di Tiziana Pasetti
Trama – Per Dino Buzzati, nato a Belluno, Milano è stata tutto e il contrario di tutto, «luogo del cuore e voce dello spirito». Lorenzo Viganò ha curato un volume delizioso (fantastica la cartina allegata con tutti i luoghi e i percorsi di Dino) che raccoglie testi di cronaca per il Corsera e per il Corriere d’Informazione, documentari, reportage, articoli per riviste, poesie, racconti, alcuni inediti. Tutta Milano – bella bruttissima, fragile durissima, solidale diffidentissima, pubblica segretissima – esplode dall’inchiostro della penna, dal ticchettio della macchina da scrivere, del grandissimo giornalista e scrittore.
Un assaggio – «Corriere della Sera», 17 agosto 1962. Un “bravo” di cuore a Milano per il Ferragosto che ci ha procurato quest’anno. Chi scrive, da immemorabile tempo, ha l’abitudine di passare il Ferragosto in città. Ebbene, non temo di essere smentito affermando che da almeno trent’anni a questa parte Milano non aveva avuto un Ferragosto così climaticamente perfetto, maestoso nella sua grandiosità, denso di patos, simile a un rito solenne e fatale. Prima di tutto, come norma, Ferragosto e giorni circonvicini sono a Milano deliziosi per mitezza di temperatura ed è appunto questo il motivo che mi trattiene in città. Lo so, questa è una vera e propria forma di truffa nei riguardi di coloro che sono andati al mare ai monti; comunque le cose stanno così. E io pensavo che Milano lo facesse apposta, a titolo di dispetto, quasi volesse dire: ah voi mi abbandonate, voi credete che qui da me morireste dal caldo, voi spendete centinaia di migliaia di lire faticose e affollate vacanze? Bene, io qui fornisco, per i pochi miei fedeli, un delizioso freschetto. Quest’anno no. Quest’anno, forse per ritornare alle leggendarie tradizioni, Milano ha voluto fare tutto sul serio, rinunciando agli scherzi. E i milanesi, da parte loro, hanno cercato di fare le cose in grande anche loro. Così la fuga verso la natura ha assunto proporzioni senza precedenti, a quanto pare. E il silenzio verso le ore 13 dell’altro ieri mercoledì ha raggiunto una vastità quasi incredibile. In linea assoluta, misurati a decibel, i Ferragosti di 30 anni fa certo erano ancora più tranquilli, dato il limitatissimo numero di auto e di moto e l’assenza totale di motorette, Che Dio le benedica. Ma, considerato un rapporto a quella che è diventata purtroppo la nostra consuetudine auditiva, il silenzio di mercoledì era addirittura un miracolo. Ma dove Milano ha superato se stessa è stata nel caldo. Stavolta Milano si è rifatta ampiamente di tutti i Ferragosti a venti gradi all’ombra. Un caldo veramente milanese, grasso, umido, smosciante, bestiale che nelle case si coagulava in grumi e penetrava nei cervelli. Aggiungete la chiusura di esercizi e ristoranti molto più estesa che negli anni passati. Realizzare un Ferragosto simile deve essere costato un bello sforzo ai geni che sovraintendono la città.
Leggerlo perché – Ci sono città che somigliano al Mondo, non per grandezza e vastità ma per l’assoluta incapacità di assumere un’identità peculiare. Roma è Roma, Napoli è Napoli, Firenze e Venezia pure. Milano ci sono strade e giorni che sembra New York, altre che sembra un paesino senza nome. Milano ha una storia diversa, una narrazione difficile: forse per questo se vuoi un luogo per creare devi venire qui. Sbatti la testa, la maledici, la respiri, tossisci, cerchi il mare e non c’è, cerchi la montagna e non c’è, e allora prendi un foglio di carta e butti giù le linee che fanno moda, prendi un foglio di carta o apri un file e scrivi. Solo i luoghi che ti lasciano libero di essere infelice insegnano. Chiunque abbia vissuto a Milano senza esserci nato o cresciuto sa di cosa parlo, conosce quella valigia che tutti portiamo con noi quando arriviamo, colma di attesa e fiducia. Chiunque sia arrivato qui – scrivo in questa sera di fine gennaio in una via Plinio uggiosa e ancora piena di lucine natalizie che tratteggiano finestre e balconi – conosce il senso iniziale di vuoto, le notti insonni, il sentirsi extraterrestre tra extraterrestri. È una città difficile, una città che non puoi vivere senza un obiettivo. Buzzati qui ha imparato a perdersi nel deserto, ad ascoltarlo, a innamorarsi. Nei suoi scritti c’è il senso critico, l’ironia, la cifra poetica, l’immaginazione: tutto. Milano che era, Milano dietro le quinte, Milano che forse. A pochi giorni dalla Cerimonia Olimpica di Milano Cortina – parola chiave, Armonia – a San Siro e dalla collocazione della fiamma all’Arco della Pace, leggere le tante righe che Dino le ha dedicato è un omaggio alla città italiana più innovativa, contemporanea e inclusiva. Vogliamole bene, a Milano.
Dino Buzzati, Scusi, da che parte per Piazza del Duomo?, Mondadori
















