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Cinque anni fa moriva Pietro Taricone: ‘o guerriero

Mondo

Il 29 giugno 2010 Pietro Taricone non sapeva di avere l'appuntamento più cruciale della sua vita: quello con la morte. Confidenze allora ne scrisse così. Vi riproponiamo l'articolo.

Una cosa è certa: se la sta ridendo. Il guaio l’ha fatto, e grosso, perché, se è pur vero che nessuno è immortale, quando te ne vai a 35 anni e pianti in asso chi ti ama non è che puoi cavartela con il solito: «Dai, stiamo a gioca’, stiamo a scherza’». E di sicuro Pietro Taricone non è felice d’aver lasciato impietrita l’amata Kasia (che deve anche spiegare alla figlia Sophie com’è che papà ha smesso di giocare con lei), ma quello che vede dall’Aldilà non può che divertirlo: è finito su tutte le prime pagine e su tutte le copertine, hanno stampato per lui fascicoli speciali, in tv riceve omaggi commossi. Tutto sotto il segno del dolore per una vita spezzata, una carriera incompiuta, un sogno infranto. Grandi scrittrici, come Edgarda Ferri e Maria Venturi, ne parlano come del James Dean italiano. L’immagine è suggestiva, ma il personaggio del ribelle, irregolare e perdente, va molto stretto al nostro «guerriero».

Quando Dean si schiantò in auto sulla strada di Salinas, era un ragazzo (aveva 25 anni) con molti problemi e un attore poco conosciuto: diventò un mito, e un simbolo precursore della rivolta giovanile del ’68, proprio grazie alla tragica scomparsa.

Quando Taricone si è schiantato a terra con il paracadute era già entrato in proverbio. E non era una semplice promessa del mondo dello spettacolo, era un uomo che aveva già realizzato il capolavoro a cui si era dedicato: la sua vita.

Rivediamola, da quando è nato. Non nella culla (all’anagrafe la data è 4 febbraio 1975) ma sul teleschermo (la data è 14 settembre 2000, primo giorno del Grande Fratello). A metà ottobre del 2000, il Corriere della Sera, gli dedicava questo titolo su una pagina: Macho, filosofo, rubacuori: il divo è Taricone, rilevando che era già “Pietromania” e sottolineando: «Sei un Taricone. Ormai tra i ragazzini, e non solo, circola già questo nuovo appellativo. Che non è un insulto, anzi. Significa un po’ bullo, un po’ macho, palestrato ma simpatico, filosofo ma alla portata di tutti, sciupafemmine, molto sciupafemmine». E l’autrice. Maria Volpe, ne completava il ritratto con evidente ammirata simpatia: «Fisico muscolosissimo, stratatuato (in realtà aveva solo tre tattoo), studente fuoricorso in Legge, gli mancano tre esami, è ormai il leader indiscusso del gruppo».

Sono i giorni in cui Pietro, allenandosi nella Casa, fa training autogeno: «Io so’ Taricone, ’o guerriero» dice, e ribadisce ai compagni d’isolamento: «Fate, fate ‘e pulizie. Io so’ ’o guerriero. ‘O guerriero ha da combatte. Non può sta’ a fa’ da mangia’, a lava’ i piatti, a strofina’ in giro». Anche perché deve avere il tempo per sedurre: Taricone e Cristina Plevani, nel giro di tre giorni dall’inizio del programma, hanno incontri ravvicinati, con un indesiderato effetto collaterale: lei si innamora e lui se ne esce così: «Stiamo andando oltre, è meglio evitarlo, per tutti e due», una frase da manuale del perfetto sganciamento (persino meglio del classico: «Non ti merito»), anche se poi esagera, corteggiando subito un’altra (per chi non ricorda, era Marina La Rosa, detta «la gattamorta», e lui esternava: «Cristina è sensibile però Marina non cammina, sfila. Ti frega»). E chissà che non fosse anche strategia galante e sottile. Perché facendola soffrire, Taricone regala a Cristina Plevani un mare di simpatia e, il 21 dicembre 2000, la vittoria.

A se stesso però ha procurato una popolarità che, uscito dalla Casa, lo costringe a sparire dai luoghi che frequentava, per non essere travolto dall’entusiasmo delle ammiratrici, a uscire con bavero alzato e caapelluccio alla Rocky per andare in palestra, o a evitare, nelle passeggiate, la luce del giorno per non creare ingorghi d’auto e affollate richieste d’autografi e di foto.

Nel gennaio 2001 i suoi muscoli vanno in copertina sul mensile Max e lui diventa il “Pietro nazionale”, con un plebiscito di apprezzamenti per il suo sex appeal. Il suo commento? «L’etichetta che mi danno non mi piace. Belli di papà, io ho studiato benino al liceo, non ho ancora finito l’università, ma a me piace leggere.Volete che vi dica che mi piace Umiliati e offesi o Guerra e pace? È banale: sono capaci tutti. A me piace anche Conan il barbaro, e nun me ne vergogno». Così, mentre si sprecano le profezie, non tutte benevole, sul suo avvenire (lui ha detto: «Vorrei fare l’attore, mi piace Mel Gibson»), Taricone, in realtà, si sta impegnando, semplicemente, a vivere.

Non gli importa niente di essere un modello («Pietro incarna la mascolinità», «Pietro rappresenta l’uomo d’oggi», scrivono i sociologi), lui vuole essere se stesso. In quel momento lo capiscono in pochi e molti si meravigliano (e lo bollano come spocchioso) che addirittura rifiuti di andare in tv. Partecipa soltanto, il 10 gennaio 2001, al Maurizio Costanzo Show (nella rubrica Uno contro tutti) e tiene dieci milioni di spettatori davanti al video. Ma ha le idee chiare: «Non c’è niente di peggio che fare il coglione nei talk show se non hai niente da dire. Fa bene ad andarci chi una professione ce l’ha. Almeno può parlare di qualcosa che lo riguarda».

Intanto studia recitazione ed entra nel cast di fiction tv e di film per il cinema. Quando, nel 2004, esce RadioWest (FM 97), girato l’anno prima, il sempre severo Paolo Mereghetti annota nel suo Dizionario dei film: «Gli interpreti non di rado convincono (sorprende soprattutto ‘o guerriero Taricone, star della prima edizione del reality show televisivo Grande Fratello)».

Ma Pietro non si vede come divo. Ha raccontato a un altro critico cinematografico, Goffredo Fofi, la sua versione dei fatti: «Mi piace fare il cinema perché mi piace fare le cose che mi piace vedere, monto a cavallo perché mi piacciono immensamente le immagini di uomini a cavallo, non faccio televisione perché non guardo quasi mai la televisione. Ho provato a fare teatro, ma ho capito che lì ci vuole davvero la tecnica e la scuola, che non ho. Il cinema è una scommessa che mi piace. Certo un regista che si fida di me deve avere molto coraggio, per via dell’etichetta del Grande fratello che mi è rimasta addosso, e che chissà quando verrà dimenticata. Mi dicono che sono adatto per la macchina da presa. Dicono che sono spontaneo: spero di cavarmela sempre meglio».

Nel momento in cui dice queste cose, l’attore Pietro Taricone è nel momento magico (anche se resta convinto di essere «sempre allo sportello dell’ufficio collocamento») perché dopo Distretto di polizia 3, ha già lavorato con Gabriele Muccino in Ricordati di me, e già lo cercano per cinema e tv (farà Codice Rosso, La Nuova Squadra, Tutti pazzi per amore, MaradonaLa mano di Dio), ma sta pensando a ben altro. Intanto perché quando è su un set «prima mi sparisce la salivazione e subito dopo mi arriva il mal di pancia», poi perché, come dichiara a Laura Piazzi sul Corriere della Sera: «Lo so benissimo: in un provino tutti partono da zero, ma io devo partire da meno dieci», infine, e soprattutto, perché RadioWest gli ha cambiato la vita.

Fino ad allora Pietro Taricone nato a Frosinone, da Francesco e Maria Teresa originari di Trasacco in provincia dell’Aquila, e cresciuto a Caserta, stava molto volentieri al gioco del latin lover (lasciava ai giornali il suo telefonino: 0338.9802376) o, meglio ancora, del serial lover, perché poteva dichiarare settanta conquiste (niente in confronto alle settecento vantate da Antonio Cassano, ma certamente più veritiere) che, peraltro, non mitizzava: «Che fatica!» e che lo avevano aiutato a delineare l’identikit della sua ragazza ideale. Tra goliardiche indicazioni di misure e curve, c’era anche l’apprezzamento per « occhi chiari e tratti somatici da russa».

Sul set di RadioWest c’è Katarzyna Anna Smutniak, detta Kasia, che non è russa ma va molto vicina al suo ideale. Polacca, classe 1979, la più bella delle giovani attrici straniere del nostro cinema, Kasia Smutniak e Pietro Taricone si guardano negli occhi, il primo pensiero di lei, guidato da quel che crede di sapere di lui, è “Siamo troppo diversi, non funzionerà mai” (se clicca su Internet vengono fuori tutte le sue “prodezze”, comprese quelle amatorie nella Casa). Il primo pensiero di Pietro è: “Sono innamorato pazzo”. Il secondo: “Sono fortunatissimo ad averla incontrata, è bellissima, è sensibilissima”. E anche Kasia comincia a pensare: “È gentile e galante, e mi dà sicurezza, mi fa sentire amata e protetta. Mi sento molto fortunata di averlo incontrato”. Il fatto è che Kasia ha trovato un macho che è anche un uomo vero.

E lui ha incontrato il suo destino. Quello di realizzarsi nella vita di ogni giorno, come innamorato ma anche come papà: Sophie nasce il 4 settembre 2004. Nessuno sa che ‘a livella, come la chiamava Totò, gli ha fissato, per il 29 giugno 2010, un appuntamento a Terni, che sarà la sua Samarcanda.

Un appuntamento, che ha di certo aggiunto strazio silenzioso all’infinito dolore di Kasia, perché, in qualche modo, in agenda, gliel’ha messo lei. Con Kasia, Pietro aveva già realizzato tutto quello che voleva dall’esistenza, a cominciare dalla vita in campagna (decisa senza parole, solo con un’intesa degli sguardi), regno dei cavalli di cui Taricone diceva: «Sono animali cui Dio non ha dato la parola per non mettere in imbarazzo gli esseri umani. Sono forti come un uomo e sensibili come una donna». Era felice di sentir dire Kasia: « È andata bene: non credo che potrei tornare nel caos della città. Davanti a casa ci sono solo prati, e a nessuno interessa come sono vestita o truccata».

E poi c’è la passione per l’aria. I sensuali lineamenti di Kasia nascondono un temperamento da maschiaccio, come lei stessa si definisce.

Nata in una famiglia di militari (il nonno era pilota di elicotteri), con un padre generale d’aviazione, e figlia unica, prima di andarsene di casa, ha dovuto, per far contento papà Zenon, seguirlo spesso sui campi di volo. Il bello è che le piaceva, tanto che a 16 anni aveva già il brevetto di pilota di alianti. È lei che ha trasmesso a Pietro la passione per il paracadutismo.

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Diceva: «Amo le sfide. Mi piace molto lanciarmi con il paracadute. Ho fatto provare anche a Pietro qualche tempo fa». E ’o guerriero, che non ha mai avuto il dono della paura (l’unico suo vero grande difetto) non si è fatto pregare. «Quando ho cominciato a lanciarmi mi sono innamorato di questo sport», diceva: «È un’esperienza unica saltare da 4.500 metri, e comunque tutte le attività sportive ci aiutano a crescere, a incanalare nel modo giusto le nostre energie». Nel giro di meno di due anni aveva fatto 400 lanci, parecchi in contemporanea con Katia, anche dopo la nascita di Sophie, e, quasi sicuramente in Cielo è l’unica cosa che Pietro starà ricordando come la vera “cavolata”. «Porcoggiuda», dirà «ma neanche gli Obama o i reali inglesi vanno insieme sullo stesso aereo!». E che la sua fine venga paragonata a quella di una rockstar non può che aumentargli l’allegria.

I lanci avevano contribuito a rafforzare il legame con Kasia proprio dopo una brutta crisi, affrontata dal guerriero in modo esemplare, perché lui non si limitava a sognare di essere un eroe positivo, lui lo era nella vita. I giornali, nell’estate del 2008, avevano enfatizzato un’affettuosità di Kasia con Raz Degan, suo partner nel film Barbarossa. «Mi sono legato le mani, evitando di andare a cercare quello là», aveva confessato con bellicosa esagerazione Taricone, che rimproverava al fugace rivale di essere «l’unico che in questa storia non ha sofferto». Ma, al di là delle parole, l’azione era stata meditata: « Ho valutato da uomo l’importanza del nostro progetto di vita. Per me è importante costruire».

Oggi che per sua volontà il corpo di Pietro Taricone non esiste più, cenere in un’urna nella tomba di famiglia, sappiamo che tutto, ma proprio tutto, del suo progetto di vita, che voleva dire affetti e famiglia, era andato in porto, ottenuto con intelligenza e sensibilità. Perché piangerlo? L’importante è fare tesoro della sua lezione: vivere in modo da potersi sempre guardare allo specchio senza mai vergognarsi. Se poi ci vedi riflesso un fisico da supermacho, che male c’è?

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