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Occhi di smeraldo di Irene Niccolai

ConfyLab

Ecco chi è la nostra autrice: Sono nata a Cecina, ho 29 anni e vivo in un paese molto vicino al mare in provincia di Livorno. Mi occupo di persone fragili con problematiche psichiatriche e faccio parte di un progetto a sostegno delle vittime di reato. Una delle mie più grandi passioni è sicuramente la lettura: non esco mai di casa senza un libro e appena posso mi immergo fra le sue pagine alla ricerca di storie sempre nuove. Con mia madre condivido l’amore per i gatti: andiamo spesso al vicino gattile per portare scorte di cibo e coccolare gli adorabili ospiti felini ed è proprio dall’amore per questi animali che è nata l’idea di scrivere questo racconto

 

“La felicità è come un gatto che corre dietro alla sua coda: più la rincorre e più gli sfugge. Ma quando si impegna in altre cose, la coda gli va dietro ovunque lui vada.”

Arrivò da noi così, per caso. O forse, come preferisco pensare quando riguardo una sua vecchia foto, lui ci scelse molti anni fa, in un afoso giorno di mezza estate che ancora ricordo molto bene. Le giornate si susseguivano lente, apparentemente una uguale all’altra e mia madre ogni giorno, sempre con la stessa incrollabile dedizione, si prendeva cura del suo orto. Tuttavia quell’anno nonostante i premurosi accorgimenti che lei aveva messo in atto, le piante di zucchine non volevano saperne di germogliare: evidentemente l’innaffiatura quotidiana e il telo ombreggiante per proteggerle dalla calura estiva non erano sufficienti.

Una mattina come le altre mia madre andò nell’orto decisa più che mai a trovare una soluzione; ebbe invece una bella quanto inaspettata sorpresa: riparato dal telo ombreggiante e sdraiato sulla terra ancora umida, dalla quale avrebbero dovuto spuntare le tanto attese piantine, riposava disteso e completamente a suo agio un’ospite. Aveva un lucido pelo arancione leggermente striato di bianco sulla coda, profondi occhi verdi che incorniciavano un muso fiero, dotato di folte vibrisse: fu così che avvenne il primo inatteso incontro tra mia madre e colui che sarebbe diventato parte integrante della nostra famiglia con il nome di Carota.

Fin da subito ci chiedemmo da dove venisse e quali avventure lo avessero portato proprio nel nostro orto: si capiva che non era un gatto selvatico bensì molto socievole e abituato alla presenza umana, tanto che entrò immediatamente in sintonia con noi e soprattutto con mia madre. Lei tentava di spiegargli in quali spazi del suo amato orto poteva addentrarsi e in quali invece non avrebbe dovuto avvicinarsi, mentre lui la guardava sornione con i suoi grandi occhi verdi, quasi la stesse ascoltando veramente.

Nei giorni successivi all’inatteso incontro decidemmo di portarlo dal veterinario per saperne di più sul suo stato di salute. Non sapendo come il nostro nuovo amico avrebbe reagito decisi di accompagnare mia madre: tuttavia non avevamo un trasportino per facilitare il viaggio che separava casa nostra dallo studio veterinario, così una volta salita in auto sul lato del passeggero decisi di prendere in braccio Carota e lui per tutta risposta si acciambellò sulle mie gambe, quasi fosse in attesa della partenza. La visita che ne seguì non fu certamente ciò che si definirebbe un incontro tra vecchi amici, ma il veterinario si mostrò molto paziente e il micio, anche se ogni tanto emetteva forti suoni gutturali, cercò di essere il più possibile collaborativo nella speranza che il tutto si concludesse al più presto. Il verdetto fu il seguente: il gattone aveva non più di dieci anni, ma godeva di ottima salute e quando il veterinario ci chiese come si chiamasse, io e mia madre ci guardammo un solo attimo negli occhi e rispondemmo all’unisono: “Carota!” In quel momento mi saltò subito in braccio quasi avesse capito che la visita era ormai terminata e che il rientro a casa era imminente. Fu quello il momento ufficiale che sancì l’arrivo di Carota in casa nostra come componente essenziale della famiglia. I giorni successivi trascorsero velocemente grazie al nostro nuovo amico peloso: io e i miei genitori cercavamo di comprendere le sue abitudini e lui tentava di fare altrettanto con noi; capimmo fin da subito che amava fare molti pisolini durante il giorno e che la poltrona o il divano in salotto erano il suo posto preferito per riposare tranquillo, ma ovviamente non disdegnava uscire di casa per avventurarsi nell’orto di mia madre. Proprio lì, tra le varie piante e alberi da frutto, aveva da fare il suo immancabile giro di ricognizione quotidiano e spesso si dedicava ad un’altra delle sue attività preferite: la caccia. Si appostava infatti in un angolo da lui scelto secondo la sua infallibile logica felina, per poi balzare fuori all’improvviso non appena vedeva merli, tortore o lucertole che tuttavia, quasi sempre avevano la meglio volando via all’ultimo momento oppure sgattaiolando in qualche anfratto per lui irraggiungibile.

Un’altra delle sue passioni che ben presto cominciammo a conoscere era il cibo, in particolare il pesce: amava mangiarne di ogni tipo e appena ne sentiva soltanto l’odore, cominciava a miagolare in modo insistente producendo un suono viscerale e sarebbe stato capace di mangiarne fino a scoppiare letteralmente. Solo per lui, oltre ai consueti croccantini per gatti, compravamo una scorta di scatolette di tonno o sgombro al naturale che si sbafava con estrema voracità non appena il cibo cadeva nella sua ciotola. Ma scoprimmo a nostre spese che il suo vero punto debole erano le acciughe. Un giorno mia madre, di ritorno dal supermercato, nella fretta di rispondere ad una telefonata, aveva imprudentemente lasciato incustodito sul tavolo in cucina una busta contenente tre porzioni abbondanti di acciughe fresche da cucinare per la cena. La risposta di Carota non si fece attendere: il profumo inebriante del pesce lo attrasse subito nella stanza, dove con un agile balzo salì sul tavolo e ben presto la quantità di acciughe diminuì notevolmente. Quando mia madre, terminata la telefonata, fece ritorno sul luogo del delitto, a niente servirono le sue grida di rimprovero: Carota acciambellato in poltrona a pancia piena, assolutamente soddisfatto del lauto pasto, la guardò con occhi serafici per niente pentito del suo gesto e lei rassegnata, a malincuore lo perdonò. Quella sera mangiammo una porzione di acciughe molto ridotta, ma da quel giorno, ogni volta che mia madre andava in pescheria a comprarle non si dimenticò mai di farne aggiungere una mezza dozzina da destinare al nostro amico buongustaio.

Oltre al suo adorato pesce che per lui rappresentava una vera e propria ghiottoneria, Carota aveva dei gusti molto particolari per essere un gatto: adorava magiare le verdure come ad esempio i pomodori e le patate lesse e ogni volta che mia madre preparava il suo polpettone vegetariano, lui la guardava languido come a pregustarsi già un delizioso pasto e lei gli tagliava sempre una fettina tutta per lui.

Le sue stranezze in ambito culinario non finivano qui: con nostra grande sorpresa apprezzava anche i ceci e il mais, lo yogurt bianco e più in generale qualsiasi cosa noi stessimo mangiando, mentre lui ti fissava incuriosito con i suoi grandi occhi verdi.
Il tempo passò, i mesi divennero anni e io superando l’esame di maturità terminai il liceo e intrapresi il percorso universitario con Carota sempre al mio fianco durante i miei studi. Ogni volta che mi dedicavo allo studio e cercavo di concentrarmi, lui balzava agile sulla mia scrivania e si accoccolava sul mio libro di turno, mi guardava attento come un maestro in attesa che l’allievo ripeta la lezione appena spiegata; così io cominciavo a parlare dell’argomento su cui stavo concentrando i miei sforzi e lui pian piano appoggiava la sua testa sulle zampe anteriori e si rilassava chiudendo gli occhi, ma pur sempre in vigile ascolto. Mi piace pensare che in questo modo cercasse di aiutarmi o quantomeno di alleggerirmi con la sua presenza le lunghe ore passate a studiare ed ogni volta che superavo un esame, tornando a casa, coinvolgevo anche lui nei miei festeggiamenti. Carota mi guardava con l’espressione fiera e furbesca di chi la sa lunga, come a ricordarmi che certamente una parte di merito del mio successo era anche suo.

Sono sempre moltissimi gli aneddoti legati al nostro amato Carota che ricordo sempre con affetto insieme ai miei genitori: alcuni sono letteralmente comici, come quella volta del furto delle acciughe, altri invece sono più avventurosi come quella volta che durante un temporale il nostro gatto si era rifugiato sopra un albero. Quel giorno le previsioni meteorologiche avevano annunciato forte pioggia e mia madre stava ultimando le pulizie di casa con l’aspirapolvere, elettrodomestico molto odiato da Carota che appena ne sentiva il rumore si teneva a debita distanza rifugiandosi in qualche posto sicuro, lontano dal pavimento. Anche quella mattina, in risposta all’accensione dell’aspirapolvere, Carota si posizionò contrariato davanti alla porta, miagolando insistentemente per poter uscire e appena poté sgattaiolò veloce lungo le scale diretto nell’orto in qualche luogo a lui più congeniale. Il cielo cominciò a scurirsi e ben presto arrivò anche la pioggia accompagnata da tuoni e fulmini; mia madre ed io ci affacciammo alla finestra per vedere se riuscivamo a scorgere una macchia arancione che si aggirava nell’orto alla ricerca di un riparo, ma invano, nessuna traccia di Carota; pensammo quindi che avesse già trovato un posto al coperto dove proteggersi dall’acquazzone. Vedendo tuttavia che l’intensità della pioggia non diminuiva decisi insieme a mia madre di uscire a recuperare la bestiola; una volta nell’orto cominciammo a chiamare il suo nome e dopo pochi secondi udimmo un acuto miagolio provenire dall’interno di un leccio che mio nonno aveva piantato molti anni prima. Carota era lì, arrampicato sui rami di quel vecchio albero convinto che forse avrebbe potuto ripararlo dalla pioggia, ma in realtà era completamente zuppo: ci guardava impaurito e tremante con i suoi occhi verdi e continuava a miagolare, quasi volesse rimproverarci per il nostro ritardo nel soccorrerlo. Così non perdemmo tempo e mentre mia madre con un ombrello cercava di ripararci dalla pioggia che non dava cenno di voler diminuire, allungandomi sulla punta dei piedi riuscii ad afferrare per la collottola il nostro imprudente amico che per tutta risposta smise di miagolare, mi guardò con una fugace espressione riconoscente e si accoccolò fra le mie braccia. Una volta saliti in casa Carota non sembrava più quel fiero gattone che conoscevamo, bensì un piccolo pulcino fradicio: lo asciugammo alla meglio con un telo e poi fu la volta del phon che anch’esso faceva parte degli elettrodomestici mal tollerati dal nostro amico felino, ma quel giorno fece un’eccezione e si lasciò asciugare all’aria calda come se fosse stato in un salone di bellezza. L’avventura appena passata terminò con una lunga dormita sulla poltrona: chissà se quel giorno Carota aveva perso una delle sue sette vite?

Gli aneddoti da raccontare sarebbero ancora moltissimi, così come sono veramente tanti i ricordi che mi legano a quell’adorabile pel di Carota dagli occhi smeraldo; posso solo dirvi che un triste giorno uscì di casa per andare nel suo amato orto e sparì, quasi allo stesso modo di come, molti anni prima, era apparso. A niente servirono le nostre estenuanti ricerche: non lo ritrovammo più.

Ma ancora oggi, quando riguardo una sua foto o un ricordo riaffiora alla mia mente non posso fare a meno di sorridere e di ringraziarlo per avermi insegnato il grande valore dell’amore e del rispetto per gli animali. Ed è proprio per questo, che una mattina d’inverno mia madre e io decidemmo di andare al gattile: Carota sarebbe rimasto nel nostro cuore per sempre, ma era giusto poter dare amore e accoglienza ad un altro amico peloso. Ci innamorammo subito di lei, una gattina nera dagli espressivi occhi blu, inizialmente un po’ timida, ma molto affettuosa e giocherellona. Benvenuta nella nostra famiglia, Lulù…e un pensiero amorevole a te, Carota.

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