Nonno, arrivederci di Benedetta Cariati

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Ecco chi è la nostra autrice: Sono nata a Firenze, ho 23 anni e mi sono laureata da poco in lingue nel Regno Unito. Scrivere è una mia grande passione e mio nonno lo sapeva. In questo racconto ho cercato di descrivere gli ultimi momenti con lui e la mia reazione quando è scomparso, sperando di far emergere il grande legame che avevamo.

 

 

Di quella sera ricordo ogni instante, come fosse ieri.

Mio nonno Enzo non stava bene da un po’ di tempo, infatti era ricoverato in clinica a Firenze. L’avevo visto qualche giorno prima e avevamo chiacchierato come ai vecchi tempi. Mi chiese come andavano i miei studi all’università e anche come procedeva la mia tesi su “I promessi sposi” e “Madame Bovary” col solito interesse di sempre. Arrivò anche a farmi la fatidica domanda: «Allora cos’hai deciso di fare dopo l’università?».  Sudai freddo e optai per una risposta vaga: «Ancora non ho deciso con precisione». In realtà avrei saputo come rispondere, ma avevo paura della reazione di mio nonno. Lui sognava per me una carriera di professoressa di letteratura italiana all’università proprio come lui lo era stato di medicina… Come facevo a dirgli che io invece ero affascinata dal luccicante mondo dello spettacolo e che mi sarebbe piaciuto scrivere per la Tv e il cinema e anche presentare un programma tutto mio? Ero terrorizzata alla sola idea di doverglielo confessare perché avevo paura della sua reazione. Quindi decisi di prendere tempo, non potendo sapere quello che sarebbe accaduto di lì a qualche giorno. Al termine della chiacchierata salutai mio nonno che mi sorrise e mi disse come faceva spesso: «Ciao bellina». Mentre uscivo dalla stanza per mano a mia mamma lo sentii litigare con la nonna mentre le infermiere lo aiutavano a distendersi nel letto. Non fui sorpresa, anzi ero quasi divertita perché avvertivo che tra i miei nonni c’era lo stesso rapporto strano di sempre: discutevano spesso, ma poi finivano sempre per fare pace. Infatti dissi a mia mamma: «Ho visto il nonno abbastanza bene, sono davvero sollevata». Fu l’ultima volta che lo vidi.

Qualche giorno dopo infatti io, mia mamma, mio papà e mio fratello Tommaso partimmo per Cortina. Mio fratello Francesco ci avrebbe raggiunto un paio di giorni dopo in aereo dall’Inghilterra. Avremmo trascorso qualche giorno in montagna, come accadeva da quando io e i miei fratelli eravamo piccoli. Sarebbe stato quasi un avvenimento perché la famiglia si sarebbe riunita al completo, cosa che accade molto di rado in quanto io e i miei fratelli ci siamo trasferiti in Inghilterra da qualche anno e ognuno torna in Italia in base ai propri impegni. Ero felice, lo erano tutti. Ci sentivamo tutti pervasi da quel sentimento bellissimo che provoca lo stare tutti insieme e anche l’essere in quel bellissimo paesino di montagna che è un po’ magico per tutti noi.

La mattina successiva feci la mia prima lezione di sci dopo due anni con la mitica maestra Tania che mi insegna da quando sono bambina. Fui davvero soddisfatta perché mi resi conto che ero ancora capace di sciare da sola nonostante la mia disabilità alle gambe. Leggevo negli occhi dei miei genitori lo stesso sentimento. Mia mamma mi disse «Ho mandato il video al nonno mentre scii, è molto felice». Sorrisi e risposi piena di gioia: «che bello!».

Nel pomeriggio andai con i miei genitori a fare una passeggiata in paese e mia mamma cominciò a ricevere alcune telefonate. Era mio zio che la avvertiva che mio nonno era inaspettatamente peggiorato. Rientrammo in hotel, ci sedemmo anche con mio fratello in una saletta vicino alla hall. Mia mamma continuò a ricevere telefonate e decise di rientrare a Firenze con Tommaso l’indomani mattina perché la situazione di mio nonno era critica.

Andammo a cena e dopo salimmo in camera per andare a dormire. Decisi di andare a dare la buonanotte ai miei genitori prima di coricarmi. Non appena arrivai mi sedetti sul loro letto. Il cellulare di mia mamma squillò. Dopo poco vidi che lei si mise la mano davanti alla bocca e mise giù. Non dissi nulla, scoppiai a piangere con grandi singhiozzi. Per qualche minuto rimasi con la testa tra le mani che sentivo bagnata dai lunghi lacrimoni che mi rigavano il volto.  Prima mia mamma e poi mio padre cercarono invano di calmarmi.

Ero talmente sopraffatta dal pianto che presi coscienza vera che mio nonno era morto solamente quando dopo essermi un po’ calmata tornai in camera mia. Infatti presi il cellulare e decisi di mandare un messaggio a Rita, una delle mie amiche più care nonostante la nostra differenza d’età. Le scrissi cosa era successo. Il fatto di scriverlo me ne fece rendere chiaramente conto.

Dopo qualche minuto arrivò mio fratello Tommaso in camera dei miei genitori e gli dissero cos’era successo. Tornai anche io nella loro stanza e abbracciai mio fratello piangendo insieme a lui. Cercai di mandare indietro le lacrime e tornai nuovamente in camera mia. Nella mia testa in quel momento risuonavano le parole di una canzone della mia band preferita, i Modà, che si chiama “Padre Astratto”: E poi capirai che se se l’è portato via / E’ perché c’era un vuoto nel cielo / E serviva la stella, la stella più bella.

Con queste parole in testa, come spesso accade quando sono triste decisi di scrivere per provare a placare le brutte emozioni che mi avevano sopraffatto. Andai a cercare una foto che mostrava mio nonno insieme a me e ne trovai una del mio diciottesimo compleanno che ci ritraeva insieme ai miei zii. Scrissi un post sul mio profilo Facebook che io considero come un blog reale della mia vita.

“Ciao nonno, riposa in pace… grazie per tutti i bellissimi momenti che abbiamo trascorso insieme, grazie per tutte le cose che mi hai insegnato, vivrai sempre dentro di me e quando guarderò in sù e vedrò le stelle sarai sicuramente quella più radiosa di tutte”. Parole semplici, ma che provenivano dritte dal mio cuore.

Quando accadano brutti avvenimenti come questo, ma che fanno parte del ciclo naturale della vita, ovviamente si è sopraffatti dal dolore. Purtroppo questo sentimento credo non si plachi mai perché accettare il distacco dalle persone care è praticamente impossibile. Tuttavia penso che i bei ricordi rappresentino una grande fonte di conforto. Infatti dal 14 febbraio a oggi quando penso a mio nonno cerco di far riaffiorare alla mente le ore che ho passato ad ascoltarlo mentre mi parlava di letteratura, storia, filosofia, Wikipedia a lui faceva un baffo! Oppure i pranzi anche con mia nonna nei quali quando quest’ultima diceva qualcosa che non gli andava bene lui mi guardava, sorrideva e poi le diceva «Dorina su non dire bischerate» (che a Firenze vuol dire “stupidaggini”) e io ridevo.

A luglio mi sono laureata all’Università di Warwick  in letteratura francese e italiana. Durante la cerimonia, mentre percorrevo il palco, accompagnata da mia mamma, per andare a prendere il mio “pezzo di carta” per il quale ho sudato per ben quattro anni, dentro di me ho pensato a mio nonno che mi sorrideva e mi diceva “brava bellina ce l’hai fatta!!!”. Quindi oltre ai ricordi credo che anche l’affetto inesauribile per una persona cara che non c’è più possa costituire una fonte di coraggio pazzesca. Infatti ho affrontato questa camminata con ancora più determinazione grazie a questo pensiero.

Penso che confrontarsi con la morte di una persona a cui si è molto legati siano una delle prove più ardue che esistano ed è impossibile da superare. Si può solo cercare di non affondare. Si deve trovare il modo di stare a galla nel percorso più tortuoso ma anche fantastico che ci sia: la vita.

 

Confidenze