It di Stephen King

Sogni

Tutti gli incubi iniziano quando siamo bambini e rimuoverli, se non torni in quei luoghi, è impossibile. Un libro immenso, che è anche una vera seduta psicoanalitica

Cinque anni, dal settembre 1981 al dicembre 1985. Un luogo: Bangor, Maine. 1315 pagine. Questi i numeri di un romanzo strepitoso che ha rivoluzionato il concetto di genere letterario (tra 100 anni o forse qualcosa di più lo riconosceranno che King, forse, è uno dei più grandi scrittori di tutti i tempi) e che vi consiglio di leggere senza misurarvi con la critica medio-piccola piccola che si è limitata a definirlo un classico sì ma solo dell’horror.

1957. Tutto comincia con una barchetta, un temporale e un bambino che gioca a rincorrerla. Poi due occhi, il clown: “Lo vuoi un palloncino, George?”, domanda con voce vellutata e occhi invitanti mentre allunga il braccio con mossa teatrale.

La magia, la fantasia, una barchetta che scivola via e un pagliaccio che spunta fuori dal nulla, da un tombino che sembrava aver divorato il piccolo gioco di carta. Pennywise, It, la belva, l’incubo di ogni bambino, le fauci che si spalancano nel buio pronte a divorarci senza pietà.

Tutti gli incubi iniziano a Derry, tutti gli incubi iniziano quando siamo bambini e rimuoverli, se non torni in quei luoghi, è impossibile: questo è il senso e il messaggio di un’opera immensa, indimenticabile, una vera seduta psicoanalitica nei recessi della paura sublimata, nello sguardo dell’adulto che ci rimprovera e che somiglia all’orco, è grande, è imponente, la sua ombra è pesante.

Quello del Re della Trama (sua è la definizione perfetta di romanzo: “la verità dentro la bugia”) è uno sguardo acuto, penetrante, la sua una analisi puntualissima della società occidentale e di tutte le sue aberrazioni. Romanzo d’amicizia, di patto per sempre, romanzo di riscatto e formazione, romanzo fortemente politico e delicatamente d’amore, Bill, Richie, Eddie, Stan, Beverly, Mike e Ben vi entreranno nel cuore e non lo abbandoneranno più.

“Si sveglia da questo sogno incapace di ricordare esattamente che cosa fosse, a parte la nitida sensazione di essersi visto di nuovo bambino. Accarezza la schiena liscia di sua moglie che dorme il suo sonno tiepido e sogna i suoi sogni; pensa che è bello essere bambini, ma è anche bello essere adulti ed essere capaci di riflettere sul mistero dell’infanzia… sulle sue credenze e i suoi desideri. Un giorno ne scriverò, pensa, ma sa che è un proposito della prim’ora, un postumo di sogno. Ma è bello crederlo per un po’ nel silenzio pulito del mattino, pensare che l’infanzia ha i propri dolci segreti e conferma la mortalità e che la mortalità definisce coraggio e amore. Pensare che chi ha guardato in avanti deve anche guardare indietro e che ciascuna vita crea la propria imitazione dell’immortalità: una ruota. O almeno così medita talvolta Bill Denbrough svegliandosi il mattino di buon’ora dopo aver sognato, quando quasi ricorda la sua infanzia e gli amici con cui l’ha vissuta”.

L’infanzia è la scena del crimine. La vita che segue, un processo di fronte al tribunale di una Coscienza scossa, lesionata. Per vincere, per essere assolti, bisogna chiudere gli occhi. E svegliarsi in un altro sogno.

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Stephen King, It, Sperling

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