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Sylvia di Leonard Michaels

Mondo

La triste fine di Alessandra Appiano e di Kate Spade ci porta a rileggere questo libro, cronaca di un atto di o coraggio e di fragilità

“A volte Sylvia era felice e spiritosa, ma è più facile ricordare i brutti momenti. Erano più clamorosi; e, rispetto a ciò che amavo, ora fa meno male ricordarli. C’erano attimi in cui ci capitava di guardarci, mentre eravamo seduti a qualche metro di distanza in una metropolitana affollata, o a una festa, o nel lento flusso di una conversazione drogata con altre quattro persone nel nostro soggiorno, quando l’alba grigia iniziava a illuminare le finestre, e ci sorridevamo con gli occhi, come se fossimo imbarazzati dalla nostra fortuna, la fortuna di stare insieme.

Un pomeriggio, solo in casa, mi ritrovai a fissare una scarpa da ginnastica di Sylvia sul pavimento accanto al letto. Era ancora allacciata. Se l’era sfilata spingendo con il tallone dell’altra scarpa, che non vedevo da nessuna parte. Mi assalì il vuoto terrificante della scarpa spaiata. Non potevo restare a casa da solo. Uscii e mi diressi velocemente verso il campus della Columbia, cercando di scorgerla tra la folla, i capelli neri al vento, il cappotto di cuoio marrone”.

Leonard Michaels conobbe Sylvia Bloch nel 1960, in un appartamento di un’amica nel cuore del Village newyorkese, in MacDougal Street. Aveva passato gli ultimi due anni a Berkeley, in California, impegnato in vari corsi postuniversitari. Era tornato nella città dov’era cresciuto senza un Ph.D. e con un solo vero desiderio: scrivere racconti.

Sylvia aveva diciannove anni, lunghissimi capelli neri, una frangia che tagliava da sola. Sylvia aveva infiniti dolori dentro, un’infanzia costellata di tragedie, la morte del padre, poi quella della madre, una solitudine interiore ammaestrata forse male, forse nell’unico modo possibile.

I due diedero inizio alla loro relazione la sera stessa del loro primo incontro. Rimasero insieme per i successivi quattro anni. Una storia che Leonard racconta in questo romanzo, una storia dai colori cupi dettati dalla malattia di una giovane donna intelligentissima, ma perduta, disperata, terrorizzata dall’idea di essere abbandonata. Violenza fisica e violenza verbale, apatia e iperattivismo, il tutto inserito in una cornice temporale pazzesca: gli anni delle grandi rivoluzioni, gli anni del rock, dell’esplosione del cinema, delle mode indipendenti e totalizzanti allo stesso tempo, delle droghe sintetiche, della perdizione sociale.

Neanche chi ci ama può salvarci, afferma Michaels tra le righe. Neanche l’intelligenza può alleggerire la pesantezza di sguardo e di cuore di chi non riesce a trovare una luce in se stesso: nessuna parola a dimostrarlo ma i fatti, fatti tristi, come il suicidio della giovane donna, a soli ventitré anni. Leonard aveva deciso di chiedere il divorzio. Sylvia mandò giù quarantasette pasticche di Seconal, stremata dalla fatica di esistere, di trovare una collocazione a tutta la sua emotività e a tutte le sue insicurezze.

La malattia, la scelta più o meno lucida: il suicidio lascia sempre senza parole, mistero insondabile, atto di coraggio e di fragilità, atto lucido e disperato.

Leggere Sylvia fa molto male eppure io lo consiglio. A tutti.

 

Leonard Michaels, Sylvia, Adelphi

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