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Il mio nome è Angelica

Cuore

“Il mio nome è Angelica”: Come la superficialità dei genitori può ferire i figli ma la vita, poi, magari dopo tempo, rimette tutto al suo posto, scrive Maria Luisa, una nostra lettrice, sulla pagina FacebookVi riproponiamo nel blog la storia più votata del n. 9 di Confidenze

 

Mia madre amava i poemi cavallereschi e mi chiamò così augurandomi una vita avventurosa. Lo è stata perché ci ho messo tanto tempo a rielaborare la fine del sogno di vivere in una famiglia felice

STORIA VERA DI ANGELICA N. RACCOLTA DA ELISABETTA FIORITTI

 

Mi chiamo Angelica e sono una donna fragile. Fuori tempo forse, grazie anche al nome che mia madre mi regalò sulla spinta di una sua sfrenata passione per l’epica classica. Augurandomi maternamente nel cuore una vita avventurosa e regale, secondo il detto latino che recita “nomen omen”, nel nome, il destino. Ma sono fuori tempo fin dalla mia nascita che fu in anticipo rispetto ai mesi previsti dalle buone, rassicuranti regole di un matrimonio borghese in quei lontani anni. Mio padre e mia madre si scambiarono il loro sì in una piccola chiesa di periferia, dinanzi a genitori e parenti commossi e preoccupati per quelle nozze un po’ frettolose. La sposa, infatti, mostrava un accenno evidente di pancetta sotto il vestito rigorosamente bianco, a sottolineare una purezza formale che, secondo i canoni del tempo, contava più della sostanza. Mia madre Rosanna era pazza di lui, dell’uomo che mi ha donato i lineamenti e la bellezza. Massimo, mio padre, anche in questo caso il significato del nome ha il suo peso, era bello come un dio e si sentiva tale. Massimo, appunto. Nessuno poteva essere al suo livello; camminava come un pavone durante la fase del corteggiamento. Era forte, maschio, con una pelle scura che pareva riflettere i raggi del sole anche in inverno e due occhi neri come il carbone, lucenti e profondi, dove perdersi. Tutte noi eravamo intrappolate, prese dal suo fascino incantatore.

Curiosamente eravamo tutte donne in famiglia. Io e due sorelle, una sorta di gineceo sempre pronto ad adorarlo, servirlo, amarlo. Vissi così, in questo sogno d’infanzia, fino ai miei 13 anni. Il mondo appariva perfetto, i miei genitori si amavano e ci amavano. Mamma sembrava serena nella sua atmosfera un po’ fatata. Si muoveva disinvolta tra libri e quadri che dipingeva ed esponeva in mostre e mercatini improvvisati, in un contesto artistico alternativo, dove la bellezza e la passione contavano più della realtà materiale. Realtà che spesso io e le mie sorelle, Beatrice e Ambra, ci ritrovavamo a gestire, soprattutto negli aspetti pratici della vita domestica. Ma eravamo felici, a modo nostro. Papà allora viaggiava molto, era agente di commercio per una nota casa di profumi, guadagnava bene. Dalle sue trasferte ci portava sempre regalini, pensieri, dolcetti. Non ci pesava la sua assenza e sembrava non pesare nemmeno alla mamma. Tutto pareva procedere senza intoppi finché il giorno del mio compleanno rivoluzionò tutte le mie certezze, i valori nei quali avevo creduto, le speranze, l’equilibrio dei pensieri. Faceva molto caldo: sono nata in luglio, sotto il segno del Cancro. In effetti, volendo dar credito agli astrologi, posseggo tutte le caratteristiche del segno: sensibile, affettuosa, attaccata alla famiglia, passionale, ricca di fantasia e anche un filo ossessiva negli affetti, nonché lievemente pessimista e fortemente emotiva. Mamma per quel giorno aveva abbandonato le sue tele e i libri e si era chiusa in cucina dal mattino. Ogni tanto la si vedeva uscire, portando vassoi di tartine variegate, verdure ripiene, teglie di riso in insalata, dolcetti deliziosi che parevano usciti da un libro d’arte. Lei era una cuoca eccellente, fantasiosa e capace, i suoi piatti si mangiavano con gli occhi, prima che con la bocca. Quella sera sarebbero venuti amici e parenti e io avrei avuto la mia festa di compleanno. Avrei scartato pacchetti, spento le mie 14 candeline, sarei stata al centro dell’attenzione. Verso sera era tutto pronto. Indossavo un abitino corto, rosa, che mi donava molto. Ho sempre avuto belle gambe e un corpo flessuoso, e i bagni in piscina mi erano valsi una discreta abbronzatura che spiccava sul colore chiaro dell’abito. Cominciavo ad avere i miei corteggiatori: proprio quell’anno avevo avuto il mio primo ciclo e il seno si era riempito, le forme dei fianchi arrotondate, le labbra si erano fatte più carnose e desiderose di baci, il corpo di carezze. Ero ancora una bambina che giocava all’amore e che lo desiderava, ma il mio grande mito maschile, l’idolo assoluto era mio padre. Allora non mi rendevo conto di questo complesso edipico, ma credo sia comune a molte figlie. Nel mio caso era alimentato dalla statura egocentrica di mio padre. Ogni ragazzo doveva somigliare a lui, piacergli, avere il suo assenso. Ormai gli invitati erano tutti arrivati, mancava solo papà che avrebbe dovuto portare la torta come piaceva a me, di panna e cioccolato, una meraviglia arricchita da roselline delicate e dalla scritta “Auguri Angelica”. Mi avrebbero fotografata e riempita di baci e di complimenti. Non stavo più nella pelle quando bussarono alla porta. «Vado io, mamma, sarà papà con la torta!». Mentre pronunciavo queste parole qualcosa si scatenò nel mio intimo, una sorta di presentimento velato d’angoscia che mi fece provare un brivido. Come se, d’improvviso, si stesse sfaldando la mia vita.

Aprii con mano tremante e fui subito rincuorata. C’era mio padre sull’uscio, ma la sua espressione non mi piacque. Aveva la torta, confezionata in una bella scatola bianca, ma il suo sguardo era cupo e sfuggente. Dietro di lui c’era una ragazza, più o meno mia coetanea. Pareva anche assomigliarmi: era bruna, di carnagione olivastra, con occhi neri. La bocca sottile e diritta, il corpo scattante, ma robusto. La fissai inquieta. Vidi in quegli occhi qualcosa di familiare che mi gelò il sangue nelle vene. Il resto lo ricordo come se fosse avvenuto al rallentatore: entrai in uno stato di trance e mi sembrò di uscire dal mio corpo, di guardarmi dall’esterno mentre registravo emozioni, sensazioni, dolore. Quel dolore si sarebbe scolpito nell’anima, dentro la carne, nella mia mente. Le parole di mio padre, dell’uomo che amavo di più al mondo e per il quale nutrivo la massima fiducia, le ricordo benissimo. «Lei è Giorgia, tua sorella».

La festa, la mia festa, a quel punto era irrimediabilmente finita. Per sempre. E non ci sarebbero più state feste di compleanno. Ricordo solo questo devastante senso di vuoto, di squilibrio esistenziale, che quella scoperta portò nel mio intimo e nella nostra famiglia. Mio padre era praticamente bigamo, aveva due esistenze: mia madre era la moglie ufficiale, l’altra era quella segreta. Aveva avuto sempre due ragazze, una non sarebbe bastata per il suo ego ipertrofico. Noi sorelle fummo messe davanti al fatto compiuto, mia madre si rivelò debole e remissiva. Pur di rimanere accanto a quel pavone, ci costrinse tutte a una vita fatta di finzione, di assenze, di cuori lacerati. Due donne, mia madre e l’altra, che non avevano saputo rinunciare a un rapporto sbagliato, accontentandosi di ritagli d’affetto. Ma soprattutto, condannando noi figlie a un’esistenza assurda, dolorosa nella quale si confondevano i confini tra amore ed egoismo, tra bene e male. Noi quattro sorelle alla fine ci aiutammo molto. Ho sempre voluto bene a Giorgia: in fondo era stata più sfortunata di noi perché era lei la figlia segreta. Eppure non ho mai avuto alcun orgoglio del cognome che porto e nutro un profondo, esacerbato disprezzo per l’infantilismo di mio padre e la debolezza di mia madre, per questi genitori superficiali che hanno anteposto i loro egoismi ai doveri che ogni genitore ha nei confronti dei figli. Hanno costretto noi ragazze a vivere in un contesto parallelo alla realtà,distorto, malsano. Questa è la mia storia di donna fragile, che ogni settimana si reca dal suo analista da una vita, che per molto tempo non è riuscita ad avere un rapporto sereno con gli uomini, pur sapendo razionalmente che non sono tutti come suo padre. Le mie sorelle sono state più forti, si sono sposate e hanno avuto dei figli. Anche Giorgia ha un bambino, ma vive all’estero. Ancora più di noi sentiva l’esigenza di mettere chilometri tra lei e la sua strana famiglia d’origine. Io sono una professionista, mi piace il mio lavoro, sono laureata in Economi: mi piacciono le cose quadrate, i conti che tornano, le certezze. Ho perso molti sogni, per colpa di chi avrebbe dovuto proteggermi. Ma ora ho un piccolo segreto che mi allieta e alleggerisce la mia prospettiva di vita. C’è un uomo che mi aspetta a casa quando torno la sera, che mi coccola e mi riempie di amore e di dolcezza. È un uomo per bene, con le spalle larghe e un’etica ferrea nel cuore. Si chiama Angelo e, vedete, quel detto latino, “nomen omen”, ancora una volta mostra la sua fatale ragione. Angelo e Angelica, che strano, che meraviglia, che miracolo. Ci amiamo molto e per una volta, finalmente, non sento gravare su di me l’ombra dolente di mio padre. Ognuno ha la vita che sceglie, i miei genitori hanno sbagliato, un giorno forse li perdonerò. Oggi sono grata al cielo per l’angelo che è entrato nella mia quotidianità, quando ormai non l’aspettavo più. Il mio respiro rallenta, i polmoni si aprono, conosco l’amore. L’amore che mi ripaga di tanto dolore antico e piano piano scioglie quel grumo, quel senso di oppressione che gravava sul mio petto dal giorno lontano del mio quattordicesimo, infelice compleanno. Si apre il cielo dinanzi ai miei occhi come anche il futuro. Il nostro futuro di amore e di forza, costruito sul dolore e sulle ceneri, ma finalmente chiaro, privo di tempeste e di segreti nascosti. È arrivato il tempo della verità, il tempo di costruire e anche di perdonare.

 

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