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Storia di ordinaria bellezza

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia più votata del n. 10 di Confidenze

 

Sono stata educata a prendermi cura del prossimo, anche per ricambiare la fortuna che ho avuto di crescere in una famiglia benestante. Dunque, se qualcuno
ha bisogno d’aiuto non mi volto dall’altra parte. È successo così anche con Valter

STORIA VERA DI ADRIANA MICHELI RACCOLTA DA MARCO BERGAMASCHI

 

Sono nata circondata dall’amore. Mio padre era il farmacista del paese, un uomo generoso e buono, sempre pronto ad aiutare i malati che avevano bisogno di qualche medicina e non potevano permettersela. La mamma era un’insegnante di pianoforte e i suoi occhi non smettevano mai di sorridere. Mi ricordo che la venivano a prendere in calesse per andare a fare lezione, io che ero alla finestra la salutavo gridando «Torna presto» e lei mi rispondeva con un bacio. La mia era una famiglia benestante e fin da subito ho capito di essere molto fortunata rispetto alla maggior parte degli altri bambini. Un po’ mi dispiaceva tutta questa fortuna solo per me e allora cercavo di condividere con gli altri la gioia e le attenzioni che ricevevo di continuo dalla mia famiglia. Dopo la scuola, correvo dai figli dei contadini e regalavo loro le mie bambole di porcellana. Trascorrevamo insieme il pomeriggio giocando fino all’imbrunire e mangiando polenta e salame con le nonne, le zie e le tante donne che, dopo aver lavorato nei campi, si ristoravano prima di cominciare i lavori di casa. Godevo appieno della genuinità e dell’autenticità dell’essere umano e di tutti quei valori che poi sarebbero divenuti i capisaldi della mia vita. Diventata più grande, ho frequentato un istituto privato gestito da suore svizzero tedesche e mi sono diplomata in lingua inglese. Ogni tanto il collegio apriva le porte ai meno abbienti per dare loro cibo e vestiti: mi ricordo che un giorno ho lavato i piedi a una persona che si era sporcata e non poteva piegarsi e per questo fui ripresa duramente dai responsabili del collegio. Ci sono rimasta male perché per me era assolutamente normale aiutare qualcuno che si trovava in palese difficoltà. Non ho mai capito il perché di quella lavata di capo e ancora oggi, a distanza di anni, non riesco proprio a spiegarmela. Una volta diventata adulta, non Sono nata circondata dall’amore. Mio padre era il farmacista del paese, un uomo generoso e buono, sempre pronto ad aiutare i malati che avevano bisogno di qualche medicina e non potevano permettersela. La mamma era un’insegnante di pianoforte e i suoi occhi non smettevano mai di sorridere. Mi ricordo che la venivano a prendere in calesse per andare a fare lezione, io che ero alla finestra la salutavo gridando «Torna presto» e lei mi rispondeva con un bacio. La mia era una famiglia benestante e fin da subito ho capito di essere molto fortunata rispetto alla maggior parte degli altri bambini. Un po’ mi dispiaceva tutta questa fortuna solo per me e allora cercavo di condividere con gli altri la gioia e le attenzioni che ricevevo di continuo dalla mia famiglia. Dopo la scuola, correvo dai figli dei contadini e regalavo loro le mie bambole di porcellana. Trascorrevamo insieme il pomeriggio giocando fino all’imbrunire e mangiando polenta e salame con le nonne, le zie e le tante donne che, dopo aver lavorato nei campi, si ristoravano prima di cominciare i lavori di casa. Godevo appieno della genuinità e dell’autenticità dell’essere umano e di tutti quei valori che poi sarebbero divenuti i capisaldi della mia vita. Diventata più grande, ho frequentato un istituto privato geho mai dimenticato l’attenzione per il prossimo; quando la vita me ne ha dato l’occasione, non mi sono tirata indietro e ho cercato di rendere più lieve l’esistenza di chi incontravo sul mio cammino.

Questo è l’insegnamento che ho cercato di trasmettere ai miei figli: bisogna seminare e lasciar spuntare nell’altro il seme dell’amore, un germoglio prezioso che cresce nel cuore di ognuno e impedisce di trasformare le persone in individui egoisti e indifferenti alla vita degli altri. Molte volte sono stata criticata, o non compresa per questo, ma ci ho fatto l’abitudine: quando cammino per strada, in qualsiasi città mi trovi, se incrocio qualcuno che chiede l’elemosina o un piccolo aiuto, non mi giro dall’altra parte. Le amiche mi dicono che non posso aiutare tutti perché i miei gesti sono una goccia in mezzo al mare: rispondo che se, nel nostro piccolo, tutti facessimo la nostra parte, quel mare sarebbe meno vasto. I poveri, i senza tetto, i bisognosi ci sono sempre stati e ci saranno sempre, fanno parte della vita e non possiamo ignorarli, non possiamo chiudere il cuore e voltare lo sguardo altrove. Dobbiamo allenarci alla compassione, la meravigliosa capacità dell’anima che permette di percepire quello che l’altro sperimenta e di sentire le passioni, i desideri e i dolori di chi abbiamo davanti. È con questa convinzione che nel 1990 ho accettato di ospitare due profughi albanesi, una donna vedova e il suo bimbo arrivati in Italia senza niente. Alla fine sono rimasti con me 15 anni. Non volevo che lei, in fuga dalla guerra e dalla povertà, si sentisse sola e non potevo permettere che la disperazione che stava vivendo per la sorte di suo figlio prendesse il sopravvento. Il bambino è diventato un ingegnere, vive e lavora a Milano e so che ho fatto la scelta giusta. Ma forse l’avventura più bella è arrivata nel 2018: era una mattina d’inizio estate e stavo aprendo le persiane del salotto, quando ho notato un signore seduto fuori dal bar: stringeva al petto un cagnolino e si stava accasciando a terra. Senza perdere tempo sono corsa in strada per soccorrerlo. L’avevo già notato nei giorni precedenti: era un senza tetto, non aveva una casa, un lavoro, nessun parente. Il suo mondo era rappresentato da Sati, il cagnolino dal manto nero. «Le vedi quelle finestre chiuse di casa mia?» gli ho chiesto. «Lo sono perché i miei figli non abitano più con me. Se vuoi le possiamo riaprire perché tu da oggi puoi abitare quelle stanze vuote». È così che è cominciata un’avventura che non è ancora finita, perché la permanenza, che doveva essere temporanea, ora è a tempo indeterminato.

Ci siamo conosciuti giorno dopo giorno, rispettando i suoi tempi e senza mai forzare la mano. Valter era un uomo con tanta sofferenza e un senso di vergogna, inquietudine e dolore che si trascinava da anni. Una volta ristabilito, senza che io chiedessi nulla ha iniziato ad aiutarmi con le faccende di casa, il giardino e i miei cani che nel frattempo, insieme a Sati, erano diventati una vera gang gioiosa. Le prime difficoltà sono arrivate quando ho deciso di offrirgli mensilmente un riconoscimento economico per restituirgli quella dignità che la vita gli aveva tolto. Ha ripreso certe vecchie abitudini che l’avevano allontanato dal mondo, cominciando a trascorrere tempo al bar. Sono stati momenti difficili perché non sapevo come aiutarlo. Ma non ho mai pensato di allontanarlo dalla mia vita perché era in difficoltà, capita a tutti di avere un momento di smarrimento. Poi, una sera, quella che sembrava essere una disgrazia si è rivelata invece una fortuna: uscendo dal bar, Valter è caduto sul marciapiede ed è stato ricoverato in ospedale dove ha trascorso giorni circondato dalle cure dei medici e dalle attenzioni della mia famiglia. Il seme dell’amore è germogliato in lui: allettato, ha ripensato alla sua vita e, una volta dimesso dall’ospedale, ha deciso di non mettere più piede in un bar e non ha più infranto la promessa fatta a se stesso. Valter è ormai un membro della mia famiglia e condivide con noi tanti momenti felici. Un giorno si è avvicinato e mi ha chiesto: «Adriana, posso chiamarti mamma per sempre?». Con una certa emozione gli ho risposto: «Certamente, per me sei come un figlio adottivo». Ancora una volta il seme dell’amore aveva dato i suoi frutti. Oggi ho 85 anni e continuo a guidare l’automobile: faccio da autista agli anziani che hanno bisogno di andare dal medico o di sbrigare delle commissioni. Inoltre gestisco attività di solidarietà e sono presidente dell’Auser del paese perché il volontariato aiuta a mantenere il cuore pieno d’amore. Da sette anni sono anche diventata francescana laica. Qualche mese fa sono stata premiata dalle associazioni Avis e Aido con una pergamena e la medaglia del Premio Bontà 2019 per il mio impegno nei confronti dei più bisognosi. È stata una sorpresa: non ho mai pensato di essere una persona speciale o di fare qualcosa di eclatante. Quello che mi interessa è che la luce dell’amore continui a brillare nelle nostre comunità perché nessuno si volti più dall’altra parte se c’è qualcuno che chiede aiuto. Se c’è quella luce, ogni cosa va per il verso giusto.

 

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