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Liliana Segre

Mondo

Chi odia Liliana Segre la odia anche per la sua grandezza, per la sua capacità di essere diversa e libera, anche dall'odio verso i suoi aguzzini

Quando il regime fascista promulgò le leggi razziali, Liliana Segre era una bambina molto amata. Viveva coi nonni, orfana di madre. Adorava suo padre, dolce e forte, il suo protettore, che considerava invincibile. D’un tratto da cittadini italiani diventarono ebrei e nemici dello stato, Liliana fu cacciata da scuola. Siccome eravamo ebrei, non potevo più studiare (Liliana Segre). E suo padre non poteva farci niente. Era una vittima, come lei.

Le sue ex-compagne la segnavano a dito, nessuno la invitava più a casa. Il quartiere sordamente diventò nemico. Come ebrea era diventata un essere inferiore, senza diritti. Era perfino vietato ascoltare la radio. Le nuove leggi erano fatte per umiliare gli ebrei in ogni piccola cosa, rendendo la vita impossibile.

Ci fu qualcuno antifascista, e qualcuno che ha fato scappare molti ebrei, ma la maggior parte andava a piazza Venezia ad applaudire quello che gridava più forte (L. S.). Liliana aveva 13 anni. Lei e il padre scapparono in provincia, cambiando identità. Ma furono scoperti. Tentarono la fuga in Svizzera, di notte, nella neve, lei aggrappata alla mano del padre, con lui si sentiva salva. Riuscirono ad arrivare in Svizzera. La fuga sulle montagne era stata dura, ma eccoli fuori pericolo. E invece no. L’ufficiale svizzero li trattò con disprezzo feroce. Ebrei bugiardi, non è vero quello che raccontate dell’Italia, qui non c’è posto per voi. (L. S.). E li rimandò indietro. Furono arrestati, e messi in prigione. Nella sventura, Liliana ebbe la gioia di ritrovare suo padre, e di essere detenuti insieme a San Vittore. Gli unici che ebbero pietà di loro furono i galeotti, i delinquenti abituali si rivelarono più sensibili della brava gente comune. Partirono su un treno di deportati. A calci e pugni fummo caricati dalle SS e dai loro servi. Il viaggio durò una settimana. Eravamo pigiati dentro un vagone sprangato senza acqua e cibo, con un secchio per i nostri bisogni, che si riempì subito. (…) Arrivammo a Birkenau-Auschwitz. La porta si aprì e con gran violenza fummo tirati fuori tutti. Liliana viene separata da suo padre. Non lo rivedrà più .

Non c’è bisogno di raccontare cos’era la vita nel lager. Innumerevoli documentari e film ci mostrano il punto più basso cui sia mai arrivata l’inciviltà umana. Liliana vive come tutti nel terrore, nella miseria fisica, nella fame, nell’incubo che quel filo di fumo che brucia i corpi degli uccisi un giorno si alzerà per lei. Vede morire le sue compagne, subisce ogni violenza, o vi assiste. Diventa uno scheletro affamato, come gli altri.

Un giorno al di là del filo spinato, lei e un gruppo di ragazze vedono passare dei soldati francesi prigionieri di guerra. Ci chiesero chi eravamo, noi in coro, perché nessuna aveva abbastanza voce per rispondere, urlavamo che eravamo ragazze ebree italiane. Loro stupiti, non potevano credere che fossimo ragazze, perché eravamo così orribili, scheletri informi, con le occhiaie profonde, senza ombra di femminilità. Poi, il miracolo. La liberazione, il ritorno.

Liliana Segre ha avuto la forza di vivere. Molti non hanno resistito all’orrore dei ricordi, e si sono dati la morte, per liberarsene. Primo Levi, che aveva scritto pagine immortali sulla sua prigionia, come memoria e altissimo esorcismo (dico immortali nel pieno senso del termine perché credo che resteranno, come la Bibbia), non resse al male visto e subìto, e si suicidò in tarda età. Oggi Liliana Segre, a 89 anni, senatrice a vita, testimone fondamentale dell’olocausto, come si usa chiamare la tremenda macelleria dei nazisti, è minacciata di morte, e fatta segno all’odio dei social, in quanto ebrea. Svastiche e simboli fascisti sono tornati sulle mura d’Italia, quella mostruosa scusa per odiare il prossimo che è l’antisemitismo sta tornando nell’incoscienza generale. Così gravi e numerosi sono gli insulti e le minacce, che alla senatrice è stata assegnata una scorta. Quando ha chiesto do formare una commissione di controllo sui reati di razzismo, è stata approvata, ma non all’unanimità. Partiti come la Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia si sono astenuti.

Chi odia Liliana Segre la odia anche per la sua grandezza. L’episodio che più la rappresenta, è quando, dopo la sconfitta nazista, i vigliacchi arroganti diventano dei paurosi tremebondi, e buttavano via la divisa che aveva terrorizzato l’Europa. Anche il comandante del campo vicino a me, quell’uomo crudele con la prigioniere, si mise in mutande e buttò la divisa nel fosso. La sua pistola cadde ai miei piedi ed ebbi la tentazione fortissima di prenderla e sparargli. Lo avevo odiato, sognavo la vendetta, mi sembrava il giusto finale di questa storia. Ma capìi di essere diversa dal mio assassino, che la mia scelta non poteva somigliare alla teoria dell’odio e del fanatismo nazista. Io nella mia debolezza estrema ero molto più forte di lui. Non raccolsi quella pistola, e da quel momento sono stata libera. 

Questa è la domanda: vorresti essere come Liliana Segre, o come il nazista? Molti sceglierebbero il secondo, anche nel nostro parlamento. Forse dal nazismo non si torna indietro. Forse Il nazismo è stato la prova generale del secolo, e di quelli a venire. Da tutto il mondo arrivano voci di appassionata solidarietà e ammirazione per Liliana Segre. Uniamo la nostra.

 

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