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Le sculacciate sono ancora un metodo educativo?

Cuore

Ho postato su Facebook una citazione anonima: “Quando un uomo tira uno schiaffo a una donna tutti ci scandalizziamo e indigniamo. Quando un genitore tira uno schiaffo a un bambino ci domandiamo se sia ancora un metodo educativo”. Le reazioni non si sono fatte attendere e la maggior parte dei commenti erano a difesa della sculacciata.

“I miei figli sono cresciuti così”, “io sono cresciuto così”, “ogni tanto ci vuole”, “oggi i ragazzi sono più maleducati perché si danno meno schiaffi”. Pochi difendono il gesto in sé, c’è più che altro un’abitudine sociale che rende inclini a usare le sberle con i bambini, come atto risolutivo.

Riflettendo, questo è l’unico caso in cui non ci scandalizziamo di fronte a un gesto violento che umilia il prossimo, infatti se vediamo un uomo strattonare una donna, o calciare un cane, l’istinto è quello di intervenire o chiamare i Carabinieri seduta stante. Se invece questo accade con un bambino, è normale.

Io stessa sono cresciuta con qualche schiaffo, sulle mani, sul sedere, raramente sul volto. Ricordo questi momenti come molto umilianti, ma anche normali. Di certo abbastanza inutili. Avrei avuto più bisogno di ascolto, pazienza, cose che mi rendo conto essere molto difficili quando un bambino urlante e ingestibile fa davvero di tutto pur di “levartele dalle mani”.

Mi è stato dato un consiglio letterario che vi giro: La sculacciata. Perché farne a meno: domande e riflessioni (di Olivier Maurel, Il Leone Verde 2013, 16 euro). L’avevo già letto e trovato interessante, pur saltando alcuni capitoli su certe punizioni per me davvero inaccettabili, come l’uso di oggetti per picchiare i bambini. Del resto anche uno dei commenti al mio post racconta l’uso della cinghia quando i bambini le combinavano grosse.

Alice Miller, l’autrice della prefazione (potete leggerla cliccando qui) si domanda quali siano le finalità e quali le giustificazioni delle punizioni corporali che avvengono in modo più o meno violento in ogni parte del mondo.

Cito Olivier Maurel, l’autore del libro, presidente dell’Osservatorio francese sulla Violenza Educativa Ordinaria: “Nell’immediato, il bambino picchiato ubbidisce spesso all’ordine che ha ricevuto per paura delle botte. Ma per lui è anche la prima esperienza di viltà. Spesso ricomincia alla prima occasione, ma di nascosto: prima esperienza di ipocrisia. Infine, può provare piacere a sfidare i genitori; prima esperienza di provocazione. Viltà, ipocrisia, provocazione: è davvero questo che i genitori vogliono insegnare ai loro figli?”.

E voi, cosa ne pensate?

 

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