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A sangue freddo

Cuore

“A sangue freddo” di Annalucia Lomunno, pubblicata sul n. 16 di Confidenze, è una delle storie vere votate questa settimana sulla pagina Facebook nel corso dell’iniziativa Vota la tua storia preferita. Ve la riproponiamo sul blog

 

Mi affascinava quella ragazza e mi faceva anche paura, così sicura di sé. Io le parlavo di romanzi e lei, sbaragliandomi, mi apriva le porte della sua fattoria. Riempiendola di sole e di mille progetti pensati per noi due

Storia vera di Stefano F. raccolta da Annalucia Lomunno

 

Non avevo mai amato i viaggi in treno, e non era un caso che i miei amici mi trovassero profondamente snob solo per questo. Forse avevano ragione loro, cosa diavolo pretendevo? Grandi e perenni traversate internazionali? Ma da quando avevo vissuto a New York tutto era diventato insopportabile, nel senso che non trovavo logica e ragione per niente, mi annoiavo, mi ribellavo. Volevo tornarci in quella città, scalpitavo insofferente, e cominciavo ad assumere atteggiamenti e comportamenti che infastidivano, sì.

«Tu non sei uno che si innamora, tu sei uno che porta l’amore in giro». Mi aveva detto la mia ultima fidanzata italiana, e in realtà aveva tracciato un mio ritratto perfetto. Perché mi trinceravo dietro questa insofferenza perenne per non analizzare la mia vita, me stesso, i miei sentimenti. Era come se nulla fosse all’altezza, era come se mi rifiutassi di leggere, studiare e approfondire la mia crisi da quarantenne insoddisfatto. Un passato da interprete, un presente incerto da traduttore e correttore di bozze in una piccola casa editrice, alcune storie d’amore importanti – giusto due – molte donne disinibite, innumerevoli avventure. Alcuni amici mi invidiavano, invece io mi detestavo parecchio, anche se sapevo nascondermi elegantemente in quei letti sfatti e dimenticati, tra quelle lenzuola di cui custodivo ben pochi ricordi, in quei pullover, in quei jeans debitamente trendy, che rimettevo in fretta senz’ombra di impronta. Impeccabile e senza paura, non lasciavo tracce e indirizzi, e volevo che le mie amanti mi aspettassero per ore, che si concedessero volentieri. Che mi sbattessero poi una porta in faccia, che mi dimenticassero. Continuavo ad annoiarmi, a essere una pessima persona, intrecciavo relazioni esclusivamente sessuali destinate a sgretolarsi, a perdersi. Mi perdevo io, ed era come se elemosinassi dal cosmo quell’evento non ancora avvenuto, era come se avessi abbandonato una parte di me in un altrove non preciso e non fossi più in grado di ritrovarmi. In realtà, dovevo ancora incontrare lei, Elisa. E dovevo incontrarla su quel treno, proprio come un raggio di luce in un giorno atteso e preteso da anni indecisi. Un raggio laser, una sciabolata, la guarigione. Quel colpo che non immagini, quelle palpitazioni a cui non rinunceresti mai, quel qualcosa che ti impone regole nuove, diverse, i brividi. E dovevo incontrarla quando sfogliavo per l’ennesima volta il mio Truman Capote, (l’autore del romanzo A sangue freddo, ndr) e lei, avvicinando i suoi occhi ai miei, entrava nella mia esistenza e in quelle pagine con spavalderia.

 

E io mettevo su un monologo sorprendente e solo per stupirla come mai nessuno prima. Nome, cognome, cosa facevo, dove andavo e dove mi sarebbe piaciuto andare, e poi perché quell’autore, perché un romanzo straordinariamente agghiacciante come A sangue freddo. Accatastavo notizie perché avevo perso il controllo, nel senso che avevo la necessità di accumulare informazioni per fare colpo su di lei. Mi era piaciuta moltissimo, all’istante, e per conquistarla in uno spazio così piccolo, in quel vagone superaffollato, dovevo parlarle di quel massacro avvenuto in Kansas e di cui rileggevo premesse e sostanza attraverso la lucida cronaca di Capote. Un’intera famiglia sterminata a sangue freddo, in una fattoria, appunto. Forse non era un ottimo inizio per un ragazzo illuminato da un colpo di fulmine così inaspettato, innescare una conversazione su un tema violentemente inquietante. Ma lei mi aveva chiesto di quel libro e sbaragliandomi, aveva anche capovolto e stravolto il tema della conversazione, agganciandosi al mio destino in modo definitivo. «Pensa che i cavalli a sangue freddo, sono quelli più affidabili, sono dei giganti buoni, molto diversi da quei due banditi di cui mi parli tu, strano vero? Ed è anche altrettanto strano che io sia una biologa e viva proprio in una fattoria».

Ci si può innamorare in un treno, in meno di un’ora, con così tanta consapevolezza? A me stava succedendo proprio questo. Mi innamoravo di una ragazza che mi faceva anche paura, così sicura di sé – una di quelle che non se ne restano in fondo a un buffet – così dolce, così vicina, ma pronta a scappare, conosciuta, intima e del tutto ignota. Questa fattoria era stata inondata dal sole subito, Elisa l’aveva riempita di parole e di progetti. Mi parlava di agricoltura biologica, di visite didattiche, di animali felici che scorazzavano liberi, di passione, di quanto le sembrasse facile e necessario e addirittura creativo, questo contatto costante con la natura, con le idee, con i successi, con i risultati di una fioritura. E tutto questo mi destabilizzava, perché io, nonostante le mie conquiste e la mia vita vagabonda e affascinante, mi sentivo irrequieto sempre, e non riuscivo mai a sentirmi libero, o peggio, compreso. E andavo a caccia di quello sguardo che mi emozionasse come se avessi dodici anni. E il guaio vero era trovare un punto di contatto tra noi due, sempre in quello spazio brevissimo che il nostro casuale viaggio in treno ci concedeva.

Le rispettive fermate ci avrebbero diviso forse, e io non potevo permetterlo, e allora ho riportato la conversazione su quel libro, o meglio sul suo autore, su quella New York in cui viveva e in cui avevo vissuto anch’io. Capote era un genio, ed era un uomo anche molto brillante, frequentava lo “Studio 54”, uno dei club più esclusivi della città, di lì erano passati gli artisti più in voga dell’epoca, Andy Warhol, Elizabeth Taylor e anche Madonna che muoveva i suoi primi passi. Ok, sorrideva compiaciuta finalmente, mettevamo su un disco immaginario tutto nostro. Abbiamo attaccato a parlare di Celebration e non l’abbiamo finita più, Material Girl, Frozen, Lucky Star, gli anni giovani e impacciati e folli, com’eravamo e come avremmo voluto essere noi due. Eravamo pronti a condividere quel ritmo, e chissà quanto altro ancora era lì, sul punto di esplodere, un’intesa segreta forse, un patto di passione da sottoscrivere all’istante, per sempre. Dopo quella conversazione, quell’approccio sconsideratamente fuori schema, non eravamo più riusciti a lasciarci, e io l’avevo raggiunta nel suo regno, proprio come aveva voluto lei, all’ora del tramonto, come in un romanzo romantico, senza agguati in vista, cuori squarciati o spargimenti di crudeltà, certo, stragi o ferite perenni. Perché io volevo amarla sul serio in una giornata insolitamente calda e senza inverno. Un giro di vite e di vita, quella guarigione per me, quel colpo che non ti aspetti più e che non osi nemmeno ipotizzare. L’avevo immaginata nuda sin da subito, ma vederla davanti a me, inconsapevole forse di tanta bellezza, era stata emozione pura. Un attimo prima che si spogliasse, il mondo intorno aveva cambiato colore, la burocrazia sentimentale del passato non esisteva più, un sasso sepolto nell’acqua. E io volevo soltanto lei, con un cuore e un desiderio scatenati.

 

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