Storia vera di Giovanni S. raccolta da Elena Macchi
Nel borgo mi fermo a leggere le locandine del programma della festa, che già si respira nell’aria, e nei suoi profumi. Ho in tasca una vecchia mappa del paese. L’ho trovata tra le cose di mia madre. Molte pieghe impresse nella carta, fatico a leggere i nomi dei vicoli, delle piazze, le piccole frazioni che circondano il borgo. Mi sorprendo a sorridere pensando che tengo in pugno tutto il piccolo mondo felice di mia madre, bagnato dalle acque del lago, e attraversato da quelle del torrente. Percepisco il motivo della sua nostalgia, la fatica di essersi dovuta adattare dentro una città grigia e severa, che regalava pochi sorrisi. Sul retro della vecchia mappa, leggo i nomi di alberghi, ristoranti e caffè, mi chiedo se ancora oggi siano gli stessi. Un puntino di inchiostro rosso, vicino al nome di un caffè, attira la mia attenzione: il nome è quasi totalmente cancellato, rimane solo qualche lettera, che non mi aiuta a decifrare. Osservo meglio, con più attenzione. Non è un semplice puntino, quello che vedo ora, è un microscopico cuoricino. Questa scoperta inaspettata mi incuriosisce, voglio andare a fondo. Quale sarà il significato di questo minuscolo cuoricino, forse un vecchio amore di mamma? Non me ne ha mai parlato. Aiutandomi con la mappa, cerco il percorso per arrivare. Cammino guardandomi attorno, la zona dovrebbe essere questa, interna rispetto al lago. Non vedo traccia di caffè in zona.
«Scusi, sto cercando un caffè, indicato sulla mappa in questa via, sa dirmi se è ancora in attività?» chiedo a un passante, che aggrotta la fronte, poi scrolla la testa, celata sotto un berretto di lana, e a passo svelto si allontana, lasciandomi senza risposta. Continuo a fissare quel microscopico cuoricino rosso, che adesso mi sembra pulsare sulla carta sbiadita e sottile della mappa. Proseguo a passo lento, l’affluenza delle persone aumenta, fino a diventare folla. Aspettano la festa.
Nelle vie del borgo, i primi figuranti già in costume chiacchierano tra loro in piccoli gruppi. In fondo al vicolo intravedo un piccolo triangolo di lago. Il sole combatte con l’avanzare di nuvole basse, bianche e lattiginose, che velano l’orizzonte di grigio, riflesso anche dalle acque del lago. Mi dico che io sono qui per la festa, voglio godermela fino in fondo, ritrovare le emozioni che ho sentito raccontare. Il resto non importa, ma nonostante tento di convincermi di questo, non mi abbandona uno strano nervosismo.
Percorro il lungolago. Dal molo partono le “lucie”, piccole imbarcazioni tipiche del lago di Como, per brevi escursioni turistiche. A bordo sono affascinato dalle bellezze che sfilano lungo la costa. Sto scivolando leggero su onde di velluto blu e azzurro, mosse da una brezza leggera. Un brivido mi invita ad alzare il bavero del giaccone. Visito il presepe vivente, tappa imperdibile tra le tante proposte. I volti dei figuranti sono pieni di espressione. Ritorno bambino, quando preparavo il presepe con mamma. Posavo le statuine colorate su un letto di muschio, cercando il modo migliore per farle stare tutte in piedi. Sono avvolto da un’infinita sensazione di pace.
Da quando non mi sentivo così bene? Forse da quei giorni di Natale trascorsi in famiglia, quando riuscivo ad evitare la severa rigidità di mio padre, che spesso arrivava a colpirmi con i suoi sguardi duri e scontrosi. Tornavo dal collegio per le due settimane classiche di vacanze natalizie. Ogni volta carico di speranza, rivolta a quell’uomo che mi atterriva e sentivo così lontano, perché potesse anche solo una volta, farmi sentire amato. E anche allora mi domandavo come facesse mamma, cosa la trattenesse ancora con lui in quella casa troppo triste, senza colori. Lei, sempre così gentile e remissiva, si adattava alla situazione, sottomettendosi all’irascibile carattere di mio padre, come se gli dovesse qualcosa, o avesse qualche motivo, mancanza da farsi perdonare.
Le prime ombre della sera, si accompagnano al rinforzo del vento. Ho bisogno di qualcosa di caldo. Mi siedo al tavolino di un bar e stendo la mappa, tentando con le dita di lisciare le pieghe della carta. Ancora sotto gli occhi, il mistero di quel piccolo cuoricino rosso.
«Buonasera, desidera ordinare?».
«Una cioccolata con panna, grazie». La ragazza passa l’ordinazione a un uomo anziano, molto indaffarato dietro il bancone del bar. Mi guardo attorno. Il locale è stato ristrutturato di recente, ci sono alcune foto dei vecchi gestori, ricordi. L’anziano barista, oltrepassando il bancone con un vassoio un po’ traballante nelle mani, mi si avvicina: «Da questa mappa, vedo che anche lei è un turista di passaggio. Conferma?».
«Certo, sono qui per vedere la festa, ne ho sempre sentito parlare».
«Sono curioso se le chiedo da chi?».
Tutte queste domande non me le aspettavo. Ora, mi porge la tazza di cioccolata con un enorme baffo di panna soffice e invitante, ed è come se all’improvviso, sia svanita tutta la fretta che lo inseguiva pochi minuti fa. Lo guardo, sorpreso, e decido di rispondere: «Me le ha raccontate mia madre. Lei è nata qui». Affondo il cucchiaino nella panna, sperando che l’uomo desista dal rivolgermi altre domande.
«E lei, invece, arriva da lontano?».
«Da oltre confine. Sono cittadino svizzero».
Il suo interesse è aumentato, avvicina il suo volto al mio. La ragazza lo reclama al banco. «Adesso devo andare» mi dice con un gesto nervoso. «Ma non scappi. Vorrei parlare un po’ con lei».
Annuisco, davvero stupito dalla stranezza del comportamento di quest’uomo. Potrei andarmene Non lo farò, ne approfitterò per fargli alcune domande su quel misterioso locale. Dopo parecchi caffè, eccolo di nuovo al mio tavolo. «La ringrazio per avermi aspettato. Scusi l’invadenza, ma spero che finalmente oggi, lei potrà aiutarmi a rispondere alle domande che custodisco nel cuore».
Lo guardo con un sorriso interrogativo, non capisco come potrei aiutare quest’uomo a soddisfare le sue domande. La prima arriva diretta, senza esitazioni, guardandomi dritto negli occhi: «Posso sapere il nome di sua madre?».
«Perché mai, scusi?».
«Conoscevo una ragazza di qui, che a 20 anni si è trasferita in Svizzera con la famiglia». Ora forse riesco a dare un significato concreto al cuoricino di inchiostro.
«Mia madre si chiama Anita, e io sono il suo unico figlio, Giovanni».
«Lo sentivo!». L’uomo batte il palmo aperto della mano sul tavolino: «Giovanni, certo, lo sapevo. Le dirò di più, non mi scambi per matto. Un giorno lontano, di tanti anni fa, io l’ho aspettata».
Sono sconcertato. Ora anch’io ho bisogno di sapere. «E lei saprebbe dirmi qualche cosa riguardo a questo vecchio locale, segnato in mappa?».
Il suo sguardo si allunga, seguendo l’indicazione del mio polpastrello. Poi si alza dritto su di me: «Subito soddisfatto! Questo è stato il mio locale, tanto tempo fa. L’ho chiuso sa? Ma là dentro ci sono ancora conservate le risate di Anita, i nostri baci, le note delle nostre canzoni che stretti stretti, ballavamo nelle sere d’estate».
Così, scopro che si chiama Angelo e mi parla della storia d’amore tra lui e mia madre. Una storia bella e importante, che avrebbe avuto un futuro felice e fortunato, se qualcuno non l’avesse strappata con la forza e fatta finire, impedendole di correre e volare, per continuare a vivere nei loro cuori. Ed è con meraviglia, che la scopro ancora qui, oggi, intatta, presente e mai dimenticata, nelle parole piene di affetto verso mia madre, pronunciate da quest’uomo che è una maschera di emozioni contagiose. Con fare confidenziale, passa dal lei al tu.
«Ti racconterò. Quell’anno Anita avrebbe dovuto ritornare qui, per la festa. Mi aveva scritto una lettera. Diceva che dopo aver tanto faticato, era riuscita a convincere tuo padre ad accompagnarla, e che ci saresti stato anche tu, piccolo, forse di un paio d’anni. Ero felice, pur sapendo che la nostra storia si era conclusa per sempre. Mi sarei accontentato di rivederla. Avrei sofferto, certo, sapendo che lei sarebbe ripartita insieme a tuo padre, a te. Ma guardarla negli occhi ancora una volta mi avrebbe ripagato dalla sofferenza di saperla persa per sempre. Venne la vigilia dell’Epifania. Aspettavo tua madre, nel mio locale. Quegli erano stati gli accordi. Lei sarebbe uscita con una scusa a fare una passeggiata con te, lasciando tuo padre nella casa dei nonni. Ci saremmo visti brevemente, scambiati un abbraccio. Forse un bacio? Il tempo di raccontarsi qualche episodio, qualche giorno della nostra vita trascorsa, fatta di giorni che ci avevano tenuti a distanza. Saremmo stati inseguiti dalla fretta, oppressi dal timore di commettere qualche errore, cedere alle emozioni». Angelo si ferma di raccontare, scuote la testa. Poi continua: «Tua madre Anita, non venne mai. Non la rividi mai più. Al suo posto ricevetti un’altra lettera. Mi spiegava come tuo padre avesse scoperto tutto. Di come l’avesse ricattata, ottenendo di non mettervi fuori casa, mettendo fine immediata al nostro rapporto epistolare, fatto solo di sogni e vane speranze. Di me, di noi, avrebbe dovuto cancellare il ricordo. Nulla poteva trapelare, per salvare la facciata familiare, che doveva imperativamente rimanere integra e senza ombre, di fronte al mondo che tuo padre voleva perfetto e fondato sui beni materiali che tanto adorava».
Racconto ad Angelo della separazione e della rinascita di mia madre. Devo ricredermi: oggi ho scoperto che la forza dell’amore può avere una tenacia che dura negli anni, fino a ricoprire una vita intera. Ma che succede là fuori? Per i vicoli del borgo musica, colori e allegria. Uno spettacolo tra Sacro e profano. È la tradizione che si ripete. Angelo sorride con il cuore, felice di aver ritrovato, attraverso me, la protagonista della sua unica storia d’amore. «Adesso dovremmo dirlo a mamma, che ne pensi Angelo?» chiedo.
Annuisce, gli occhi pieni di emozione. Io non lo posso sentire, ma so che il suo cuore batte al ritmo di una canzone d’amore. Ecco, il messaggio a mamma l’ho inviato! Non contiene solo le foto, ma anche una fantastica notizia. Non è solo l’inizio di un nuovo anno, sarà anche la prosecuzione di un vecchio amore.●
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Storia pubblicata su Confidenze 2/2026
















