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Quel giorno di cui mi vergogno ancora

ConfyLab

L’autrice si presenta: Mi chiamo Maria Teresa Camarda e – dicono, ma io ho qualche dubbio – ho 36 anni. Nella maggior parte del tempo maneggio parole, per lavoro e per passione. E non vorrei fare nulla di diverso. Vivo in Sicilia, a Palermo, e mi piace pure, ma non posso fare a meno, ogni giorno, di sognare di stare da un’altra parte.

 

Storia vera di Maria Teresa Camarda

Non riesco a togliermi quella scena dalla testa. Quella orribile scena. Quella scena in cui io, donna adulta, compassionevole, sostenitrice dei diritti, ho mandato a quel paese un vecchietto un po’ svampito.
Non l’ho proprio mandato a quel paese, in fondo, ma il risultato è stato lo stesso.
E quello sguardo dispiaciuto che mi ha rivolto, adesso non riesco a cancellarlo dalla testa. Né dal cuore.

Seduta all’ombra, con più di 30 gradi attorno, aspettavo l’autobus nel primo pomeriggio, ammazzando il tempo parlando al telefono con una mia amica. Indossavo gli auricolari e gesticolavo un po’, con quell’effetto un po’ stupido che restituiamo agli occhi dei passanti quando parliamo al telefono con gli auricolari.
A un tratto, con la coda dell’occhio, nel caldo afoso, ho intravisto un vecchietto dall’altro lato della strada arrivare carico di sacchetti, sacchetti praticamente vuoti ma che per lui dovevano pesare quanto la mia borsa quando non so scegliere tra due libri e li porto in giro entrambi nonostante abbia con me anche il computer.
Camminava con quel passo di papera tipico di chi, vuoi per l’età vuoi per il peso, non riesce a sollevare bene i piedi. L’eleganza del suo vestito doppio petto si era dissolta nell’usura del tessuto. I capelli bianchi, come una semplice corona sopra le orecchie, erano tutti sparati in fuori. Aveva tutta l’aria di essere uno svitato. Chissà, forse anche un senzatetto.
L’ho notato così bene con la coda dell’occhio in quei pochi momenti? No. È nel ricordo che mi tormenta che i dettagli diventano evidenti, mentre ripasso nella mia testa la scena tante e tante volte cercando perdono.
A un certo punto, il vecchietto si è fermato e ha posato i sacchetti per terra con uno sforzo sovrumano, proprio lì, su quei gradini dove di solito si fermano i girovaghi a fare una pausa, magari aspettando l’autobus per il centro città, dove c’è più gente a cui chiedere l’elemosina “per il caffè”. All’improvviso si guarda attorno e, intercettato il mio sguardo – sì, mi ero soffermata a guardarlo – mi fa un cenno con la mano. Prova a dire qualcosa, ma la voce non gli esce nonostante lo sforzo. Se è uno svitato, un accattone, non faccio niente di male – mi sono detta – a guardarlo un po’ storto, dirgli che sono al telefono, fargli capire che non voglio essere disturbata.
Cosa vuole, una moneta? Ne ho già poche per me. Vuole parlare di cose da svitato? Non ho tempo e non ho voglia di reggergli il gioco per compassione. Poi magari puzza anche, quell’odore che meno reggo al mondo. No, grazie.

Una stronza, insomma.

Ho continuato imperterrita a parlare al telefono, ignorandolo, senza voltarmi più nemmeno per sbaglio nella sua direzione, accentuando con fare drammatico i gesti che facevo parlando con la mia amica perché capisse che non gli avevo mentito, lui non ne capirà tanto di tecnologia, ma io sono molto impegnata con i miei auricolari in una telefonata. Evito in tutti i modi, cercando però di ostentare naturalezza, di intercettare ancora i suoi occhi piccoli.
A un tratto, però, il movimento nella zona periferica del mio sguardo si accentua. Mi volto lentamente, perché non se ne accorga e non provi di nuovo a chiamarmi. C’è una donna con lui, una donna di colore, vestita bene ma semplicemente. Lui le fa un cenno mentre gli passa accanto, lei si ferma e si avvicina. È scettica, si vede. Anche lei probabilmente lo sta giudicando un po’ per l’aspetto. Ma ha più pazienza e lo ascolta; o meglio, osserva i suoi gesti per capire cosa vuole. Da lontano io non capisco. Poi vedo che lei allunga una mano e irrigidisce il braccio. Lui si appoggia a lei con la sua di mano e fa forza leggermente come fosse una ringhiera. E, forte del sostegno di quella donna di buon cuore, sale i due scalini che portano a un portone in ferro. Bianco come la cancellata che lo circonda.

Abito in questa strada da 36 anni e non mi ero mai accorta di questo imponente portone di metallo che dà accesso all’appartamento del pianterreno di un enorme palazzone da tredici piani.
Quell’anziano signore aveva soltanto bisogno di una mano per appoggiarsi, per salire quei due scalini che portano alla sua casa.
Con il cuore puro, la ragazza di colore si avvicina quindi alla fermata dell’autobus e si mette in attesa, scambiando anche un sorriso con alcune delle altre persone presenti sotto la pensilina. Io intanto sento che ho perso un briciolo della mia umanità e avverto un piccolo bruciore allo stomaco.

Poi, l’autobus è arrivato, la telefonata con la mia amica si è conclusa, io sono arrivata a destinazione e il lavoro mi ha sommersa. Non ho più pensato a quello che era successo per tutto il giorno. Eppure la colpa era annidata dentro di me.

Prima di addormentarmi, quell’immagine è tornata a tormentarmi. E mentre cercavo di non piangere, di giustificarmi pensando a come la società ci ha corrotti, ci ha induriti, ci ha allontanati gli uni dagli altri, ho capito che non avevo alibi e che avevo bisogno di perdono.
Come sempre quando mi sento in un vicolo cieco, la mia mente si è rivolta alla religione per trovare una soluzione. Ho sperato di non dover scoprire un giorno che quella più fondata è il Buddhismo, con tutte quelle storie sul karma, perché dopo il mio comportamento di oggi potrei vedermela brutta. Ho pensato di tornare in una chiesa, entrare in un confessionale, dopo almeno vent’anni, e raccontare tutto a un prete sconosciuto nel sacramento della penitenza. Dio avrebbe dovuto perdonarmi: funziona così, no? Sì, forse. Ma chi avrebbe guarito la mortificazione di quell’anziano signore?

Era anche quella sensazione a tormentarmi, il pensiero di aver offeso lui, sbattendogli in faccia con arroganza e supponenza tutta la miseria della sua condizione.

No, Dio mi avrebbe perdonato, ma non mi poteva bastare: avrei chiesto che facesse qualcosa di bello anche per lui. Dio me lo deve, d’altronde, dopo aver spezzato con la realtà diverse illusioni della mia infanzia. Purtroppo, però, l’agnostica che è in me prevale sempre. Quindi la via della Chiesa non poteva darmi pace.

Inoltre, che ne sarebbe stato del mio obiettivo, sbandierato più volte e suggerito agli ami, di trovare sempre un modo per riparare agli errori: se hai sbagliato, paga, chiedi scusa, solo così l’errore può essere perdonato, superato. Quindi perché adesso lo stesso ragionamento non dovrebbe valere per me?

E così il giorno dopo, mentre ero di nuovo lì, nello stesso posto, davanti allo stesso portone di metallo verniciato di bianco, ad aspettare l’autobus, mi sono immaginata bussare a quel citofono con la targhettina gialla con su scritto un cognome, probabilmente quello dell’anziano signore. E una volta sentito il clic della comunicazione aperta chiedere di lui, se avesse risposto, che so, una badante, e poi a lui dire: «Salve, mi scusi se la disturbo. Sono la ragazza di ieri, quella che parlava al telefono, quella che non l’ha aiutata ad appoggiarsi per salire gli scalini. Guardi, volevo soltanto chiederle scusa perché sono stata molto maleducata. Spero possa perdonarmi».

Confidenze