MENU

Ho qualcosa da dirti di Hanif Kureishi

Mondo

Uno psicoanalista e le storie estreme che in trent'anni professione ha ascoltato ed è sempre riuscito a contenere. Tranne una...

“I segreti sono la mia valuta corrente. Ci traffico per guadagnarmi da vivere. I segreti nascosti nel desiderio, in ciò che le persone vogliono davvero, e in ciò di cui hanno più paura. I segreti del perché l’amore è difficile, il sesso complicato, la vita dolorosa e la morte così vicina eppure tenuta debitamente a distanza. Perché il piacere e il castigo sono così strettamente connessi? Come parlano i nostri corpi?  Perché siamo noi stessi la causa delle nostre malattie? Perché desideriamo il fallimento? Perché il piacere è difficile da sopportare? (…) Sono uno psicoanalista. In altre parole, una persona che legge le menti e i segni. A volte mi definiscono uno strizzacervelli, guaritore, detective, uno che sa aprire porte, uno che rovista nella sporcizia, o un vero ciarlatano, un truffatore. Come un meccanico sdraiato sulla schiena, lavoro su ciò che sta al fondo delle storie: fantasie, desideri, bugie, sogni, incubi, il mondo sotteso al mondo, le parole vere che si celano sotto quelle false. Prendo seriamente le cose intangibili che appaiono più assurde. Penetro dove il linguaggio non arriva, dove è costretto a fermarsi – ‘l’indescrivibile’ – e questo lavoro lo svolgo anche di mattino presto. Conio nuove parole per il dolore, e ascolto come desiderio e senso di colpa sconvolgano le persone e le terrorizzino, i misteri che scavano un vuoto nell’intimo e deformano e tormentano il corpo, le ferite dell’esperienza, riaperte per il bene dell’anima quando ormai si sono schiuse. Intimamente le persone sono più folli di quanto vogliano credere. (…) È uno sporco lavoro, avere a che fare da vicino con tutto ciò che è umano”.

Ricordate Nell’intimità? Ne scrissi in questa rubrica qualche anno fa, ne scrissi in modo furioso e sanguigno, verace. È uno dei miei libri-vita, uno di quelli che leggi a 20 anni e dici “splendido, ma a me non succederà mai” e poi rileggi a 40 e tra una lacrima e l’altra ti lasci andare a un “meraviglioso, è successo anche a me”.

Ecco, questo romanzo qui (molto, molto più lungo rispetto al fiume in piena del monologo notturno del protagonista del racconto lungo che ha dato la fama allo scrittore e drammaturgo inglese di origini pakistane) è tutta un’altra storia ma in fondo neanche tanto. Qui c’è una storia complessa, che si snoda tra un presente e un passato che sembrano negarsi e invece si motivano e ‘consentono’.

Jamal fa lo psicoanalista, una moglie che lo ha lasciato per un altro uomo, un figlio. Jamal ha un ricordo – in realtà ne ha tanti, 30 anni fitti – e quel ricordo ha un nome, Ajita, il suo primo amore. C’è una parola pesante, legata al suo passato, al suo amore scomparso: omicidio.

Però. Detto tra noi. Della trama (pur accattivante, psichedelica, agile) a me importa davvero poco. Quello che amo di Kureishi sono i paragrafi che aprono ogni capitolo, quegli spazi che diventano vere piste da ballo per il suo talento narrativo intimistico, un talento che consente al lettore di leggere una storia, calarsi in essa e nello stesso tempo ritrovare interrogativi che l’uomo e la donna di oggi non riescono a porsi ma sanno che ci sono, ammaestrati e intorpiditi da una moda poco chic, quella che ha rinchiuso in un armadio la scintillante nuance dello spirito di autocritica.

Jamal è psicoanalista e proprio alla descrizione di questa branca della scienza appartengono le pagine più belle, quelle che non puoi non sottolineare e copiare da qualche parte per tornare a rileggerle più volte, veri tesori per la comprensione di un tempo, il nostro, ricco di contraddizioni e paure e solitudini travestite a festa. Jamal ha ascoltato cose estreme, è il suo mestiere. Ma una volta ha dovuto ascoltare qualcosa che non è riuscito a contenere, a filtrare, a tenere distante da sé.

Vi consiglio la lettura di questo libro complesso, maturo nell’analisi, dalla lucente scrittura (una lode a Bompiani che sulla copertina riporta anche il nome del traduttore, il bravissimo Ivan Cotroneo), dalla portata forte, quella che torna a dare peso alla letteratura.

“Alcune persone preferirebbero farsi sparare, piuttosto che parlare. Tutto ciò che posso fare è lasciare che il soggetto parli a lungo; entrambi prendiamo le parole seriamente, ed entrambi sappiamo che anche quando dice la verità sta mentendo e quando parla di altri sta parlando di se stesso”

 

Hanif Kureishi, Ho qualcosa da dirti, Bompiani

 

 

Confidenze