Il ragazzo del bar di Patrizia Amoruso

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L’autrice si presenta: Sono Patrizia Amoruso, vivo e lavoro a Roma, nella Pubblica Amministrazione, e torno spesso a Torre Annunziata (Napoli), la mia città di origine. Giornalista pubblicista, leggere e scrivere sono mie grandi passioni. Mi piace molto ascoltare le storie degli altri e prendere spunto per narrarle, così è nato il mio racconto. La pratica della meditazione mi ha insegnato a trovare il lato positivo in ogni situazione. 

 

 

Era mattino presto e le strade non erano ancora piene di gente e di automobili, se non per alcune persone che, mosse dal desiderio di tenersi in forma e di fare qualcosa di salutare, camminavano velocemente o correvano.

C’erano singoli, coppie e gruppi, ogni tanto passava qualcuno con un cane al guinzaglio, partecipe dell’uscita di buon mattino, ma estraneo alla pratica dello jogging e della camminata veloce.

Ero al terzo giorno di cammino mattutino e sentivo già i benefici di tale esperienze.

Avevo l’impressione che il mio corpo fosse più tonico, respiravo meglio e i maggiori benefici li avvertivo a livello psicologico. Sembrava lontana quella sensazione di torpore che mi accompagnava per gran parte della giornata e la pesantezza che sentivo al risveglio era meno intensa.

Non mi era stato facile iniziare la pratica della camminata veloce, mi era forzata con un grande atto di volontà.

Quel giorno il sole era caloroso e la primavera inoltrata si mostrava nei rigogliosi alberi del viale e nel canto degli uccelli che su quegli alberi avevano i loro nidi.

Cercavo di godermi il momento presente, evitando di pensare che di lì a poco sarei dovuta andare al lavoro. Il mio passo accelerava in alcuni tratti, per poi rallentare quando sentivo sopraggiungere l’affanno. Sentivo di fare qualcosa di importante per il mio benessere e di avere uno spazio mio non dominato dalla fretta e dai ritmi sostenuti come il resto della giornata.

Camminavo da circa un quarto d’ora quando incrociai un gruppo di tre donne. Riconobbi Antonella, con la quale avevo frequentato una comitiva di amici ai tempi dell’università.

Antonella salutò per prima e si fermò, come fecero anche le sue amiche.

Mi mostrai contenta di rivederla dopo quindici anni e cominciammo a parlare.

«Sono quattro anni che cammino al mattino presto due o tre volte la settimana, non ti avevo mai visto prima» disse Antonella. «E’ da pochi giorni che cammino velocemente la mattina per questo viale, mi sono decisa a fare qualcosa per stare meglio e rimettermi in forma» risposi.

Dopo aver presentato le sue amiche Cristina e Bruna, Antonella propose di sederci su una panchina.

«Ho perso mio marito sette anni fa, dopo una malattia devastante. Ricordi Luigi? Ero diventata un automa, andavo a lavorare e badavo alla casa, ma ero schiacciata dal dolore. Bruna continuava ad invitarmi a camminare il mattino, ha insistito tanto che poi ho deciso di provare. Mi sento rigenerata, lavoro con meno fatica e ho ripreso una vita sociale» disse Antonella.

Raccontai del disagio provato da molto tempo, disagio che aveva preso le forme di un’ansia incontrollabile e di una grande spossatezza. «Era tempo» dissi «che intendevo praticare uno sport ma non riuscivo a farlo. Poi mi sono imposta di camminare almeno due mattine la settimana».

Dopo un po’ che chiacchieravamo, Antonella e le sue amiche dissero che era tardi e dovevano far ritorno a casa per prepararsi per il rispettivo lavoro, e mi invitarono a incontrarci sabato mattina, quando, tutte libere da impegni, avremmo potuto trattenerci più a lungo.

Accettai entusiasta la proposta e dopo, averle salutate, mi diressi verso casa.

Quel giorno il lavoro presso l’ufficio in cui prestavo servizio mi sembrava più leggero e sentivo scorrere il tempo più velocemente. Nel tardo pomeriggio, una volta a casa, feci una doccia e misi nel lettore un cd di musica rilassante comprato molti anni prima e che avevo ascoltato soltanto un paio di volte.

Sentivo crescere dentro di me una forza nuova, la sensazione di poter affrontare il mondo che si percepisce quando, al termine di un periodo difficile, ad un certo punto ci si sente capaci di non farsi sopraffare dai problemi.

Il giorno seguente era giovedì e fantasticavo sull’incontro con le amiche che ci sarebbe stato sabato.

Mi sembrava di aver la mente sgombra da quel pensiero che mi accompagnava da cinque mesi, quando avevo scoperto il tradimento di Antonio.

Mi ero colpevolizzata per mesi, accusandomi di non aver avuto l’acume di accorgermi che il mio compagno avesse da tempo un’amante.

Lasciato la casa in cui vivevo con Antonio, avevo preso in affitto un bilocale, situato nei pressi del viale sul quale andavo a camminare.

Erano stati mesi difficili, senza amicizie solide, andare in ufficio era diventato pesante.

Poi l’idea di camminare, la forza di volontà che avevo messo in questo progetto e così, dopo l’acquisto di una tuta nuova e di un paio di scarpe da ginnastica, avevo cominciato.

Nei giorni precedenti il sabato, pensavo che il camminare avrebbe apportato dei cambiamenti positivi in tutta la mia vita.

Non era stato casuale l’incontro con Antonella e le sue amiche, presentivo piuttosto l’inizio di una manifestazione di eventi e circostanze che avrebbero sancito l’uscita dal quel periodo difficile in cui avevo trascorso gli ultimi mesi.

Venerdì sera telefonai ad Antonella e, dopo i convenevoli, lei disse che l’attività all’aria aperta mi avrebbe riservato delle sorprese e favorito l’emergere di risorse inaspettate.

Continuai a interrogarmi per gran parte della serata. Davvero la mia vita sarebbe cambiata? Era ciò che desideravo, ma mi sembrava una fantasticheria che non poteva trovare riscontro nella realtà.

L’indomani mi svegliai all’alba, feci colazione e dopo, aver indossato l’abbigliamento sportivo, andai all’appuntamento. Mi sedetti su una panchina, il luogo concordato per l’incontro, e mentre alcuni passanti correvano o camminavano e gli uccellini cinguettavano sugli alberi, sentii di stare bene.

Dopo poco arrivarono Antonella, Cristina e Bruna e ci salutammo calorosamente.

Decidemmo di iniziare subito la camminata per poi fermarci ai primi segni di stanchezza.

E così camminammo per tutto il viale per poi ritornare indietro, sulla panchina.

Espressi la mia contentezza per aver ritrovato Antonella e conosciuto Cristina e Bruna, le quali, a loro volta, manifestarono piacere nella mia frequentazione.

I giorni passavano, lavoravo con meno pesantezza e le giornate scorrevano con sempre più spensieratezza. Dopo due mesi di incontri il sabato mattina, decidemmo di organizzare un’uscita serale e ci ritrovammo in una pizzeria.

L’evento si ripeteva spesso, così come prendere un caffè o un aperitivo al bar.

E così trascorsero i giorni e le stagioni, quando un sabato Antonella propose di andare a prendere un caffè particolarmente squisito in un bar dove lavorava un giovane molto simpatico e, disse Cristina, per niente male.

Quella mattina però avevo fretta, mi aspettava un’anziana zia cui dovevo portare delle medicine.

Il sabato seguente, dopo la camminata veloce, ci recammo in quel bar e rimasi colpita dalla bellezza del barista e dalla sua simpatia. Nei giorni seguenti pensavo spesso a lui e aspettavo con ansia il sabato per poterlo rivedere.

Spesso mi sentivo con le amiche o ci vedevamo e cercavo si carpire informazioni su Marco, il barista.

Era passato quasi un anno dal primo incontro con le amiche ed ero una donna cambiata, più sicura di me stessa e più serena. L’attività fisica e la buona alimentazione avevano contribuito a darmi una smagliante forma fisica.

Un giorno telefonai a Bruna, confidandole di essermi innamorata di Marco. Lei cercò di ridimensionare la mia infatuazione, dicendo che lui era troppo giovane ma, viste le mie insistenze, mi disse che Marco conviveva con la sua compagna, in attesa del primo figlio.

Ci rimasi male, per alcuni giorni dopo il lavoro rifiutai di uscire e per due settimane non andai al consueto appuntamento per camminare.

Le mie amiche cominciarono a preoccuparsi, temevano che stessi per ricadere in un periodo buio.

Mi invogliavano a uscire e ad aver cura di me, prospettando la possibilità di innamorarsi veramente di un uomo, libero ovviamente, e che soprattutto corrispondesse ai miei sentimenti.

Intanto Marco aveva lasciato il bar e lavorava in una città vicina.

Dopo un po’ di tempo compresi che la mia era soltanto una passeggera infatuazione, ritrovai il buonumore conquistato faticosamente e la forma fisica.

Una sera d’estate, uscendo da un locale tutte insieme, incontrammo due uomini, uno dei quali era un cugino di Cristina. L’altro era un bell’uomo, dagli occhi azzurri, e propose di andare tutti in un bar.

Così facemmo, e Mario, il cugino di Cristina, disse che Michele, il suo amico, era ritornato da pochi mesi in città dopo aver trascorso alcuni anni in Inghilterra per lavoro in una società finanziaria.

Ora aveva aperto uno studio di consulenza, e sembrava contento del suo ritorno.

Durante la serata Michele mi guardava spesso, e prima di andare via propose di scambiarci i numeri di telefono.

Uscimmo in gruppo o da soli varie volte, ci piacevamo sempre di più e ci innamorammo, tanto da andare a vivere insieme.

Il sabato mattina mi ritrovavo ancora con le amiche per camminare, avevamo fatto un patto: non avremmo mai rinunciato a quell’abitudine.

Passò molto tempo, ero una donna serena e appagata.

Un giorno incontrai Marco e provai verso di lui e la sua giovinezza una tenerezza quasi materna, e in cuor mio lo ringraziai di avermi aiutato a riscoprire la capacità di amare.

Confidenze