MENU

Quando le nuvole illuminano il cielo

Cuore

“Quando le nuvole illuminano il cielo” di Lorenzo Iero, pubblicata sul n. 17 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata dalle lettrici sulla pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

È un pensiero che ho letto in un romanzo ed è legato a un momento tragico e indimenticabile della mia vita. No, sbaglio: gli attimi incancellabili sono due. Il secondo mi ha mostrato una luce nel buio della disperazione

Storia vera di Ginevra S. raccolta da Lorenzo Iero

 

Lamore per la letteratura ha sempre accompagnato, passo dopo passo, tutta la mia vita, dalla prima infanzia fino a oggi. Dire che non potrei vivere senza leggere è riduttivo: i libri sono miei amici fidati, non mi deludono mai. Tra le loro pagine trovo consolazione nei momenti di sconforto, consigli quando il presente si fa troppo pesante da affrontare con le mie sole forze, suggerimenti per cambiare strada. L’unica persona con cui abbia mai condiviso questa passione è stato il mio compagno, Diego. Lui era tutto per me, così come lo erano, e lo sono tuttora, i libri. Trascorrevamo intere giornate a parlare di ciò che leggevamo. Amavamo entrambi Edgar Allan Poe e Virginia Woolf, gli autori grazie ai quali ci eravamo avvicinati all’inizio della nostra relazione, trovandoci per caso a parlarne all’università. Anche nell’ultimo periodo, quando Diego ormai era immobilizzato in quel letto d’ospedale, non ho mai rinunciato a leggergli i suoi romanzi preferiti, mentre gli tenevo la mano. Ricordo ancora gli ultimi versi del libro di Elsa Morante con cui gli ho dato il mio addio: “Non sempre le nuvole offuscano il cielo: a volte lo illuminano”.

Da quando Diego non è più nella mia vita, mi sono rifugiata nella solitudine, uscendo di casa solo quando è strettamente necessario. Non sono mai stata una donna molto socievole, né amante della compagnia dei grandi gruppi, ma dopo averlo perso mi sono chiusa definitivamente nel mio involucro.

Una sera, rincasando dal lavoro, una locandina affissa alla vetrata di un bar cattura la mia attenzione. Mi avvicino e leggo un annuncio: “Iscrizioni aperte al Club del Libro, presso la caffetteria Belle Époque”. È da così tanto tempo che qualcosa non stuzzica il mio interesse, che decido di cogliere l’occasione al balzo: mi appunto le date degli incontri su un foglietto di carta e lo infilo in borsa.

Non sono ancora convinta che ci andrò. Perciò, la sera stessa, mentre sono al telefono con mia madre, tiro fuori l’argomento, sperando che mi sproni anche lei ad andare. E infatti, intravedendo subito uno spiraglio di luce, parte all’attacco.

«Vacci, Ginevra. Asso-lu-ta-men-te!» scandisce perentoria. «Poi, se non ti piace, te ne torni a casa, non vedo il problema».

Io invece lo vedo bene: dentro di me non mi sento ancora pronta a socializzare, vedere gente, passare quelle due ore del mio tempo con perfetti sconosciuti con cui dovrò necessariamente interagire. E poi, in un certo senso, mi sembrerebbe di tradire Diego… questa passione speciale l’ho sempre condivisa solamente con lui.

«Non so se al lavoro mi farebbero uscire un po’ prima per andare lì» provo a obiettare, anche se la mia scusa non regge. Infatti, mia madre non demorde. Mi dice che cambiare aria mi farebbe bene e che, se non voglio farlo per me stessa, potrei farlo almeno per lei, per darle la soddisfazione di averci provato. Come ultimo tentativo di convincimento, fa leva sulla mia passione smodata per i libri: e come resistere a quella?

Tant’è che alla fine mi lascio persuadere. In fondo, penso, leggere è la cosa che più amo fare. Perché dovrei negarmi anche questo piacere?

Mi presento al primo incontro preparata, ma con basse aspettative. Il libro proposto quel mese è Piccole donne, un classico che, a forza di leggere e rileggere da piccola, conosco ormai a memoria. Sin da subito, però, mi trovo a disagio. Pur volendo partecipare alla discussione sull’adolescenza delle quattro sorelle March mi innervosisco, mi stringo nel mio maglione di lana e resto ad ascoltare passivamente a braccia conserte, senza intervenire mai. Batto nervosamente i tacchi sulle tavole di legno consumate, quasi sperando che un tornado mi trascini via, mentre ascolto i dibattiti nascenti tra i membri del gruppo. La maggior parte ha la mia età, sulla quarantina. Ci sono anche alcune donne più anziane che sorseggiano tranquillamente il tè, annuendo compiaciute per manifestare approvazione e intervenendo solo per far rispettare l’ordine degli interventi. La più simpatica è Gianna: 20 anni più di me e lo spirito di una quindicenne, con quei capelli rosa shocking.

 

Con la coda dell’occhio, mi accorgo che un uomo mi fissa sorridendo. Abbasso subito lo sguardo, la mano inizia a ticchettarmi nervosamente sul tavolo. A quel punto, incomincio seriamente a pensare che andare a quell’incontro sia stata una cattiva idea. Lo stesso uomo prende la parola, sottolineando come la qualità del libro sia dovuta principalmente al fatto che, ancora oggi, nonostante si viva in un’epoca completamente diversa, tantissime bambine lo apprezzino comunque. «Sapete che alcuni giorni fa mia figlia mi ha rimproverato perché non le ho messo il nome Jo?» ci dice sorridendo, e tutti ridono insieme a lui. E anche su di me quell’uscita divertente ha un effetto positivo, sciogliendo in parte la mia tensione. Quell’uomo, che poi si presenta come Donato, mostra subito di possedere una certa attitudine all’intrattenimento. Tutti pendono dalle sue labbra, specialmente alcune signore, per i suoi modi affabili e per i suoi interventi colti ma non saccenti. L’occhio mi cade sulle sue mani e mi accorgo che non porta la fede al dito. Mi vergogno per aver ricercato un particolare così superfluo e nascondo completamente la faccia nella sciarpa, continuando ad ascoltare, stavolta con maggior coinvolgimento.

Dopo i primi incontri, inizio ad acquisire più sicurezza: mi espongo, dico la mia sui vari argomenti presi in esame di volta in volta. Con i miei nuovi compagni, analizziamo la Napoli degli anni ‘50 della Ferrante, ci addentriamo nella malavita descritta da Saviano, ci divertiamo con le rocambolesche vicissitudini di Bridget Jones. Non avrei mai pensato di dirlo, ma il club letterario inizia a rappresentare per me una sorta di ritorno alla vita. Qui mi sento accettata e benvoluta, parlo anche con donne che hanno vissuto momenti difficili, imparo pian piano ad aprirmi con loro e a condividere i miei problemi.

Un giorno, succede una cosa che mi destabilizza di nuovo. Alla fine dell’incontro, mentre sto salutando Gianna fuori dalla caffetteria, sento una voce maschile che mi chiama: «Ginevra, hai dimenticato la sciarpa sul tavolo».

Mi volto e vedo Donato avvicinarsi a noi.

«Grazie» sussurro. Anche se ormai ho preso abbastanza confidenza con tutti, incluso lui, alcune amiche del gruppo mi hanno detto più volte che credono abbia un debole per me, perciò cerco di tenerlo sempre a debita distanza. Però ammetto che il suo fascino non passa inosservato.

«Ho notato che anche stasera sei stata molto critica con la tua recensione».

Quando sorride gli compaiono simpatiche fossette sulle guance.

«Cerco di essere il più sincera possibile» rispondo, mentre strattono Gianna in segno di aiuto. Ma lei sembra non capire le mie intenzioni, o forse fa solo finta, e mi molla lì da sola con lui. «Ma come è tardi! Fammi correre a casa, se rientra Giorgio e non trova la cena pronta chi lo sente. Ci vediamo al prossimo incontro!».

Le lancio un’occhiata eloquente. Non farmi questo, Gianna, non ora! Non era stata proprio lei a riferirmi che Donato aveva lasciato la compagna dopo tanti anni di convivenza e perciò doveva sicuramente essere un tipo poco affidabile?

Cala il silenzio. Donato fa il gesto di sistemarsi i capelli brizzolati, specchiandosi alla vetrata del bar.

«Secondo te Gianna troverà mai un uomo, con quei capelli?».

La sua battuta pungente è così fuori luogo che all’inizio mi spiazza un po’. Poi, però, ci penso su e non riesco a nascondere un sorriso.

«Dici così, ma si sa che chi disprezza compra: in realtà vuoi chiedere la sua mano, confessa» gli rispondo, attingendo alle mie scarse riserve di ironia. Ci guardiamo un attimo negli occhi, poi scoppiamo a ridere entrambi.

«Penso che mia figlia mi caccerebbe di casa, se mi presentassi con una compagna di 20 anni più grande di me… soprattutto con quei capelli». Sprofonda le mani nelle tasche del giubbotto. «Freddino stasera, eh?».

«Già». Mi sistemo bene la sciarpa attorno al collo. Dò un’occhiata in su. «Sarà meglio che vada, adesso. Queste nuvole non promettono bene. Secondo me verrà a piovere presto». Lui alza il naso. Poi sussurra: «Non è detto. Come disse qualcuno, “non sempre le nuvole offuscano il cielo”…».

« “A volte lo illuminano”» termino io. Poi rimango in silenzio, col cuore che mi palpita forte.

Ripenso alla stanza grigia dell’ospedale. A Diego che lentamente allenta la presa della mano. A me che ripeto il suo nome tremando e piangendo, come nella speranza di richiamarlo alla vita. Rivedo il libro della Morante che cade a terra.

 

Tutto inizia a girare, perdo l’equilibrio e Donato mi sorregge. Sento il profumo del suo corpo vicino al mio. Per qualche strana ragione, non provo più repulsione, non sento il bisogno di respingerlo. Non può essere un caso che lui abbia usato quelle stesse parole; mi sembra quasi di percepire un filo sottile che lega le nostre anime.

Senza che me ne accorga, inizio a dargli fiducia. Il fatto di frequentare lo stesso salotto letterario, quell’ambiente così neutro, aiuta a farmelo conoscere un po’ alla volta. Col passare del tempo inizio ad abbassare le mie difese.

La cosa di lui che più mi piace è che rispetta i miei tempi. Mi confessa che lui non si è mai sposato, ma solo perché non ha mai trovato la donna giusta, quella che gli faccia battere il cuore all’impazzata. Con la sua compagna non ha funzionato, ma confessa che quell’unione, seppur breve, è stata la più intensa della sua vita. Un giorno finalmente gli parlo di Diego, mi confido con lui e mi libero da quel peso che mi porto dietro da troppo tempo.

Ci siamo detti di darci una possibilità, di provare a viverci senza troppe domande sul domani, su dove saremo e se ci arriveremo insieme. Lasciamo che il futuro venga un giorno alla volta.

Questa, in fondo, mi sembra la cosa più logica. Ho amato troppo in passato, così tanto che non sono più sicura di saperlo fare di nuovo, né di volerlo fare.

Ma posso almeno provare a prendere per mano Donato e fare un pezzo di strada insieme a lui. Non voglio un binocolo per conoscere la meta in anticipo, né mi giro più per vedere ciò che mi sono lasciata alle spalle: guardo l’asfalto man mano che passa sotto i nostri piedi. In fondo, come diceva Edgar Allan Poe: “Se si guarda troppo fisso una stella, si perde di vista il firmamento”.

 

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Confidenze