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Sogno Rock

Cuore

Vi riproponiamo sul blog Sogno Rock, pubblicata sul n. 3 di Confidenze, è una delle storie più apprezzate sulla pagina Facebook

Cantare in una band musicale è sempre stata la mia unica aspirazione. E per realizzarla sono ricorsa a qualche sotterfugio. Ma il tempo mi ha dato ragione e quel giorno sul palco ho dato il meglio di me. È stata gioia allo stato puro

Storia vera di Gloria D. raccolta da Anna Rita Rossi

 

Picchiettai le dita nervosamente sullo spartito che avevo scelto per partecipare a quell’audizione. Non avevo nessuna speranza di essere scelta, ma nello stesso tempo, continuavo a crederci a dispetto di tutte le critiche dei miei genitori. Nelle orecchie avevo ancora le loro rimostranze: «Cantare? Pensi che la musica ti aiuterà a pagare le bollette, quando noi non ci saremo più? L’avvocato, il medico, queste sono le professioni che una persona con i piedi per terra dovrebbe fare. Altrimenti, trovati un marito ricco che possa mantenerti».

Discorsi simili erano all’ordine del giorno e quando chiesi loro di frequentare una scuola di musica, mi dissero a chiare lettere che non avrebbero speso un centesimo per una tale perdita di tempo.

Idiota io, che speravo sempre avessero a cuore i miei desideri! Da quel momento smisi di parlare del mio progetto di cantare in una rock band e iniziai a organizzarmi.

Erano passati diversi anni, ma ora avevo i soldi per finanziare il mio progetto di trovare un bravo insegnante. Ovviamente tenni all’oscuro la mia famiglia e persino gli amici, tutta l’operazione era un segreto, il mio segreto.

Nel frattempo, fingevo di assecondare la loro visione del mio futuro: mi iscrissi a Giurisprudenza e mi dedicai allo studio quel tanto che li convincesse che facevo sul serio, ma intanto mi davo da fare per realizzare il mio sogno.

A volte, mentre la mia mente tentava di registrare i difficili termini legali, mi ritrovavo a sognare a occhi aperti. Mi vedevo con il microfono in mano a fronteggiare una folla immensa in un stadio.

Sentivo le urla di incitamento, mentre la mia band attaccava le prime note della canzone e avvertivo un brivido scorrere lungo la schiena.

Mi riscossi da quei pensieri, quando il cigolio di una porta mi fece capire che poteva essere il mio turno.

«La signorina Gloria?».

Alzai la mano come se fossi ancora alle elementari: la voce era morta definitivamente nella mia gola.

Ma mentre seguivo la donna che si era palesata nel corridoio zeppo di ragazzi e ragazze che attendevano come me un’occasione, mi rammentai com’ero arrivata a quel provino.

“Cerchiamo un cantante o una cantante con una tecnica solida, buone capacità interpretative e una discreta presenza scenica per esibirsi con una rock band”. Questo era l’annuncio online al quale avevo risposto.

Passò qualche settimana, era già estate piena quando arrivò la telefonata.

«Buongiorno, Gloria? La chiamo per l’audizione “una voce rock”. Dovrebbe presentarsi giovedì 12 alle ore 9:30. Si tenga libera per tutta la giornata, la commissione esaminerà i candidati nell’arco della giornata» disse una voce perentoria.

“Di sicuro una segretaria molto efficiente” pensai, ma il suo tono da comunicato stampa mi suonò un po’ strano associato all’audizione per una rock band.

Ora, dopo aver aspettato per tre ore di fare l’audizione, stavo camminando lungo un interminabile corridoio e osservavo i candidati in attesa che ripassavano le loro canzoni. Alcuni leggevano gli spartiti, altri accennavano brevi vocalizzi. A ogni passo mi sentivo morire, schiacciata dai dubbi e da una fortissima emozione.

 

La donna che mi aveva scortato si fermò davanti a una porta, bussò e mi fece cenno di entrare, i battiti del mio cuore erano alle stelle, quando udii una voce perentoria di un uomo invitarmi: «Prego, si accomodi».

La stanza in cui ero entrata era grande, l’arredamento era spartano.

Il parquet scuro del pavimento contrastava con il bianco delle pareti dov’erano appesi in file ordinate dei cd dorati, sicuramente dei premi vinti dai cantanti di quella casa discografica, pensai.

Su un lato erano sedute quattro persone: la commissione esaminatrice. Su un altro lato c’era un vetro e dalla parte opposta un tecnico seduto ai mixer, pronto a inviare la musica su cui avrei dovuto cantare.

Come un automa consegnai il mio spartito all’uomo che mi aveva invitato a entrare e lui mi fece cenno di raggiungere il microfono, posizionato strategicamente davanti alla commissione.

Immaginai di essere solo un numero tra tanti per loro e ripensai alle parole dei miei genitori e dei miei amici che avevano sempre contrastato le mie aspirazioni, dicendomi di scendere dalle nuvole e di lasciar perdere, e mentre prendevo in mano il microfono, ebbi paura e mi sentii sciocca.

Che cosa ci facevo lì?

Poi arrivarono le note della mia canzone e io mi aggrappai a esse come a un’ancora. La saliva era sparita dalla mia bocca, mi sentivo prosciugata, e pensai che se avessi emesso una nota sarebbe stata stridula e orribile.

Ma non fu così.

Ripensai alle parole della mia insegnante: il fiato, il segreto del canto è tutto lì.

Respirai a fondo, sentii il battito decelerare impercettibilmente: la mia bocca era ancora asciutta, ma mi sforzai di concentrarmi sulla musica.

Arrivò l’attacco, era su una nota alta ma io la centrai con la precisione di una freccia che colpisce il bersaglio. Dimenticai di colpo dov’ero, sentivo solo la musica e il fiato che sosteneva le note emesse dalle mie corde vocali. Un’energia incredibile mi animava, l’adrenalina era a mille e io mi muovevo a tempo con la musica. Quasi mi dispiacque quando arrivai all’ultima nota.

L’uomo che mi aveva introdotto nella stanza mi disse che potevo andare e che mi avrebbero fatto sapere.

Quando la porta si chiuse alle mie spalle, mi sentii svuotata: avevo dato il meglio di me stessa, avevo eseguito la canzone in modo perfetto, almeno per me, eppure quelle persone sembravano totalmente indifferenti alla mia esibizione.

Probabilmente, c’era gente molto più brava di me.

“Alla fine ci ho provato e non è andata bene” mi dicevo. “Ci saranno altre occasioni” provai a consolarmi, ma non ci credevo davvero. Non potevo negare la delusione profonda che provavo e la rabbia per come mi avevano ignorato.

Non mi accorsi neppure di essere fuori dalla casa discografica. Nei giorni successivi accantonai il mio insuccesso e mi concentrai sugli esami universitari. Avevo anche rallentato le lezioni di canto. Mi servivano davvero ancora?

Poi una mattina, mentre ero immersa nei libri, sentii il cellulare vibrare, guardai distrattamente il display, il numero era sconosciuto, pensai fossero le solite chiamate di gestori telefonici, ma risposi comunque, pronta a riattaccare in fretta.

«Salve, Gloria, le comunico che ha superato l’audizione. L’aspettiamo mercoledì di questa settimana per la prima prova con la band alle 16:30».

Balbettai un grazie e chiusi la comunicazione letteralmente sotto shock.

Avevo superato l’audizione, ero nella band! Avrei cantato sul serio davanti a un pubblico, finalmente il mio sogno si realizzava.

 

Iniziarono subito i primi problemi pratici. Il giorno delle prove avevo già preso un impegno con un’amica e quella fu la prima di una lunga serie di bugie che fui costretta a raccontare per nascondere il mio segreto. Già mi chiedevo come avrei fatto quando la band sarebbe andata in tournée.

Soprattutto mi preoccupavano i miei genitori: quale scusa avrei potuto inventare per un’assenza lunga diversi mesi?

Il primo giorno di prove non fu molto esaltante, tanto che pensai che il mio sogno sarebbe naufragato miseramente per incompatibilità di carattere. Erik, il chitarrista del gruppo, non era un mio fan e la cosa fu chiara fin dall’inizio.

Appena entrata in sala prove, mi squadrò dalla testa ai piedi, con l’aria di chi pensa: “È questo il fenomeno che ha passato l’audizione?”.

Dopo diversi battibecchi, riuscimmo a eseguire una cover dall’inizio alla fine.

Erik era chiaramente il leader del gruppo e gli altri, pur mantenendo un atteggiamento neutro nei miei confronti, erano influenzati dal suo giudizio critico verso di me.

Il manager del gruppo mi disse di non fare caso a lui. Erik avrebbe voluto un ragazzo al mio posto: sosteneva che una cantante avrebbe creato solo problemi. Ma forse la sua ostilità dipendeva dal fatto che si era appena lasciato con la sua ragazza, come seppi più tardi.

Se non fosse stato così odioso, sarebbe stato anche un bel ragazzo.

Era alto con i capelli lisci neri e aveva occhi incredibili, di un azzurro intenso, ma mi bastava vedere le smorfie che faceva quando iniziavo a cantare per farmi dimenticare qualsiasi qualità positiva.

Con il passare del tempo, il resto del gruppo mi accettò completamente: ero una di loro, ma questo inasprì ancora di più l’animo di Erik che si sentì defraudato del suo ruolo di leader.

Tentavo di farmi accettare da lui, ma ogni mio tentativo era vano. Alla fine desistetti e mi concentrai solo sull’imminente concerto.

La paura per quanto avrei dovuto affrontare divenne la mia unica preoccupazione, così ignorai completamente Erik e i suoi assurdi comportamenti nei miei confronti.

Un altro timore si profilava all’orizzonte: quanto a lungo avrei potuto tenere all’oscuro i miei genitori e i miei amici di quello che stavo facendo?

La nostra prima esibizione era ormai vicinissima, saremmo stati il gruppo “apri concerto” di una band famosa in un locale cittadino.

Ero spaventata a morte, se pensavo a tutte le persone che sarebbero venute ad ascoltarci, ma avevo anche paura di come avrebbe reagito mio padre se mi avesse visto con un microfono in mano alla testa di un gruppo rock.

Tra mille dubbi e tormenti arrivò la sera del concerto.

Riuscii a sgattaiolare di casa per le prove tecniche del suono nel pomeriggio e poi mi eclissai per la sera con la scusa che avrei dormito da un’amica, ma sapevo che il concerto sarebbe stato trasmesso su una tivù locale. E se avessero visto la loro figlia aspirante avvocato agitarsi in lungo e in largo su un palcoscenico, cantando a squarciagola?

Scacciai quel pensiero e cercai di concentrarmi sulle canzoni che avrei dovuto cantare.

Erik non perse occasione di infastidirmi anche mentre facevo gli esercizi per scaldare la voce. Mi aveva raggiunto nel camerino e aveva iniziato ad apostrofarmi: «Non è come alle prove, stasera dovrai affrontare il pubblico. Sei certa che ce la farai a reggere la tensione? Non è una passeggiata. Il resto del gruppo ti ha detto di non preoccuparti, che andrà tutto bene, ma non è così. Là fuori sei senza rete. Se sbagli, non puoi ricominciare da capo» aveva detto con tono sarcastico.

«Vai al diavolo! Mi hai tormentato per tutti questi mesi. Ho cercato di farmi accettare da te in tutti i modi, ma sei l’essere più odioso che abbia mai conosciuto. Ora vattene, questo è il mio camerino e devo provare. Stasera devo cantare e tu, vedi di ripassare il tuo assolo, mi pare che non fosse poi così perfetto» gridai con tutta la rabbia che avevo in corpo e la frustrazione che avevo accumulato in quei mesi di guerra fredda con lui.

Uscì senza dire una parola e colsi solo una smorfia di disapprovazione nei miei confronti.

Non riuscii più a concentrarmi e attesi con l’ansia che mi uccideva che ci chiamassero sul palco.

A sangue freddo mi resi conto che non era stata una bella mossa litigare con Erik in quel modo a meno di mezz’ora dall’inizio del nostro primo concerto, ma mi sentii più leggera, per avergli finalmente espresso quello che pensavo di lui.

E poi non ci fu più tempo di riflettere su quanto era accaduto: ero sul palcoscenico con le luci puntate contro e il fiato corto. Credevo che non sarei riuscita a emettere neppure una nota, tanto sentivo la gola stretta.

Erik incominciò a suonare l’inizio della prima canzone, appena gli applausi del pubblico che ci aveva accolti sul palco sfumarono. Io stringevo il microfono, come se da quello dipendesse la mia vita, ma ero rigida e immobile, fissavo davanti a me e non riuscivo neppure a respirare.

Arrivò il punto in cui dovevo attaccare, sentivo gli sguardi degli altri su di me, ma io ero bloccata. Erik ripeté le ultime battute della melodia, eppure neppure allora emisi un fiato.

Mi sentivo morire, avevo persino dimenticato le parole della canzone. C’era solo un’immensa distesa vuota nella mia testa che aveva inghiottito ogni cosa.

 

Poi Erik si avvicinò a me e mi sussurrò in un orecchio: «Canta con me» e iniziò ad accennare con la sua voce profonda le prime battute della canzone, come se fosse previsto dalla scaletta.

Fu come risvegliarsi da un incubo, lo seguii e la mia voce divenne sempre più sicura, a mano a mano che procedevo. Lui mi rimase al fianco, ma smise del tutto di cantare quando vide che mi ero sbloccata.

Quella per fortuna fu l’unica impasse della serata, il resto andò alla grande, almeno quella fu la mia sensazione che fu presto confermata dall’applauso del pubblico: un boato che mi riempì il cuore di gioia e mi percorse come una scossa elettrica.

Abbracciai tutti e per ultimo, strinsi forte Erik: mi aveva salvato. Pace era fatta. Ora eravamo una band unita, a tutti gli effetti.

L’ultima sorpresa arrivò alla fine del concerto: trovai i miei genitori nel backstage, e anche con loro non ci fu bisogno di parole. Mi abbracciarono stretti a turno.

«Non credevamo che tu fossi così brava. Sei stata fantastica! Ci hai giocato davvero un bello scherzo» disse mio padre.

Non so come avevano saputo, ma il mio segreto, serbato con cura fino a quel momento, era stato scoperto. Erano venuti ad ascoltare, all’inizio allibiti, non credevano ai loro occhi, poi si erano arrabbiati perché li avevo tenuti all’oscuro per tutto quel tempo. Alla fine, avevano deciso di ascoltarmi cantare fino in fondo ed erano rimasti sorpresi dalla mia bravura, così avevano voluto farmi i complimenti di persona.

“Tutto è bene quello che finisce bene” pensai, mentre guardavo i miei genitori, poco discosti da me, parlare con i miei amici della band.

Sentii solo qualche frase, mio padre che diceva orgoglioso: «Ha sempre cantato sin da piccola, era proprio la sua strada…».

Poi mi lasciai andare alla gioia pura: avevo realizzato il mio sogno.

Ero la cantante di una rock band.

 

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