Anna, che rubava il sole

Cuore

“Anna, che rubava il sole” di Silvia Montemurro, pubblicata sul n. 2 di Confidenze, è la storia più votata della settimana. Una nostra lettrice, Dalila, ha commentato sulla pagina Facebook: “la scrittrice è riuscita a trasmettere la sofferenza di una famiglia, di una donna, in tempi difficili, i sacrifici per restare uniti, e il destino crudele raccontati da uno dei figli, come se vissuti direttamente”. Ve la riproponiamo sul blog

 

 

Storia vera di Piero F. raccolta da Silvia Montemurro

 

Mia madre si chiamava Anna e la sua storia, ancora oggi, mi sembra avvolta nel mistero. C’è una parte di lei che mi sfugge, che mi è sempre sfuggita. Quando stava al sole, i raggi erano tutti per lei. E non solo perché era bella.

Anna conobbe mio padre un giorno come un altro, mentre si recava al lavoro in una fabbrica che confezionava marmellate. Gino, invece, prestava servizio come Carabiniere presso la caserma di Macerone (nel comune di Cesena). Ci fu un vero e proprio corteggiamento. Nonostante Gino fosse convinto che gli occhi di Anna fossero già innamorati, lei non lo salutava e tirava dritto sulla sua bicicletta. Gino tentò più volte di fermarla, ma Anna scappava via e una volta lontana si voltava a prenderlo in giro. Un giorno, Anna si lasciò intenerire dagli occhi azzurri di mio padre e cedette. Fermò la bicicletta e iniziò a chiacchierare con lui.

Nacque subito una bella intesa, che si intensificò quando mia madre vinse il concorso per lavorare alle Poste, come impiegata, e venne mandata all’ufficio di Macerone.

Gino e Anna, come tanti giovani di quell’epoca, non sapevano che la guerra era alle porte. Gli echi lontani di un possibile, imminente conflitto, li sfioravano appena. Si sposarono, ignari e felici, il 26 ottobre del 1942.

Mio padre era più innamorato che mai. Così cieco da non cogliere i segnali di inquietudine che già Anna portava addosso.

L’anno successivo, nel 1943, Gino fu chiamato alle armi e lasciò Anna ad aspettarlo. Prima che partisse, lei gli diede la bella notizia: al suo ritorno, sarebbe diventato padre.

Anna lo guardò partire con la morte nel cuore e si chiese se lo avrebbe più rivisto. Per lei, come per tutte le mogli, fu straziante questo allontanamento. Ma forse Anna aveva un motivo in più. Qualcosa di ben celato, il mistero della sua infanzia, che veniva a galla in un terrore di abbandono, non appena se ne presentava l’occasione.

La sua famiglia era molto povera e lei, la terza di tre sorelle, venne  mandata a vivere con uno zio. Per Anna questa decisione fu traumatica. Si è sempre chiesta perché lei e non un’altra delle sorelle. Credo sia anche per questo motivo che poi, andando avanti con gli anni, i suoi problemi si sono intensificati.

Mio padre fu mandato in Albania e al rientro, con la firma dell’Armistizio, venne preso dai tedeschi nelle vicinanze di Ravenna. Lui e i suoi commilitoni vennero legati e portati in riva al mare. Un sergente, con un italiano sgrammaticato, urlava : «Scegliete, o Salò o la morte!».

Mio padre e gli altri soldati, spaventati a morte, vennero bastonati e caricati su un treno merci che li avrebbe portati in Germania.

 

Intanto mia madre aveva partorito mia sorella Tea, ma era nella disperazione più totale. Abitava con sua zia, malata di cancro e bisognosa di cure, e non aveva quasi nulla da mangiare. Passò momenti di terrore, ascoltando i bombardamenti giorno e notte. Un giorno, dopo l’ennesima notte in bianco per la paura, in casa di mia madre entrò un ufficiale americano. Spiegò che voleva farne la sede del suo comando operativo, siccome era una delle poche case non devastate dai bombardamenti. In cambio, promise a mia madre cibo e medicinali. Anna tirò un sospiro di sollievo, ma continuava l’angoscia per Gino, del quale non si sapeva più nulla.

In effetti, mio padre non se la passava per niente bene. Giunse in condizioni tremende al campo di concentramento di Merseburg. Lì i prigionieri venivano utilizzati per lavori manuali ad alto rischio, come rimozioni di macerie dopo i bombardamenti. Durante questi pesanti lavori, un giorno, mio padre fu ferito gravemente alla testa. Venne portato all’ospedale di Stoccarda e una volta recuperate le forze fu assegnato a un altro campo di lavoro. Il 16 aprile del 1945, finalmente, lui e i suoi compagni vennero liberati dalla prima armata americana. Gino pesava 32 chili. Anna poté riabbracciarlo qualche mese dopo, quando riuscì con mille peripezie a rientrare a casa. Il comando generale dei Carabinieri lo promosse Appuntato e la famiglia si trasferì in una frazione di Castel San Pietro Terme, dove Gino lavorava. Fu lì che nacqui io, nel 1947 e poco dopo ci raggiunse mio fratello Gianni.

Fu un periodo sereno per tutti. La guerra era finita e sebbene avesse lasciato strascichi potenti, mia madre e Gino speravano in una nuova rinascita.

Invece la situazione precipitò nuovamente. Mio padre venne mandato in pensione e lo stipendio non bastava per mantenere l’intera famiglia. Così, dopo alcuni investimenti sbagliati, seguì il consiglio di un commilitone che lo aiutò a trovare lavoro a Marghera. Il tempo di adattarsi e noi tutti ci trasferimmo in Veneto.

 

Fu in quel periodo che mia madre iniziò a dare segni di squilibrio. Parlava da sola, si chiudeva in camera sua e non voleva vedere nessuno. Accusava mio padre di aver relazioni con altre donne e picchiava i miei fratelli, senza una ragione precisa. Siccome le cose non facevano che peggiorare, mia madre venne ricoverata nel manicomio di Sant’Artemio.

Gino era disperato perché sempre innamorato della sua cara moglie. Così, quando un medico gli consigliò di avere un altro figlio per provare a vedere se le cose si sarebbero sistemate, lui non indugiò. Avrebbe fatto di tutto per la sua amata Anna, la donna che rubava il sole.

Quando nacque Franco, in manicomio, ci si rese subito conto che l’idea non era stata delle migliori: mia madre tentò di strangolarlo.

La soluzione per tutti noi fu di metterci in collegio. Mio padre ne soffrì molto, ma fu comunque una decisione saggia.

Quando tornammo da nostra madre e da Gino, non eravamo più le stesse persone e nemmeno lei. Ci salutò abbracciandoci di gioia e piangendo per la felicità. In quel momento, ne sono sicuro, anche lei s’illuse che tutto poteva tornare come all’inizio. Ma certe malattie sono più cattive della gramigna. Crescono ovunque.

Anna usciva e rientrava da una clinica all’altra. Aveva momenti di sole e momenti di buio totale. Mio padre non la perse mai di vista.

Se racconto queste cose è perché cerco di capire quanto mi abbiano influenzato e quanto io, nonostante tutto, le abbia voluto bene. Perché lei me ne voleva molto.

In uno dei ricoveri, mia madre conobbe la poetessa Alda Merini.

Alla morte della grande letterata, mi fu riferito che nella sua stanza era stato trovato un foglio bianco, con quella che doveva essere una poesia, che la poetessa non riuscì mai a scrivere. Si intitolava: “Ad Anna”.

Mamma, questo mio ricordo è per te. La poesia più bella che Alda Merini non è riuscita a scrivere parlava di te.

Confidenze