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A casa di Jane

Cuore

“A casa di Jane” di Annalucia Lomunno, pubblicata sul n. 48 di Confidenze, è la storia più apprezzata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Da ragazza, avevo apprezzato i romanzi della Austen, ma non immaginavo che Orgoglio e pregiudizio sarebbe diventato il mio incubo. Sì perchè mia madre pretendeva sul serio la ricerca di un buon partito…

Storia vera di Giorgia M. raccolta da Annalucia Lomunno

 

“È cosa risaputa che uno scapolo in possesso di un vistoso patrimonio abbia bisogno soltanto di una moglie. Questa verità è così radicata nella mente della maggior parte delle famiglie che, quando un giovane scapolo viene a far parte del vicinato – prima ancora di avere il più lontano sentore di quelli che possano essere i suoi sentimenti in proposito – è subito considerato legittima proprietà di una o dell’altra figlia”. Sì, ogni volta che mia madre organizzava un’imboscata strategica per maritare le sue figlie, io ripensavo inevitabilmente a Jane Austen, alle belle tappezzerie, ai balli, agli incontri, ma soprattutto ai secoli non trascorsi. E a quanto la sua sottile trasgressività fosse incisiva, autentica e necessaria. Da ragazza ero stata un’appassionata lettrice dei suoi romanzi, ma ancora non sapevo che l’incipit di Orgoglio e pregiudizio mi avrebbe perseguitato per tutta la vita.

Mia madre voleva ardentemente che io e mia sorella ci sposassimo. E voleva che il prescelto fosse il classico, ottocentesco buon partito. Un uomo solido, sfacciatamente benestante con serie intenzioni. E non era il tipo che avrebbe mai scavato più a fondo, cercando di stanare con la dovuta saggezza un barlume consolatorio di fascino, no, lei voleva certezze e non sogni. Ed effettivamente mi rendevo conto che mai mi avrebbe presentato un tipo anche lontanamente paragonabile all’irresistibile protagonista di quel libro, Mr Darcy. Quindi il mio romanzo preferito restava persecutorio a metà. Non era mai una faccenda particolarmente gradevole, ma io e mia sorella, due single convinte e indipendenti, assecondavamo questi grandi eventi come se fossero ogni volta il pranzo di Natale.

E in realtà l’enfasi era quella: mia madre mostrava l’apparenza migliore, le stoviglie preziose, lucidava i pavimenti, disponeva mazzi di fiori in ogni dove, e forniva ai suoi ospiti l’illusione di un brio perenne e immarcescibile. Nessuno immaginava di quale farsa si trattasse, perché lei amava fare le cose davvero in grande, e il papabile marito ci veniva presentato all’interno di una cornice di tutto rispetto, un party, un rinfresco – un “buffet rinforzato” come amava chiamarlo lei – al quale partecipavano un certo numero di ospiti. Numeri appunto, venuti lì, giusto a fare da scenografia plaudente. Mi rendevo conto ogni volta che si trattava di situazioni inutili e strazianti, ma io e mia sorella cercavamo di trovare sempre il lato comico della cosa: “Stasera si va casa di Jane”. Diceva quasi sempre così l’sms che ci scambiavamo di nascosto quando la padrona di casa ci richiamava entrambe all’ordine. Se solo la vera Jane Austen ci avesse visto, avrebbe sorriso e magari avrebbe scritto un nuovo indimenticabile capolavoro.

Io, intanto, ben lontana dalle campagne collinose dello Hampshire, mi apprestavo per l’ennesima volta a incontrare uno sconosciuto, che sapevo già non mi sarebbe piaciuto. Ma intanto sceglievo un vestito, un paio di scarpe, e nel frattempo amavo riflettere sull’imprevedibilità e la bellezza del destino. Su quanto fossi felice della mia esistenza, delle mie storie d’amore, di quanto fosse sacrosanta la mia passione per le passioni vere. Mi sarei mai sposata? Non c’era una risposta che mi premesse, che rientrasse tra le mie priorità, avevo 35 anni ed ero felice così. Mia sorella poi, che aveva fatto della ribellione una specie di sua bizzarra religione, teneva a ribadire che avrebbe aspettato me – più grande di due anni – prima di prendere la decisione solenne. Ero sola quindi, contro i disegni e i desideri debordanti di mia madre che, anche quella sera, mi mise davanti un uomo che non mi incuriosiva affatto. Faceva freddo, pioveva, la cucina era in subbuglio, e la persona che avevo appena conosciuto, il nuovo vicino di casa, l’imperdibile buon partito era davvero lontano anni luce dalle mie aspettative sentimentali e sessuali. Ed ero stata costretta dalle circostanze, anche a concedergli 15 minuti esatti di conversazione, un preciso quarto d’ora di celebrità. Poi, era finita lì, perché in verità anche lui pareva visibilmente annoiato, non interessato, imbarazzato tanto quanto me. Era il solito guaio e non sapevo come fare, visto che, sovvertendo ogni prevedibile pronostico, mia madre aveva imposto sin da subito e a sorpresa, una cena vera e propria con tanto di punitivo segnaposto a forma di cuore. Quindi addio buffet mordi e fuggi, addio libertà, finger food, aperitivi lampo, addio tutto quanto. Mi toccava sorbirmi questo tizio che trovavo insopportabile, e considerare il tedio della faccenda giusto come un’alterazione appena straziante del mio solito ritmo.

Ma la serata mi avrebbe riservato spunti di riflessione assolutamente inaspettati. Lo sconosciuto della porta accanto infatti, sconvolgendo l’ineccepibile organizzatrice di eventi – vale a dire la mia infaticabile e inconsolabile madre – puntava il suo sguardo e la sua attenzione altrove, o meglio, sul vestitino strizzato e scollato di una mia anonima cugina. Anonima, nel senso di insignificante, sottovalutabile, carta-da-parati. Eppure a volte, proprio ciò che ci appare più scontato, ci piomba addosso come un avvertimento divino. Lei si chiamava Veronica, e in realtà quella sera, colpita dall’interesse del futuro, potenziale amante, era diventata un’altra donna. Simpatica, brillante, ironica al punto giusto, lo riempiva di sorrisi e di barzellette, faceva di tutto per piacergli.

Ma in realtà gli piaceva già, e parecchio, perché non era affatto così anonima come credevamo noi. Anzi, aveva uno sguardo bello, vivace, seducente, e un fisico perfetto. Io ero divertita, anzi, affascinata da queste dinamiche di corteggiamento reciproco, li osservavo, e capivo che a volte la vita trasforma le cose, le fa diventare straordinarie sul serio, inventa trame e sottotrame, e mette insieme proprio le persone giuste. Paradossalmente quest’incontro così impensabile e così ben riuscito mi rasserenava, perché confermava quello che avevo sempre pensato: l’amore arriva per tutte, ma non bisogna stalkerarlo, altrimenti scappa. E io avevo un’esistenza intensa, un lavoro che amavo (insegnavo filosofia, mi confrontavo con i pensieri e la bellezza ogni santo giorno) amici, amiche, cose da fare e da inventarmi, non volevo trovare marito a ogni costo, stavo bene così. Volevo che l’amore arrivasse con naturalezza, con determinazione, volevo che l’attrazione fatale fosse qualcosa di autentico, proprio come era successo a Veronica.

Quella sera lasciai mia madre sgomenta, sola con le sue tovaglie sporche, e un fallimento, l’ennesimo, di proporzioni gigantesche, nel cuore. Io invece, prima di riaccendere il motore della mia auto e di ritornare alla mia vita di sempre, ho guardato il cielo stellato per un attimo solo: era una cosa davvero perfetta, sì.

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