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A volte ritornano di Arianna Versaci

ConfyLab

L’autrice si presenta: Sono Arianna Versaci,  erede di una famiglia blasonata senza portafoglio, sono nata nella splendida Siracusa e, per gli inesplicabili disegni del Fato, sono atterrata in Veneto dove vivo e lavoro. Con la Trinacria nel cuore e il Leone di Venezia negli occhi, affronto la vita e affetto le sfide con la spada dell’ironia. Lungi da indulgere in sdolcinatezze e ipocrisie, sono convinta che il matrimonio sia il magico incontro tra due patologie compatibili. La mia più grande vittoria? La mia meravigliosa figlia che, non a caso, si chiama Allegra! Sogno nel cassetto? Pubblicare il mio libro semiserio di racconti sentimentali, prima che le tarme lo mangino!

 

Quando qualche amica mi parlava di ritorni di fiamma la guardavo e pensavo “a me non succederà mai, quando taglio è per sempre”, eppure… la Vita mi ha insegnato che non bisogna mai dire mai.

Ero ormai abbondantemente biventenne, moglie fedele e madre felicemente imperfetta, stavo accompagnando mio marito a una cena sociale e proprio mentre mi accomodavo al nostro tavolo era apparso lui: il Principe Azzurro della mia prima giovinezza. Leopoldo si era letteralmente materializzato dal nulla, presentandosi agli altri commensali col suo solito sorriso, la sua cordialità e quello sguardo che quindici anni prima mi aveva conquistata in un secondo. Alto, biondo e con gli occhi azzurri, sempre elegantissimo, alla moda e con tanto di blasone, era apparso ai miei occhi la concretizzazione delle favole. Lui era il bel Principe che si era accorto di un’antiprincipessa con qualche chiletto di troppo. All’epoca avevo i miei corteggiatori, ma si avvicinavano più al modello “tronista della porta accanto” che non a Felipe di Spagna. All’epoca ero una ragazzotta belloccia, una ventenne formosa che scorazzava sul tacco dodici, sorridendo alla vita e sperando di realizzare le proprie ambizioni. Lo avevo incontrato a una mostra ed eravamo diventati subito amici, finendo a chiacchierare per un’ora intera al bar del museo. Tutto in lui era nuovo e affascinante, la sua galanteria, il saper scegliere il vino giusto e persino la capacità di spiegarmi la differenza tra il tiramisù classico e quello destrutturato. Per me era iniziato un periodo meraviglioso, fatto di eventi, serate mondane, ristoranti raffinati e, soprattutto, lunghe chiacchierate, durante le quali mi diceva: «Tu non sei come le altre. Adoro parlare con te, mi capisci, mi permetti di essere me stesso. Sei una persona speciale, mi ascolti e non mi giudichi per gli abiti che indosso o per la macchina che guido». Io ne ero letteralmente cotta, tanto da non accorgermi che lui non si stava affatto innamorando di me, ma che mi usava come il cestino della sua spazzatura esistenziale. Ero solo uno sfogatoio, un ibrido mitologico a metà tra un Prete e uno Psicologo… ovviamente gratis e disponibile a qualunque orario per ricevere le sue confidenze. Trascorrevo ore e ore al telefono con lui, che mi raccontava dei suoi fantasmagorici progetti, dei suoi dubbi amletici e dei posti meravigliosi nei quali desiderava tanto portarmi. Dopo un anno, il mio Principe mi disse che si sposava con una fanciulla del suo ambiente, col pedigree giusto e il portafoglio gonfio; certamente si rendeva conto che non poteva fare a meno di me, che mi voleva comunque nella sua vita, ma da amica sarei dovuta diventare anche amante perché, inutile negare, si era accorto che ero meno fine, ma sicuramente più appetitosa della futura moglie magrissima e biondissima.

Per indorarmi la pillola ebbe la faccia di bronzo di dirmi «Guarda che è meglio per entrambi, resteremo amici e ti prometto che trascorreremo anche qualche fine settimana insieme. Potrei portarti in giro per le Capitali Europee. Che ne pensi?». Io sognavo il viaggio di nozze e lui mi proponeva il fugone nascosto, magari camuffato da convegno professionale. Mi vedevo già, che bella fine che avrei fatto… sarei sfiorita nell’attesa che Leolpoldo, accortosi dell’abbaglio, avrebbe mollato la moglie e sarebbe convolato a seconde nozze con me. Lui avrebbe avuto una bella famiglia, con tanto di cenone di Natale e regali da scartare con figli e nipoti, mentre io sarei rimasta a casa, da sola, mangiando una scatoletta di tonno e guardando in televisione le immancabili repliche del  “Piccolo Lord”. Non ero una Principessa, ma neanche una zerbinotta in reggicalze! Mi alzai, con sforzo sovrumano riuscii a non versare una lacrima, ma la mia anima meridionale venne fuori e gli urlai le parolacce più brutte che conoscevo, augurandogli di strozzarsi con i confetti. Questa scena edificante si svolse in un bel ristorante alla moda, con lui che mi pregava di contenermi ottenendo la reazione opposta. Nel silenzio della sala, le uniche voci erano le nostre, la mia (che sembrava quella di Don Vito Corleone) e la sua (un flebile topo Gigio). Prima che la sicurezza mi prelevasse a forza per gettarmi nel bidone dell’umido, mi girai e uscii di scena tra la curiosità generale. Tanto per non farsi mancare nulla, il suo bel matrimonio fu oggetto di un servizio giornalistico. D’altra parte il blasonato e pluricognomato Leopoldo impalmava a Cortina d’Ampezzo, Perla delle Dolomiti, la dolcissima e algidissima Costanza Olimpia Vattelapesca, figlia dell’omonimo industrialotto della moda. Un evento da favola, cui furono invitati Vip, ricchi finto nobili e nobili veri senza un soldo (tirati a lucido per l’occasione), starlette smutandate e principi della finanza; insomma tutti quelli che lui sosteneva di non sopportare. Le foto sul giornale erano un pugno allo stomaco, Leopoldo e Costanza Olimpia erano una bella coppia e le cinque pagine dedicate al loro grande giorno mi fecero piangere disperatamente. Questa allegra lettura si svolse mi trovavo dalla parrucchiera che, poverina, pensò mi disperassi perché temeva di avermi sbagliato la tinta. Grazie a quell’articolo provvidenziale, venni a sapere che i nubendi si frequentavano da appena sei mesi e che il loro era stato un colpo di fulmine.

Fu una delusione enorme, non lo rividi più e ci misi un po’ di tempo a riprendermi. Per qualche tempo mi chiesi stupidamente se avessi sbagliato qualcosa, cosa avesse lei in più di me (a parte un fisico pazzesco e tre lauree) e dopo tante lacrime, ricominciai a ridere, a canticchiare le canzoni del Piotta e guardare i film di Vanzina.

Solo mia madre, col suo inguaribile ottimismo e la sua feroce ironia, mi fece vedere tutto in un’ottica zen: aver conosciuto il bellimbusto doveva aver portato qualcosa di buono, per cui non era il caso di strapparsi le vesti. In effetti, averlo incontrato mi aveva permesso di interessarmi all’arte moderna, di imparare a vestirmi in modo più sobrio e, cosa che serve sempre nella vita, avevo imparato a realizzare degli origami.

Tempo dopo avevo conosciuto il meno coreografico e più concreto Alex, che senza giri di parole mi aveva detto che non saremmo stati la famiglia del Mulino Bianco o Albano e Romina ante rottura, ma che avrei avuto nelle mie mani il suo cuore e le chiavi della sua macchina.

Il nostro matrimonio era stato benedetto dalla nascita di una bambina meravigliosa e io mi sentivo una donna realizzata, che ai vernissage esclusivi preferiva le feste per l’infanzia  con tanto di palloncini colorati e si appassionava col truccabimbi. Organizzavo qualche aperitivo o una serata con le amiche, vedevo crescere mia figlia e vivevo con pienezza questa fase così importante della mia vita. Leopoldo era figura lontana, sepolta da qualche parte insieme ad altri tipi strani dei quali non ricordavo più il nome e perfino la faccia. Non rievocavo il passato, la cui unica cosa che rimpiangevo era la taglia 44 e il mio mitico bikini rosso.

 

E adesso eccolo lì, riapparso dalle nebbie dei ricordi, bello come il sole, che faceva il simpatico con i commensali e mi guardava sornione fingendo di avermi appena conosciuta. Era estremamente controllato ed ebbi il dubbio, poi confermatomi, che sapesse benissimo della mia presenza ed infatti aveva chiesto all’organizzatore di sedersi proprio al mio tavolo.

Le donne lo guardavano con ammirazione, gli uomini lo ascoltavano con interesse e io ero diventata incapace di proferire parola. Mi accorsi che non portava la fede e alla domanda esplicita di una delle signore, rispose che era un single di ritorno; scherzò sul fatto di essere troppo impegnato col lavoro per trovare la donna ideale e che, in ogni caso, il secondo mercato offriva occasioni meno appetibili. Disse che per essere felice avrebbe dovuto rubare la moglie a un altro, una sorta di ratto delle Sabine 2.0. Feci finta di non capire la sua battuta, ma dallo sguardo con cui l’aveva accompagnata, era chiaro che fosse rivolta a me.

Mio marito mi informò che si trattava di un potenziale socio dell’azienda per cui lavorava, un tipo piuttosto simpatico che parlava spesso con i vertici e non dimenticava di portare i cioccolatini alle segretarie.

Ero sconvolta, nonostante tutto ero felice di rivederlo e mi sentivo in colpa verso me stessa e la mia nuova vita. A fine cena Leopoldo mi mandò un messaggio e io, come la sventurata Monaca di Monza, risposi. Mi raccontai che mi allettava l’idea di parlare di qualcosa di diverso dai soliti argomenti, che ormai erano sostanzialmente tre: come scegliere la scuola migliore per la prole, come coprire i primi capelli bianchi ed eliminare la cellulite. In realtà, da brava masochista, volevo essere nuovamente corteggiata, proprio da colui che mi aveva illusa anni addietro.

Iniziò un mese di messaggini, tutti all’insegna di una educata cortesia e di una ritrovata confidenza. Mi sentivo veramente e pericolosamente felice, ma avvertivo la sensazione di essere una mosca che stava cadendo in una ragnatela.

Passavo le mie giornate a controllare il cellulare, ogni trillo mi sembrava una confessione e così decisi di silenziarlo. Risultato: mi ero trasformata in una sorta di adolescente brufolosa, che tenta di nascondere ai genitori il suo bad boy che sgomma in motorino. Mia madre sentì puzza di bruciato e moltiplicò le sue telefonate, che, immancabilmente, di qualunque cosa avessimo parlato, si concludevano con un «Per rincorrere le chimere, si perdono le cose vere». Ma come aveva faceva a sapere sempre tutto? Pensai perfino che avesse dei poteri paranormali… mentre in realtà vantava e ha tuttora una rete di amiche in pensione che si sono riciclate quali spie degne del Mossad. Fu un periodo di sommo stress, divisa tra i sensi di colpa e l’idea di vivere un brivido trasgressivo.

Arrivai perfino a chiudermi in bagno, estasiata dall’idea di sedermi a bordo vasca, ascoltando i suoi interminabili monologhi. Dinanzi a codeste pause, le mie colleghe mi chiesero se avessi qualche problema di salute che mi costringeva a correre così spesso in bagno e io me la cavai con la battuta dell’anno «Amiche mie, a una certa età la prostata si fa sentire!».

In soli tre mesi decorsi da quella malaugurata cena si era verificata per me una discesa negli abissi: entravo appieno nel tunnel della Leopoldite e non sapevo se e quando ne sarei uscita. Eravamo passati dai messaggini alle telefonate e, durante l’ultimo periodo, aveva perfino cercato di convincermi a sentirci utilizzando anche la webcam. Rifiutai quelle videochiamate solo perché sarebbe stato logisticamente impossibile effettuarle e mi metteva ansia l’idea di dover restare sempre in ghingheri aspettando la sua chiamata giornaliera. Creai un profilo falso su Facebook e presi a spiarlo. Che vergogna, non avrei potuto cadere più in basso. Il dato positivo fu che, piena di adrenalina, mi iscrissi in palestra e, come un criceto tenace, corsi chilometri e chilometri sul tapies roulant e mi misi a dieta.

Non sfogliavo margherite solo perché, vivendo in città era difficile trovare prati dai quali coglierle.

Certo di avermi in pugno, lui mi propose di cenare insieme e io, per trovare il giusto compromesso con la mia coscienza e non sentirmi troppo in imbarazzo, lo convinsi a trovarci a pranzo. Leopoldo, seppure con un malcelato stupore, accettò, a patto di scegliere lui il locale.

Per fare “bella figura”, andai dal parrucchiere, acquistai un paio di calze modellanti e un body supercontenitivo, feci la fame per una settimana ed entrai in un sobrio tubino nero le cui cuciture mi pregavano di non starnutire per non cedere. Risultato? Sembravo la Kim Kardashian dei poveri che andava a inaugurare un centro commerciale nella provincia americana.

Fu così che, agghindata a festa, mi presentai nel locale più trendy del momento, un ristorante giapponese dove lui era di casa. Fu un salto nel tempo, solo le sue tempie ingrigite e le mie scarpe rasoterra testimoniavano che qualche primavera ci aveva allontanati.

Lo sentivo parlare, elogiare il sushi come anni prima aveva fatto con la cucina molecolare, ripeteva il solito copione e io non ero più la ragazzotta ingenua di un tempo. Tra un chicco di riso scotto e una fame boia, la verità squarciò il velo dell’apparenza e io rientrai in me stessa. Compresi, finalmente, che il caro Leopoldo era in realtà un bellissimo contenitore completamente vuoto, un istrione che ripeteva a memoria un ruolo; uno capace di mollare la moglie quando la fabbrica del suocero aveva chiuso i battenti. Mi accorsi di non poter frenare un solenne sbadiglio, smisi di ascoltarlo e presi in mano il mio cellulare. Vidi la foto di mia figlia che mi sorrideva dallo schermo, con quel bellissimo volto che aveva saputo integrare i lineamenti delicati del papà con quelli più marcati della sua folle mamma. Con una scusa andai in bagno e mi guardai allo specchio, ma come mi ero conciata? Mi misi a ridere e mi chiesi mentalmente perdono, tolsi le calze supercontenitive e giuro che sentii le mie gambotte urlare GRAZIE.

Pensai alla mia vita, alla concretezza di mio marito, alla mia immensa gioia di essere madre e sorrisi. Tornai al tavolo, ma resistetti poco, mi alzai a metà pranzo, salutai il mio vecchio fantasma e gli dissi «Caro Leopoldo, perdonami, oggi ho capito che al sushi preferisco un panino con la soppressa».

Pagai il conto e filai via, lasciando di stucco un Principe Azzurro divenuto ormai celestino pallido.

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