho fatti mille verso di lui e mi sono sempre ritrovata una porta chiusa in faccia,  ho deciso di metterlo alla prova.

Non ci parliamo, non ci salutiamo, mi ha detto di considerarlo chiuso dietro delle sbarre e che non può chiamarmi. Ma io so che anche i galeotti hanno la possibilità di chiamare a casa per sentire la propria famiglia.

Lui è orgoglioso, vuole che per l’ennesima volta sia io a piegarmi, ma non posso farlo, ho iniziato ad avere troppo rispetto per me stessa.

Ho portato rispetto a quel padre che ha rovinato la mia famiglia, gli sono stata accanto nonostante le parole che mi ha detto che mai potrò dimenticare ma ora basta. Sono grande, prendo le mie decisioni e sono arrivata a comportarmi di conseguenza alle sue azioni. Ma so che dentro di me qualcosa sta cambiando, che quella porta che ho lasciato socchiusa si sta chiudendo e mi chiedo quanto gli ci voglia a capire che sta perdendo la sua unica figlia per il suo stupido orgoglio. Un orgoglio che non lo può abbracciare, un orgoglio che lo porta sempre più lontano da me.

 

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