Appuntamento alla stazione

Cuore
Ascolta la storia

Tra tutta la gente che aspettava treni e amici in arrivo, i miei occhi hanno notato solo lui: la sua testa riccia affondata nelle pagine di un quotidiano. Perché? Non lo so, credo si chiami colpo di fulmine

Storia di Milena raccolta da Laura Minetto

Era una di quelle giornate in cui ti senti un disastro: i capelli elettrici, il trucco ridotto a una riga nera tirata via in fretta sulle palpebre, l’umore sotto i tacchi. Anzi, niente tacchi: invece dei sandali alti che indossavo di solito avevo messo le scarpe da ginnastica, e persino i jeans di quando mi sento gonfia, quelli largotti e informi. Valerio, mio collega e mia passione, quel giorno era in ferie, così non avevo neanche provato a sistemarmi un po’ meglio. Come sempre, però, mi ero infilata nella stazione ferroviaria: assomiglia molto a un centro commerciale, ormai ci sono più negozi che treni in partenza. Ci passavo davanti ogni giorno per andare al lavoro e fermarmi lì era diventato un appuntamento fisso: entravo in una delle tante boutique e già mi pareva di respirare meglio, le malinconie svanivano. Quando notavo una cosina che mi piaceva – una camicetta da sera, una salopette a righe, un sandalo sexy – e il prezzo era alla mia portata, decidevo di comprarla. Esposti vicino alla cassa trovavo magari anche un paio di occhiali da sole, o una pochette che facevano proprio al caso mio. Pagavo, e passavo in un negozio di intimo. Caso mai Valerio si fosse deciso a invitarmi a qualcosa di più romantico di un pasto in mensa o un aperitivo al bar di sotto. Mi voleva, non mi voleva? E chi lo sa. Si teneva sul vago. Un complimento oggi, un’occhiata domani, una certa allusione, ma sempre un avvertimento: «Io di coppia fissa non voglio sentir parlare, e anche per un’avventura è ancora troppo presto, dopo la separazione da Guia». La mitica Guia! Guia di qui e Guia di là. Mai vista una foto, non esisteva un profilo Facebook da andare a sbirciare, me la costruivo nella fantasia e mi sforzavo di essere comunque meglio di questo fantasma. Prima o poi sarei riuscita a farla dimenticare a Valerio! “O lo ama o si è intestardita”: spesso mi affiorava alla mente questo verso della poetessa Szymborska, che mi era rimasto tanto impresso. Già: lo amavo veramente, Valerio, o mi ero solo fissata? Scrivevo pagine di diario in cui mi lamentavo di quest’amore-non amore, e compravo vestiti per piacergli e per cene intime che immaginavo sarebbero prima o poi arrivate. La mia “bulimia tessile”, come la chiamava un mio amico, era iniziata proprio quando avevo deciso di cambiare look per conquistarlo. Un certo effetto le gonne aderenti che avevo sostituito a pantaloni e mocassini lo avevano fatto: le sue occhiate, mi pareva, erano più allusive, il suo braccio durante la pausa caffè mi allacciava i fianchi più di frequente. Dunque avevo continuato a puntare molto sul mio aspetto. A volte mi sentivo così insignificante, prima di andare in ufficio, che mi cambiavo direttamente in negozio, con i capi appena acquistati. Avevo accumulato più vestiti nuovi che occasioni in cui poterli usare: in pratica tutto il denaro che mi avanzava era destinato a soddisfare la mia “bulimia tessile”. E come accade con la bulimia, non riuscivo a fermarmi. Nessuno ci riusciva, da più di un anno. Non era servito lasciare a casa il bancomat, perché se una cosa colpiva il mio interesse non trovavo pace finché non tornavo a comprarla. Ma una volta appesa nel guardaroba scattava il maleficio: aveva perso tutto il suo fascino, e le promesse di felicità ed eleganza che ci avevo letto. Forse non c’entrava neppure più Valerio e il desiderio di piacergli, ma l’ebbrezza che mi dava acquistare una cosa nuova. Mi piaceva l’idea di poter inaugurare qualcosa: questa parola conteneva in sé il termine “augurio”, e mi pareva che una novità potesse portarmi bene. In realtà era la mia vita, che avrei dovuto rinnovare: perché era ridotta a un casa-ufficio piuttosto monotono per una donna di trent’anni. Avevo voglia di vivere ma non sapevo in che direzione dirigere la mia energia, non sapevo dove andare, l’entusiasmo mi si spegneva subito; un giorno decidevo di iscrivermi in palestra e conoscere così persone interessanti, quello dopo mi prendeva la pigrizia e mi rifugiavo davanti alla Tv. Ero proprio sul punto di rivolgermi a una psicologa che fosse capace di aiutarmi, perché sapevo che qualcosa non andava. Nel frattempo, anche quel giorno di umore rasoterra come le mie scarpe, ero entrata in stazione, casomai fossi riuscita a tirarmi un po’ su con la  collezione primavera-estate. Lì l’ho visto. Anzi, non l’ho neppure visto in faccia, perché leggeva il giornale. Tra tutta la gente che aspettava treni e amici in arrivo, i miei occhi hanno notato solo lui: la sua testa riccia affondata nelle pagine di un quotidiano. Perché? Non lo so, credo si chiami colpo di fulmine e ha qualcosa di inspiegabile e assurdo, che potrei definire come il riconoscimento di qualcuno che non hai mai visto. Pochi istanti dopo era lui a guardare me, e il cuore ha preso a battermi fortissimo. D’istinto, quasi per pudore, mi sono voltata a osservare per finta la vetrina di una libreria; “Ma si può essere più sfortunata” mi dicevo, “Incontro qualcuno che mi colpisce ed è proprio il giorno in cui sono conciata da far paura”. Mi era passato accanto, intanto, e si era fermato anche lui a studiarsi le copertine di certi volumi fotografici: fingevo di interessarmi a un libro sulle Alpi, a uno sulle Ville Venete, e assaporavo la strana sensazione di pace e insieme di emozione che provavo accanto a quello sconosciuto. “Ma che stai facendo? Lo sai che dovresti correre al lavoro, vero? E poi ora come pensi che continuerà questo cosiddetto colpo di fulmine? Se non ti abborda, ci resti male e finisce lì. Se lo fa, lo giudicherai volgare e invadente. Lo vedi, sei fregata”. La mia mente era una centrifuga di pensieri ansiosi. E non tenevo conto del fatto che la vita, spesso, decide lei come proseguire le sue trame misteriose: e infatti all’improvviso ho sentito alle mie spalle delle urla, ho visto persone che si agitavano. Un ubriaco stava litigando con qualcuno, brandiva una bottiglia, avrei voluto allontanarmi di corsa ma non potevo, la scena si svolgeva davanti a me e avevo alle spalle le vetrine del negozio. Ero spaventatissima, bloccata a poca distanza da quel pazzo che insisteva a urlare e minacciare. Poi ho sentito una mano sulla spalla: «Stai tranquilla, non avere paura: qui è pieno di poliziotti, arriveranno subito. Vedrai che tra poco finisce tutto. Resta vicino a me». È andata proprio così, in qualche minuto la situazione è tornata alla normalità.
«Ti ringrazio, mi sono spaventata tantissimo» gli ho detto con un fil di voce. «Non dovevi, c’ero io. In ogni caso ti avrei difeso», ha detto. Mi guardava con un sorriso intenso, lo stesso che sentivo affiorarmi alle labbra. Era piacevole, sentirsi protette: «Ora però devo scappare in ufficio» gli ho detto.
«Anch’io, lavoro qua vicino. Prendo il treno regionale ogni giorno. Se ti va di prendere un caffè ti accompagno, magari ti tira un po’ su dopo questo spavento». È stata la prima mattina che non ho comprato proprio nulla. E quelle seguenti neppure, perché avevo in mente solo il mio appuntamento con lui, Massimo, e la colazione da fare insieme in un certo baretto col giardino. «Come sei carina. Con i tacchi alti stai bene, ma l’altra mattina, la prima dico, quando ti ho vista con i jeans e la maglietta a righe mi sembravi una ragazzina. Eri così tenera, come sei tu davvero» mi ha detto una volta davanti a cappuccino e brioche.
Ma guarda! E io che avevo sempre speso così tanto per abiti eleganti e sempre diversi… Mi aveva spianato così bene la strada che non avevo potuto fare a meno di raccontargli del mio vizio. Meglio che lo sappia subito, pensavo mentre guardavo la sua pelle ambrata, i capelli ricci, la camicia bianca a righine azzurre e la giacca sul braccio, che mi sembrava già di amare. Ma come facevo a non pensare che in quel modo, con una confessione fatta così presto, senza che neppure si fossero formate piccole radici di affetto e complicità, lo avrei allontanato? “Taci” mi dicevo mentalmente, mentre gli raccontavo di come da un po’ di tempo non riuscissi a frenare il mio bisogno di comprare vestiti. E di come poi, a casa, fossi delusa e piena di sensi di colpa.
«Ti capisco benissimo» mi aveva risposto invece. «A me è successa una cosa simile. Cè stato un periodo in cui compravo gadget elettronici uno dopo l’altro. Mi ero appena lasciato con la mia ragazza, credo fosse quello a farmi sentire così vuoto, insoddisfatto. Poi ho ottenuto una promozione al lavoro, mio fratello ha avuto due gemellini che adoro e che riempiono la vita di tutta la famiglia, e così piano piano l’ossessione di comprare mi è passata, ho trovato di meglio da fare. In fondo, non mi sembra così grave il tuo caso: non ti sei indebitata, no?».
«Ma sei matto? No no, butto solo via tanto denaro che potrei godermi in un altro modo».
«Per esempio?».
«Per esempio cosa?».
«Come li useresti i tuoi soldi, in che altro modo?».
«Oh, andrei al mare, o a vedere qualche città. In giro, insomma. Ma da sola non riesco, non ho molto spirito d’iniziativa. Ho tre amiche ma sono tutte fidanzate, non ci vengono in gita con me il weekend».
« Allora andiamo io e te. Mi piace viaggiare. E mi piaci tanto tu, non mi basta più il tempo delle nostre colazioni, che dici?».
«Sì», gli dissi di sì. Non aspettavo altro. Con lui era tutto così facile, e naturale, e reciproco. Ed è così che ho smesso di immaginarmi la vita e di comprarmi vestiti per occasioni che esistevano solo nella mia fantasia. E ho iniziato a vivere davvero, come mi piaceva, a volte anche in jeans largotti e capelli elettrici, buttando alle ortiche i miei sogni di perfezione, che all’amore proprio non interessano. Forse quello di cui avevo bisogno era una spinta a uscire dal mio guscio e rischiare delusioni magari, ma lasciare pigrizie, paure, e lo specchio incantato e malefico in cui mi esaminavo sempre insoddisfatta. L’incontro con Massimo è stato decisivo, la nostra storia e il mio innamoramento per lui sono stati una medicina, per me.
E Valerio? Cara poetessa, non era amore, sai: quella volta mi ero solo intestardita.

Testo pubblicato su Confidenze n 23/2016.

Foto: 123RF

Confidenze