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Il fosso di Herman Koch

Cuore

Un autore che ci ritrae tutti alla perfezione, e che ci lega a lui a doppio e triplo filo

“Non sapevo cosa volevo. Anzi, non era esattamente così: in realtà, sapevo ciò che non volevo. Non volevo mettermi a indagare, raccogliere le prove. Di solito vanno così queste cose, nella realtà. Nella realtà e nei film. Il coniuge tradito inizia a indagare. Cerca di crackare la password del computer della moglie (nome della figlia, nome dell’animale più ultime due cifre della sua data di nascita). Le e-mail fino a quel momento non hanno fornito alcuna indicazione. Forse c’è un secondo account segreto. Oppure, in un istante in cui lei non può vedere, quando ha lasciato come al solito il suo iPhone in giro per casa, lui può controllare la cronologia di WhatsApp. Ma troverà qualcosa? La moglie avrà già preso le sue precauzioni da un sacco di tempo, avrà cancellato le e-mail compromettenti e i messaggini appena ricevuti, o no? Mi è venuto in mente quel film in cui un giornalista richiama sul Tomtom del collega ucciso la sua ultima destinazione. Ma mia moglie non aveva la patente. E comunque, mi sono reso conto un paio di settimane dopo la cena con Bernhard e Christine, che non era ciò che volevo. Mi sono detto: terrò gli occhi ben aperti. L’avrei continuata a spiare da dietro il giornale. Durante le nostre cene insieme, in famiglia, oppure, come altre volte, in tre al caffè Schiller, avrei dato il mio contributo all’innocua conversazione e intanto, come un sismografo registra le prime vibrazioni della crosta terrestre, avrei registrato le variazioni di tono della voce di mia moglie. (…) La chiamerò Sylvia. Non è il suo vero nome. Svierebbe solo l’attenzione, visto che con i nomi la gente crea associazioni di qualsiasi tipo, specialmente quando si tratta di nomi che non sono di qui, e non ha la minima idea di come pronunciarli, men che meno di come scriverli. Diciamo soltanto che non è di certo un nome olandese”. 

Robert Walter, creatura partorita dalla fantasia diabolicamente aderente al reale del mio adorato Koch (da La cena all’ultimo suo racconto pubblicato pochi mesi fa, La scuola, li trovate tutti consigliati in questa rubrica), è il sindaco di Amsterdam e Sylvia è sua moglie. Una moglie che ama follemente ma scomoda per la sua nazionalità di un paese del sud Europa, un paese troppo colorato, troppo confusionario, troppo pittoresco e poco organizzato. Si sono innamorati durante un viaggio estivo del giovane Robert con il suo amico del cuore Bernhard che faceva tappa proprio in quel luogo lì, luogo impossibile per vivere ma pieno di attrattive per un transito veloce. Bernhard è sempre stato il più bello e affascinante, ma per un caso fortuito quella sera il primo a conoscere Sylvia fu Robert e l’amore esplose come fuoco e fulmine senza artificio o colpo. Robert e Sylvia si sposano nel paese della donna e poi si trasferiscono nella capitale olandese, dove nasce Diana e dove prende il volo la carriera politica di Robert.

Robert, nonostante il suo ruolo, resta un uomo insicuro e il timore che Sylvia lo stia tradendo con l’assessore Maarten van Hoogstraten si impossessa di lui. Si impossessa dei suoi risvegli, dei suoi sogni, del suo lavoro, delle sue scelte, dei suoi silenzi e delle sue macchinazioni. Immagina, visualizza, estremizza, sostituisce le sue paure al reale. E perde di vista come stanno veramente le cose. Chi conosce Koch per averlo letto ha sicuramente già letto anche Il fosso (è un autore al quale ci si lega a tripla ed eterna mandata) ma per chi ancora non dovesse aver divorato un suo tremendo e meraviglioso romanzo, io direi: buttatevi, tuffatevi, precipitatevi. Leggetelo, intendo. Ci ritrae tutti alla perfezione.

Herman Koch, Il fosso, Neri Pozza

 

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