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Colpo al cuore

Cuore

“Colpo al cuore” di Elena Vesnaver, pubblicata sul n. 52 di Confidenze, è una delle storie vere apprezzate dalle lettrici questa settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Sono molto giudiziosa, non ho mai fatto il passo più lungo della gamba. La mia follia di chiama Milo, è il centro del mio universo, ma tra noi non può durare. Un giorno lui riappare, dice «Vieni da me?», e tutte le mie barriere cadono. Ma non so se avrò il coraggio di essere felice

Storia vera di Bianca G. raccolta da Elena Vesnaver

 

Accidenti, da agitata capitano tutte, anche la serratura che si imbroglia. Accidenti, voglio solo entrare a casa mia, chiedo troppo? E fare ordine nella mia testa o dimenticare, ecco molto meglio dimenticare, molto più sano, quando si tratta di me e di Milo, soprattutto.

Mi butto sul divano e chiudo gli occhi fortissimo. Non voglio vedere la luce dell’alba che filtra dalle persiane e la mia casa che diventa livida e vuota. Vuota. Come la mia vita senza quel farabutto, tanto vuota che ora non so se ne valeva la pena di tenerla in ordine, a posto, perfetta, ma senza Milo.

Mi giro su un fianco e ho freddo, vorrei un nido caldo e comodo dove potermi abbandonare e lasciare semplicemente che il tempo scorra, mi scivoli addosso, non mi faccia male. Voglio le braccia di Milo, a chi la racconto? Anche se niente è comodo, quando sono con lui.

Non è la mia casa che è brutta all’alba, è la mia esistenza che non è granché in qualunque momento del giorno. Accidenti.

Un viaggio di lavoro, uno stupidissimo viaggio di lavoro che avrebbe potuto fare chiunque e invece hanno mandato me che non avevo neppure voglia di partire. Me la sentivo? No, semplicemente non ho voglia di fare quasi nulla già da un po’, da un anno più o meno, da quando Milo non sta più con me, da quando ho riconquistato la vecchia Bianca, bella roba.

Comunque sono partita, ho passato tre giorni a Berlino a battere i denti per il freddo e a star dietro a una serie di pratiche noiose poi, come il cielo ha voluto, ho preso l’aereo che mi avrebbe riportato a casa.

Mi ricordo che ero seccata perché non mi avevano dato il posto sul corridoio, odio viaggiare schiacciata tra due sconosciuti e avevo deciso che avrei dormito tutto il tempo, la maniera più pulita per non dare confidenza.

Avevo chiuso gli occhi, non stretti come adesso, ma con tutte le intenzioni di tenerli chiusi fino all’arrivo e poi è successo, solo che non poteva essere, non era possibile, no e invece, il colpo al cuore, il solito, quello di ogni maledetta volta, il profumo e quel modo che ha solo lui di spostare il mondo intorno a sé. Ma la verità era che non poteva essere, non poteva davvero.

«Ciao, Bianca». Non esiste una voce uguale, lo so, una voce capace di farmi morire e rinascere, la voce che continuo a sentire anche se non dovrei e per un momento, sono sincera, ho pensato che fosse un sogno, uno di quei sogni traditori che arrivano nei momenti che meno te lo aspetti e ai quali sto faticosamente cercando di fare l’abitudine.

«Ciao, Milo». Ecco, non ho mai incontrato nessuno che avesse i suoi occhi scuri e pieni di lampi, divertiti ma capaci di diventare pericolosamente profondi e io lo so, perché ci sono annegata dentro giorno dopo giorno, ogni volta che siamo stati insieme e ogni volta che me li sono soltanto immaginati.

Ma Milo era lì, seduto di fianco a me, splendido come sempre e io ho fatto un pensiero stupido, ma stupido davvero. Perché non ho tenuto le lenti a contatto? Perché non mi sono messa il tailleur che avevo ieri?

Che sciocca, come se facesse differenza. Io resto la tipa grigia che, per un pasticcio del destino, si è innamorata di un purosangue e anche quando mi metto in tiro, posso buttare polvere negli occhi agli altri, a lui no, lui sa chi sono e anch’io lo so.

«Una donna da amare» rispondeva quando gli chiedevo che cosa ci vedesse in me, però gli è passata presto e non posso dargli torto.

 

 

 

Mi ha guardato, ha sorriso, ha messo la sua solita sacca da viaggio nella cappelliera, perché non si sia ancora comprato un trolley decente come tutte le persone normali per me resta un mistero, si è seduto con un sospiro soddisfatto, per poi riprendere a fissarmi. Perché non la smetteva? Non lo capivo, ci eravamo salutati, no? Mi pareva più che sufficiente.

Avrei potuto tornare a casa prima, mi sono detta, avrei potuto prendermi un giorno e partire dopo e non avrei incontrato Milo, ma avrei anche potuto fare finta di niente mentre lo avevo accanto, tanto per cambiare, due parole come con un conoscente qualunque e via, chiunque lo farebbe, incontrando un ex. Figuriamoci, con Milo non sono mai stata capace di comportarmi in modo ragionevole.

«Lavoro?» mi ha chiesto, slacciandosi i polsini della camicia.

Ho fatto di sì con la testa, non mi fidavo della mia voce e poi ho cercato di concentrarmi su altro, lo schienale del sedile davanti per esempio, la gente che arrivava, la ragazza dark che ci ha fatto alzare tutti a due per sedersi al suo posto, qualsiasi cosa, ma dovevo smetterla di essere dolorosamente consapevole di averlo vicino, di ogni suo movimento, di quel calore che ricordavo tanto bene e mi mancava, Dio, quanto mi mancava.

Adesso mi metto a piangere.

Basta, non devo star qui a ricordare, ora mi faccio una doccia, poi telefono in ditta e cosa gli dico? Gli dico che sto male, che ho l’influenza, che non ho voglia. Io non ho voglia di niente, adesso. Che bugiarda. Che tremenda bugiarda. Ma quando quello che si vuole è impossibile da ottenere, meglio trovare qualcosa di più semplice. Cosa ho detto che voglio fare? Una doccia, ecco, questo è facile.

È stato un volo strano. Se ci penso mi sembra lunghissimo, eterno e poi brevissimo, invece; quasi senza parole, almeno da parte mia, ma nemmeno Milo, stranamente, ha parlato molto, due frasi sui suoi impegni a Berlino, sui suoi progetti e basta. Però mi ha guardata, lo so che mi ha guardata, tutto il tempo.

Io non ho guardato lui, mi sono impegnata per non farlo e le poche volte che ho alzato lo sguardo, ho trovato i suoi occhi lì, addosso, ma tanto lo sapevo. Per tutto il tempo me li sono sentita sulla pelle, testardi, quasi mi volessero imparare di nuovo a memoria.

La doccia non riesce a cancellare la spiacevole sensazione di gelo che mi è rimasta appiccicata e nemmeno i vestiti caldi e asciutti che mi infilo in fretta mi confortano, ma tanto lo so che niente può essere come Milo, niente riesce a farmi altrettanto bene e no, non me ne ero dimenticata, diciamo che ho imparato a scendere a patti con i ricordi e ora come faccio? Dio, come sono cretina.

 

 

 

Non so cosa sia successo, non so perché lo abbia fatto, forse perché a metà volo abbiamo trovato delle turbolenze e lui sa che mi spavento, forse semplicemente perché, come direbbe lui, ne aveva voglia, all’improvviso ho sentito la sua mano sulla mia.

Non la stringeva, non troppo, quello che bastava per farmi sentire confusa, per farmi battere il cuore e ritrovarmi a casa.

Avrei potuto strappare via la mano o toglierla con un sorriso e una battuta, chiedergli cosa cavolo aveva intenzione di fare, chi credeva di essere, ma non volevo spostarla la sua mano, questa è la verità.

Era bello, che altro posso dire.

Credo di aver sperato che quel viaggio continuasse all’infinito, oppure che ci riportasse indietro nel tempo, quando eravamo insieme, quando ero felice, quando lo amavo, ma questo non è difficile, lo amo ancora.

Basta così poco per cancellare tutti i buoni propositi?

Con Milo sì, se si tratta di noi due, sì.

Sì, come gli ho detto sì appena scesi dall’aereo, sì e ancora sì. «Vieni da me?». Ho detto sì, solo sì. Sì, mille volte sì.

Ci siamo baciati in macchina, proprio come la prima volta, con la stessa fame e non so davvero chi è stato a cominciare, io, lui, tutti e due, presi dallo stesso desiderio e senza sentire più niente, a parte la pioggia che cominciava a cadere e ci faceva sentire un unico corpo e una sola pelle.

Mi sono svegliata che era ancora buio.

Milo respirava contro il mio collo e il suo braccio mi stringeva la vita, sempre così con lui, non lascia vie di scampo, niente uscite di sicurezza, devi stare lì, se vuoi scappare non puoi, ma io non volevo, stavo così bene.

Sono rimasta ad ascoltare la pioggia, il suo cuore contro il mio, il tram che passava sotto casa per una di quelle corse notturne che chissà a chi servono. Sono rimasta ferma e basta, per berlo tutto quel momento, e per portarmelo via quando fossi dovuta sparire, perché avrei dovuto e anche in fretta.

«Non cambi, vero Bianca? Sempre pronta a scappare».

Le sue parole mi hanno spaventato, in quel momento, mentre cercavo la determinazione per alzarmi e andare via, però mi hanno anche fatto arrabbiare. Io sono quella che scappa? Io sono quella che sparisce? E anche se fosse, ci sono stata costretta e lui non può stare lì e darmi colpe, è l’ultima persona che può farlo.

«Smettila».

Non ho mai sopportato che mi dicesse di smetterla. Non ho mai sopportato che mi sbattesse in faccia quello che sono, una che scappa, una che è scappata in passato, una che ha paura prima ancora che le cose accadano. Se accadono.

«Smettila» ha ripetuto e mi ha stretto forte, talmente forte che mi sono dimenticata di tutto, anche di scappare.

Le notti sono lunghe, sempre, la differenza è che possono essere stupende, oppure orribili, uniche come ogni notte con Milo, o insopportabili come quelle che passo senza di lui, sul mio divano, a contare le ore. Le notti sono lunghe e qualche volta fa male e qualche volta è una fortuna, quando sono con Milo lo è sempre una fortuna, anche questa notte che è appena passata, eterna e meravigliosa, però sono scappata lo stesso alla fine, non l’ho ascoltato e sono fuggita e ora mi sembra di aver combinato la più grande stupidaggine della mia vita.

“Smettila” mi sembra di sentire la sua voce.

Dovrei smettere, cambiare? Sì, ma non so cosa, forse di essere come sono.

Di essere Bianca che non vuole fare il passo più lungo della gamba, di essere giudiziosa, precisa, di avere un’unica follia, la sola che mi fa battere il cuore, Milo, amore mio, mia pazzia, centro del mio universo.

L’altro giorno ho incontrato un’amica che non vedevo da parecchio e mi ha chiesto se mi era passata, se finalmente mi ero messa l’anima in pace: «Perché non era per te, capisci, lo sapevamo tutti come andava a finire».

Ma che ne sanno?

 

 

 

Cosa mi ha detto Milo mentre mi rivestivo in fretta, cercando di non guardarlo perché altrimenti sarei rimasta?

«Io sono quello che sono, Bianca, ma per amore si può cambiare. Dammi una ragione per farlo, però e comincia ad amarti come ti amo io».

Ho fatto tutta la strada fino a casa mia quasi correndo per le strade ancora vuote, senza sentire altro che le parole di Milo che continuavano a risuonarmi nella testa e anche ora e non le vorrei ascoltare.

“Ti amo” mi ha detto. “Ti amo. Ti amo e tu amati come ti amo io”. Fosse così facile.

Lo specchio mi rimanda la mia solita immagine grigia e tranquilla e no, non trovo che sia semplice imparare ad amarmi, non ora, dopo anni che mi sopporto e al massimo mi faccio tenerezza, a volte nervoso e per tutto l’anno passato senza Milo mi sono fatta pena, perché avevo perso l’uomo della mia vita, come avevo fatto a essere tanto idiota?

«Amati come io ti amo» mi ha detto  «E torna da me».

Ho finto di non sentire quelle ultime parole, per non restare male quando avessi scoperto che era una frase buttata al vento e non significava molto, mi sono rifiutata di crederci e ora sto qui a ripensarci.

Dovrei amarmi anche solo per come Milo mi guarda. Non so cosa ci trovi in me, non l’ho mai capito e ogni volta che gliel’ho chiesto, lui si è messo a ridere.

Dovrei amarmi anche solo per quello che siamo quando stiamo insieme, per i nostri respiri mischiati, per le nostre vite tanto diverse che magicamente, per un’ora un giorno l’eternità, si toccano e si completano. Io ho buttato via tutto e lui mi ha detto di tornare. Non è cambiato niente ma «torna con me» mi ha detto. Sarà complicato come prima ma c’è quel «torna con me. Ti amo».

E io?

Se lui solo sapesse quanto e quanto disperatamente, se solo sapesse che questo anno da sola è stato l’inferno in terra e non l’ho mai ammesso, neppure con me stessa, se solo sapesse le notti e i giorni e ora vorrei sapere perché non lo confesso, a lui e a me.

Perché scappo. Io sono una che scappa, sta male e scappa per non soffrire, che follia.

È giorno, ormai, che ora sarà? Ancora presto.

Se non vado al lavoro, potrei dormire fino a quando voglio e poi? Guardare la parete, il soffitto, le pagine di un libro, un programma in televisione; potrei cucinare, cucire, telefonare agli amici e a mia madre, aggiustare l’abatjour dello studio che non funziona da mesi. Potrei, quante cose potrei.

Invece infilo il cappotto sopra la tuta e la smetto di giudicarmi, perché avrò anche ragione, avranno ragione gli altri che sapevano come sarebbe andata a finire, avrà ragione lo specchio che mi rimanda la solita Bianca con gli occhiali che si è innamorata di un uomo strepitoso e difficile e allora? Io vado, io non scappo più, io raggiungo la mia unica follia, la sola che sia stata capace di ribaltare la vita di questa brava ragazza senza pretese. Vado.

Il cellulare suona. Milo.

«Arrivo» dico, «se mi vuoi e se non mi vuoi». Lui risponde ed è il solito colpo al cuore.

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