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Non tagliare i miei sogni

Mondo

La storia più apprezzata della settimana è "Non tagliare i miei sogni" di Eleonora Girotti, pubblicata sul n. 24 di Confidenze. Ve la riproponiamo su blog

Nell’età dello sviluppo, in alcune tribù africane alle bambine si pratica ancora l’infibulazione. Un’usanza barbara che recide la felicità di sentirsi donna. Io l’ho combattuta fino in fondo sostituendo alla lama il potere tagliente delle parole

Storia vera di Nice Nailantei Leng’ete raccolta da Eleonora Girotti

 

Sono cresciuta in un villaggio a quattro chilometri da Loitoktok, una piccola città del Kenya alle pendici del Kilimanjaro, non lontano dal confine con la Tanzania. Qui le persone sono felici. Siamo immersi totalmente nella natura, camminiamo nelle verdi steppe, riposiamo sotto la tipica forma a ombrello degli alberi di Acacia e, all’orizzonte, vediamo la cima innevata del vulcano sbucare dalle nuvole.

Siamo un popolo orgoglioso, ricco di tradizioni e di costumi.

Nel libro autobiografico La mia Africa, la scrittrice Karen Blixen racconta così la sua esperienza nella mia comunità: “Era là, davanti a me, un vero masai dalla testa ai piedi. Sono belli, i guerrieri masai. Hanno quella particolare forma di intelligenza che noi chiamiamo chic: la loro aria intrepida, selvaggia, fantasiosa, è lo specchio della loro stessa natura, di un loro immanente ideale. Lo stile non ha nulla che sia d’accatto, non segue un’idea estranea di perfezione, ma nasce dal di dentro, è espressione della loro razza e della loro storia, non meno delle armi e delle bardature che son parte di loro stessi come le corna ramate di un cervo”.

Il legame con la terra e il bestiame è tutto per il popolo Maasai. Sono moltissime le sfide che ci troviamo ad affrontare ogni giorno, le infrastrutture sono lontane e bisogna garantirsi la sopravvivenza. Ne so qualcosa. Persi entrambi i genitori quando ero piccola, avevo solo otto anni e fui affidata a mia zia. Stavo crescendo e sapevo bene quello che accadeva intorno a me. Quando arrivava il momento, quando i seni cominciavano a vedersi, quando il corpo iniziava a cambiare, quando una bambina stava per diventare donna doveva essere infibulata. Per essere considerata una donna doveva essere tagliata e richiusa nella sua intimità. Nessuna tornava indietro dopo quell’esperienza fatta non solo di dolore, ma anche di paura e conseguenze fisiche che avrebbero condizionato tutta la vita futura. Urinare, mestruare, fare l’amore, partorire.

Il rito di passaggio era una festa d’iniziazione alla vita adulta e come tale era contornata da danze, trucchi, vestiti e gioielli. Ma alla fine, le mie amiche una a una si sdraiavano su quella fredda pietra e andavano incontro al loro destino. La tagliatrice non era un medico. Le lame non erano sterili, come il resto. Poi il sangue, tanto. Una volta ricucite, le bambine restavano con le gambe legate strette per giorni, ad attendere quel decorso che le avrebbe poi portate, inconsapevolmente, verso un matrimonio precoce, un sesso poco soddisfacente e un maggior rischio di complicazioni durante il parto.

D’altronde la donna era fatta per questo, così doveva essere. Ed era vietato piangere. Non solo gli uomini, ma anche le donne, erano tutti d’accordo: «Non muoverti, non urlare, altrimenti getterai vergogna sulla tua famiglia e nessuno ti sposerà mai».

 

 

C’erano pochissimi villaggi al tempo, io e i miei compagni dovevamo camminare 15, forse 20, chilometri per raggiungere la scuola.

Amavo studiare. Le ragazze più grandi di me, dopo essere state infibulate erano state private della loro educazione. Era considerata… inutile. Mutilate nel corpo e mutilate delle loro aspirazioni.

Un giorno dello stesso anno mia zia mi disse che ero pronta. Era periodo di vacanze, la scuola era chiusa ed era il periodo migliore. Toccava a me e a mia sorella. La notte prima del rito la convinsi a scappare, ero io la più piccola ma riuscii a persuaderla. La nostra corsa verso la libertà durò poco, ci trovarono, ci picchiarono e ci riportarono al villaggio. Ci insultarono. Ci dissero che i nostri genitori si sarebbero vergognati di noi e dopo qualche mese ci riprovarono.

Non potevo accettarlo, fuggii ancora. Questa volta da sola. Corsi per 20 chilometri fino al villaggio degli anziani. Ad attendermi c’era mio nonno, il capofamiglia.

«Ho solo otto anni, devo finire la scuola».

Incredibilmente mi ascoltò. Ordinò a mia zia di non sottopormi al taglio e, visto che le decisioni degli anziani sono insindacabili, mi sentivo al sicuro.

Gli anni trascorsero non troppo facilmente, ero la pecora nera, destinata a non sposarmi e non avere figli. Non valevo niente.

La pratica continuava e io continuavo a vedere. Alcune giovani morirono dissanguate, altre per infezione. Chi sopravviveva riportava gravi conseguenze. Dentro di me cresceva, di pari passo alla consapevolezza, la rabbia.

Dieci anni dopo la mia “fuga”, nel 2008, un’associazione che operava nel mio villaggio, mi diede una grande possibilità, frequentare il corso di “Salute riproduttiva delle giovane donne nomadi” per diventare educatrice di comunità. Ogni decisione passa per gli anziani e furono proprio loro a scegliere me.

Qualcosa stava cambiando.

La gravidanza e il parto erano passaggi difficili nella vita della donna mutilata, tante, troppe le complicanze a cui si andava incontro. Con il supporto di “Amref Health Africa” (la più grande organizzazione sanitaria no profit presente in Africa, n.d.r) studiammo un nuovo progetto per trovare pratiche alternative all’infibulazione, lo scopo era mantenere tutte le cerimonie che avvengono durante i riti di passaggio sostituendo però la lama. Con cosa? Con ciò per cui avevo lottato così disperatamente, ribellandomi alla famiglia, alle tradizioni, alla vergogna che avrei gettato sui miei genitori.

La risposta era l’istruzione. Erano libri e quaderni a poter sostituire il coltello e la prima cosa da fare era convincere gli anziani. Dissi loro tutto ciò che avevo imparato. Credo sia stato il momento più emozionante di tutta la mia vita. Le mie idee non erano più solo convinzioni, non ero solo una bambina ribelle. Avevo i mezzi per spiegare loro il perché fosse così importante cercare una strada alternativa.

E mi ascoltarono. Ogni parola, con interesse, senza disprezzo. Ma non era finita. Dovevo ancora affrontare i Morans, i giovani guerrieri Masai, futuri mariti delle bambine che cercavamo di salvare. Accettarono di incontrarmi grazie agli anziani. Ero terrorizzata.

Spiegai loro l’importanza del preservativo per non contrarre malattie, di come l’infibulazione renda il sesso poco piacevole -se non doloroso- per una donna, raccontai nel dettaglio quanto fosse cruenta la pratica a cui le bambine venivano sottoposte per diventare donne e che le mutilazioni genitali portano conseguenze, anche gravi, durante la gravidanza e il parto. Parti che avvengono nelle capanne vista la distanza dagli ospedali, in assenza di persone preparate a gestire quelle conseguenze. Libri e quaderni possono rendere una bambina migliore di quanto mai possa fare un taglio. Si possono evitare infezioni, e morti. D’altronde erano le loro donne.

Ero convincente. Me ne resi conto quando il loro capo mi porse l’Esiere, il bastone nero simbolo della leadership. Mi avevano accettata. Ero una di loro. Potevo guidare la mia comunità verso i riti di passaggio alternativi.

 

Un momento di condivisione di tutta la comunità, in cui gli anziani benedicono le bambine e le accompagnano verso l’età adulta permettendo loro di continuare a studiare e di capire come affrontare i cambiamenti che nel loro corpo avverranno in modo naturale al grido di “Spegniamo il fuoco delle mutilazioni, accendiamo la lampada dell’educazione”.

Le cose stanno cambiando positivamente, è solo questione di tempo e pazienza. Ed è tutta una questione di istruzione. Se per centinaia di anni un popolo che ha tramandato delle tradizioni di generazione in generazione è riuscito a sopravvivere, si conclude che è riuscito a garantirsi la sopravvivenza grazie a quelle tradizioni. Una volta che però educhi le persone, le istruisci e dai le stesse opportunità a maschi e femmine, le cose necessariamente cambiano.

Non voglio dire che le persone che non sono andate a scuola non siano forti o non abbiano possibilità, ma vorrei che in un villaggio si possano assumere un medico o un insegnante che abbiano studiato qui, che desiderano supportare la propria comunità, invece che essere costretti a cercare altrove il personale per le scuole e le strutture sanitarie.

Per questo io resto. Questa è la mia vita oggi, ciò che continuo a fare ogni giorno, sul campo, villaggio dopo villaggio, bambina dopo bambina. Desidero che le persone non siano solo forti ma anche preparate, istruite e pronte ad aiutare concretamente la loro gente.

Sentirmi utile, aiutando ragazze e ragazzi a raggiungere i loro desideri, è ciò che amo di più.

Io mi auguro che ogni bambina possa diventare la donna dei propri sogni, e ogni bambino l’uomo dei propri.

Questo, è il vero cambiamento. 

 

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