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L’avevo tanto amato di Stefania Fiorin

ConfyLab

Ecco chi è la nostra autrice: Stefania Fiorin vive in un piccolo paese alle porte di Varese. Ama la bellezza della poesia in ogni sua forma e il fuoco dei sentimenti che, grazie ai corsi di scrittura frequentati, trasforma in racconti versi spaziando tra vari generi.  Dinamica, ironica, vive la vita con leggerezza senza prenderla alla leggera. Sempre coinvolta in mille attività, letterarie e non, lotta ogni giorno per mettere ordine nei suoi impegni, nelle sue inesauribili idee. E nei suoi capelli. Di sé dice: «Scrivo per dare vita ai sogni e riempire di sogni la vita». Ha vinto numerosi premi per la narrativa e la poesia. Ha personalità curiosa, sempre in movimento, le piace stare in mezzo alla gente ma spesso si rifugia nella meditazione Zazen per ritrovare se stessa. Da anni opera nel mondo del volontariato; è stata presidente di un’Associazione senza scopo di lucro attiva nel sociale.

La scatola stava nell’armadio in cirmolo, era colma di fotografie che ne avevano assorbito il profumo di legno. Foto in bianco e nero, color seppia, alcune ingiallite, altre con angoli strappati e con scritte sul retro: “Ciao, per favore chiamami alle sette”, “Cortina, gennaio 1964”, “Funerale di Alcide 1947”. I migliori fotografi talvolta ricorrevano a pennello e colori per trasformare l’immagine in una piccola opera d’arte. Conservavo con cura un mio primo piano, ritoccato con quella tecnica; mi piaceva guardare il volto colorato quasi da bambola. Ricordavo quando mi ero recata allo studio fotografico per quella prima foto; il fotografo, abbassato il capo, se l’era coperto con un ampio telo nero e aveva appoggiato l’occhio alla macchina fotografica sostenuta da altissime gambe di legno. Nel buio totale mi era parso di riconoscere la sagoma di un mostro malvagio, poi l’esplosione. Un lampo di luce mi aveva accecato, e, prima che svenissi dallo choc, ero stata informata che la foto era stata fatta e potevo rilassarmi. Nell’armadio c’erano pochi abiti, due borse, centinaia di fotografie. Poter osservare la moltitudine di personaggi e situazioni impressi su cartoncini rappresentava per me un viaggio fantastico, un gioco eccitante: scoprivo così le mie radici .

Le immagini che apprezzavo meno erano quelle dei funerali. Nonna raccontava che un tempo c’era chi pagava il fotografo per ritrarre l’ultimo viaggio di un caro defunto. Lei ricordava tutti i nomi di chi era morto ed era solita aggiungere: «Ma che bel funerale! Vedi quanta gente c’era?». Non capivo che cosa ci fosse di bello in tanta gente vestita di scuro, con le espressioni più  tristi mai viste, che camminava mesta in un’interminabile fila. Per farla felice mi sforzavo e annuivo. A pensarci bene qualcosa di bello c’era: una coppia di stupendi cavalli bianchi, con folte criniere e pennacchi di piume, che trascinavano un grande carro.

Ci passavo le ore seduta sul pavimento, le magre gambe incrociate, le foto sparse attorno; ne raccoglievo una alla volta e osservavo. Senza allontanarmi da casa e senza fatica, potevo spalancare porte, entrare in case e storie sconosciute, incontrare personaggi sempre nuovi, mescolare le loro vite un po’ reali un po’ inventate. Chi era quel signore con baffi e cappello? E chi, quella giovane donna dall’aspetto distinto e gli occhi azzurri identici ai miei? Il colore azzurro non c’era ma s’intuiva: occhi trasparenti parevano lanciare uno sguardo vivo e penetrante. M’incuriosiva. Vestiva un abito strano tutto pizzi e nastri chiuso fino al collo; i capelli erano raccolti in un buffo cipollotto fissato sul capo. Si trattava di Isolina, cugina della nonna, classe 1893, scrittrice. E io avevo ereditato i suoi occhi. Mi emozionava il fatto di avere avuto una scrittrice in famiglia e di somigliarle! Numerose altre foto avevano come soggetto me e Venezia sullo sfondo, meravigliosa città dove nacqui. Eccomi ritratta in Piazza San Marco, con cappottino e cappello di lana con fiocco, circondata da piccioni. Poi a bordo laguna, abitino corto e gonfio tutto uno sbuffo; piangevo, di sicuro per paura dell’acqua che non ho mai superato: strano per una nata in mezzo al mare! Un’altra signora bella ed elegante, chi poteva essere? Indossava la pelliccia di agnello persiano lunga a sfiorare le caviglie, di colore scuro, forse nera; scarpe con tacco, una piccola borsa al braccio. Portava i capelli sciolti con il ciuffo ondulato spostato di lato. Il rossetto colorava le labbra schiuse in un sorriso; appariva felice. Non avevo mai visto pellicce in casa, non eravamo ricchi, a me non mancava nulla. Di sicuro la signora non era una parente stretta, l’avrei riconosciuta, dunque: che cosa ci faceva lì in mezzo alle nostre foto?

Per avere delle risposte l’unica soluzione era ricorrere alla nonna. La trovavo spesso nell’orto, intenta a seminare verdure o piantare fiori che curava con passione. Il suo tempo me lo dedicava  volentieri, non la disturbavo e a me piaceva  parlare con lei. Affacciandomi alla finestra della camera rivolta al giardino, la sollecitavo a raggiungermi: «Nonna corri che ho bisogno!»

Bastavano pochi minuti per udire i passi che facevano scricchiolare i gradini della scala. Impaziente, iniziavo: «Nonna guarda questa foto e dimmi chi è».

«Sono io».

«Tu? E quando?». Non mi era sfuggita la sua raffinatezza nei modi e nell’esprimersi, neppure l’educazione che con l’esempio si sforzava di insegnarmi, né la classe che abiti umili non riuscivano a cancellare. Oggi si presentava con un grembiule blu da lavoro e comode ma informi ciabatte e la trovavo elegante, comunque. Sospirò, poi: «È una storia lunga. Ero ricca e felice, prima di… prima che… Sei così giovane, non so se sia il momento giusto per raccontare, ma… insomma, prima che tuo nonno… per…».

Che novità sentir parlare di nonno! Non viveva con noi; non l’avevo mai visto e non mi mancava. Avevo pensato fosse morto, magari durante la seconda guerra mondiale. Credevo che mia nonna fosse vedova. Cos’era accaduto? Lei esitò, alzò gli occhi al soffitto e li chiuse un istante. Intuii che il riportare a galla storie del passato le causava dolore. Avevo imparato a leggere ogni suo gesto; nei momenti di tensione era solita stringere a pugno la mano sinistra, il dito pollice piegato stretto in mezzo alle altre dita e così fece: assunse la posizione forse d’inconscia difesa. Seduta sul bordo del grande letto matrimoniale, continuò: «Lasciai la mia famiglia benestante e sposai tuo nonno. Ero una ragazza molto innamorata. Lui… oh… era attraente, pareva un attore del cinema: alto, capelli  e baffi neri, occhi dello stesso colore profondi e magnetici. Faceva perdere la testa alle donne. Adorava fare la bella vita, il lavoro gli piaceva un po’ meno perché non era stato abituato al sacrificio. Abitavamo in una casa lussuosa, arredata con argenteria, tappeti preziosi. Avevamo i domestici, la governante e tutto quanto si potesse desiderare: pellicce comprese. Per sposarlo andai contro i miei genitori che non lo vedevano adatto a me. Soffrii molto il distacco dai miei, ma l’amavo, provavo un sentimento grande e totale, questo mi ricompensava di ogni perdita. I miei suoceri erano persone serie e distinte, ma lui era un’artista, con una testa d’artista sempre per aria. Finché suo padre rimase in vita e lo controllò, tutto andò bene, poi, mancato lui, iniziarono i problemi. Abbiamo avuto quattro figli, desiderati e amati; quattro gioie immense tra cui tua madre. Il nonno di mestiere faceva il fotografo e guadagnava parecchio. Pensa che alcune sue opere sono state esposte in un museo. Ma spendeva troppo per vizi e divertimenti, e questo ci mise in difficoltà. Spariva giornate intere, poi, tornava da me. A volte, per farsi perdonare, portava una bottiglia della mia bibita preferita: il chinotto, non quello che si beve oggi, tutto zucchero, era buono e naturale. Mi sforzavo di riconoscere in questo gesto un modo di chiedere scusa e dimostrare affetto. Continuai ad amarlo, nonostante tutto».

Nonna bloccò il narrare, i suoi occhi turbati divennero seri e piccoli. Le sue ultime parole mi giravano nella mente: una bottiglia di chinotto in cambio di tanto amore. Immobile e tesa all’ascolto non osavo dire niente, come potevo, ero solo una bambina, cos’avrei potuto dire? Qualche idea me l’ero fatta, certo non ero stupida, ma preferii il silenzio. Il disagio durò poco, riprese a parlare: «Grazie a quanto possedevo, doni della mia famiglia, aggiunto a quanto mio suocero elargiva, tutti i nostri figli frequentarono scuole esclusive per parecchi anni. Nel frattempo scoppiò la guerra. Fu terribile. Abitavamo nel vicentino, zona bombardata in modo ossessivo e continuativo dai nemici tedeschi a causa dei partigiani che trovavano rifugio tra le vicine montagne. Nonno partì soldato. Non ricevetti più sue notizie. I telefoni erano rari, si comunicava con  lettere, ma la consegna della posta era un disastro e non sempre funzionava. Non mi mancavano i soldi per comprare almeno il latte per i bambini; me ne facevo carico, percorrevo dieci chilometri tutti i giorni, rischiando la vita, per raggiungere una delle poche fattorie rimaste attive. Hai idea di quanti sacrifici ho dovuto fare? Giuro che niente mi pesava: quanto si fa per amore rigenera e fortifica; sostenuta da tanto amore andavo avanti. Spesso a notte fonda eravamo svegliati dalle sirene dell’allarme che avvisava del pericolo imminente di bombardamenti. Dovevamo recarci di corsa ai rifugi, non c’era tempo da perdere, né per pensare né per prendere molto, solo i miei figli e correre, correre. Ho visto il cielo illuminato a giorno dalle bombe. Non c’era tempo neanche per avere paura. Gli ultimi due figli erano piccoli, uno non camminava ancora, e via di corsa spingendo la carrozzina con il cuore che scoppiava. In una di queste folli corse persi il maggiore, aveva dieci anni. Non avrei dovuto fermarmi, ma non m’importò nulla del pericolo, reagii con forza al terrore e lo cercai. Lo trovai. Era stato travolto dal crollo di un muro e ferito alla testa. Credetti di morire, ma il dolore  non mi uccise. Quella notte versai tutte le lacrime che avevo, piansi per ore, talmente tanto che da allora non sono più riuscita a far scendere una sola lacrima dai miei occhi, anche se l’accetterei con sollievo. Fu soccorso e curato, ci volle del tempo ma si rimise in sesto. Questo incidente lo segnò, negli anni notai in lui dei cambiamenti di carattere, restò buono, ma divenne imprevedibile e incostante: un figlio sfortunato che ho amato e perdonato molto. Finì la guerra, tutto prima o poi ha una fine. Eravamo sopravvissuti grazie anche alle truppe americane che raggiunsero e liberarono l’Italia dall’invasore. Iniziò il rientro dei superstiti, i loro nomi venivano scritti su  una lavagna esposta all’ingresso dell’unico bar del paese. Ci recavamo lì ogni giorno, sostenuti dalla speranza di leggere il nome del nonno tra i reduci, ma il suo non c’era mai. Che cosa pensare? Disperso o… I ragazzi chiedevano notizie del loro papà e io non ne avevo. Cercavo di rincuorarli inventando scuse. Lui mi mancava tanto e nel cuore mantenevo viva la speranza di riabbracciarlo. Nei periodi di lontananza capita di dimenticare i torti subiti, io avevo dimenticato tutto. Trascorsero tre mesi, ormai lo credevamo morto, ma ricomparve. Tornò a casa e furono giorni di felicità. Non capivo la ragione del suo lungo silenzio, né lui spiegò. Era andato in guerra non certo in vacanza, cosa pretendevo, che mi scrivesse tutti i giorni? Quanta gente sparì nel nulla, almeno lui era vivo! Ero certa fosse anche maturato, l’esperienza dura di soldato non poteva che averlo fatto diventare un vero uomo. Guardavo al futuro con rinnovata fiducia. Posso dire che la felicità durò solo un attimo e svanì un giorno in cui una donna tedesca bussò alla porta. Aprii io. Con qualche parola nella sua lingua mista all’italiano disse che era venuta dalla Germania per ricongiungersi al suo amore, incontrato nel suo paese e aiutato per un lungo periodo. Lì per lì, stentai a capire chi cercasse, e la mandai via. Ma non fu l’unica: ne arrivò una seconda. Che dire, che fare? I figli più grandi capirono da soli, ai piccoli non spiegai nulla. Il fascino di mio marito aveva funzionato anche in guerra e l’aveva salvato. Decisi di perdonare, ancora. Chiusi la porta. Una domenica, tua madre si recò al cinematografo accompagnata da un’amica e la famiglia di lei. Era un evento eccezionale, non ci si andava spesso, era emozionata. Bene… lo sai chi si trovò seduto nella fila davanti? Suo padre abbracciato a una donna. Ebbe inizio la fine. La fine di una famiglia, la fine di una vita, la fine dei sogni e delle speranze. Non avrei potuto sostenere ulteriormente questa farsa e sopportare rassegnata anche questa umiliazione: dovevo reagire e dire basta. Era un passo difficile; allora i matrimoni falliti mettevano in croce, erano una vergogna. La gente avrebbe giudicato…ma cosa potevo fare, non avevo altra scelta. Decisi di trasferirmi con i figli in un’altra città del Veneto dove disponevamo di un appartamento sfitto. Ero triste, mi sentivo sola e bisognosa d’aiuto. Accettai l’invito di mia sorella e soggiornai da lei alcune settimane. La sua famiglia ci aiutò molto, non so se negli anni sono riuscita a ringraziare abbastanza. Fummo presto pronti a iniziare la nuova vita: un nido accogliente ci aspettava. Ma ci accolse una brutta sorpresa. Cosa trovammo quando ci recammo alla nuova abitazione? Il vuoto. Totale. Fredde mura. Non so come, nonno ci era entrato prima di noi, e aveva vuotato l’appartamento. Aveva preso tutto. quadri, tappeti, mobili, argenteria, servizi di porcellana, le mie pellicce. La fede nuziale l’avevo donata alla Patria, tutto il resto se l’era preso mio marito: non avevo più nulla… Che disperazione! Ci eravamo amati, tanto: perché questo? Nessun rispetto. Niente, niente mi lasciò, ma non aveva capito una cosa: i gioielli più preziosi erano rimasti a me. La donna più ricca e fortunata ero io: avevo i figli. Scusami, scusami tanto! Parlo con te, una bambina, di amore… è cosa da grandi, cosa puoi sapere tu dell’amore?».

Nonna si era alzata in piedi e camminava verso la porta, voleva andarsene, chiudere il discorso, ma parlai io, questa volta: «Ma come? Non ti sei accorta di niente, nonna? Certo, so cos’è l’amore! Te lo spiego: è quel gran bene che ti voglio. È il vuoto  che sento dentro quando al mattino ti cerco e non sei in casa. È quando penso a te e mi spunta un sorriso. È venire a dormire nel tuo letto, stringere con la mano un lembo della tua camicia da notte, e tenerla stretta fino al mattino. È la paura che qualcuno mi porti lontana da te. È la tua mano calda appoggiata alla mia pancia dolorante che guarisce. È…».

«Su, basta! Adesso basta. Guarda un’altra fotografia!». Nonna diede le spalle e si diresse verso la scala, ma io avevo già visto che dai suoi occhi scendevano le lacrime.

 

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