Brindisi per un bambino

Cuore
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Ecco la storia preferita del n. 25: racconta un'avventura dentro la maternità

 
Avevo 38 anni, un lavoro soddisfacente, un compagno amorevole. Era il momento di pensare a un figlio. Se ricordo l’ingenuità con cui mi sono messa in attesa… Il mio percorso verso la maternità non è stato semplice. Però, alla fine, la vita mi ha sorpreso

storia vera di Daniela B. raccolta da Greta Bienati

 

Nella farmacia del mio quartiere c’è un intero scaffale occupato da numerose bottiglie di vino più o meno pregiato. La prima volta che sono entrata, ormai dieci anni fa, ho guardato il farmacista con una certa diffidenza. Ma ho scoperto come stavano davvero le cose cinque anni fa, quando è cominciata l’esperienza più dolorosa, e al tempo stesso più felice, di tutta la mia vita. Avevo 38 anni ben portati, un compagno amorevole, una carriera soddisfacente e avviata: dopo anni di attesa era arrivato finalmente il momento di pensare a una famiglia. Con Vincenzo, il mio compagno, avevamo sempre desiderato avere figli, solo aspettavamo il momento giusto, e la garanzia di una stabilità economica che tardava ad arrivare. Adesso finalmente, tutto era perfetto.«Ho sospeso la pillola» annunciai una domenica mattina a Vincenzo, e lui rispose con un gran sorriso e un bacio appassionato.

Con un ottimismo e un’ingenuità che oggi mi stringono il cuore, il giorno dopo andai in farmacia a comprare un test di gravidanza: volevo averlo subito a portata di mano, per non aspettare neanche un minuto quando avessi avuto il primo ritardo. Passò un mese, ne passarono due. Poi tre, quattro, un anno intero. Il test di gravidanza rimaneva lì nell’armadietto dei medicinali, e mi fissava ogni giorno più beffardo. Come succede in questi casi, cominciai a leggere tutto quello che trovavo sui periodi fertili, i modi sicuri per rimanere incinta, con il risultato che, per 24 ore al giorno, non riuscivo a pensare ad altro.

«Non devi farne un’ossessione» mi ripeteva Vincenzo. «La tensione non ti aiuta di sicuro».

Aveva ragione, ma io per strada non potevo fare a meno di fissare con un misto di invidia e di astio le donne col passeggino: che cosa avevano loro più di me? Perché per loro era così facile, così naturale, mentre per me sembrava impossibile?

Il mio stato di abbattimento ormai era visibile a tutti. Nel tentativo di aiutarmi, un’amica mi consigliò una visita specialistica.

«Dopo 12 mesi, è il caso di fare dei controlli» valutò la ginecologa. «Tanto più che l’età non è più verde…».

Tornai a casa convinta di essere una vecchia decrepita, che mai sarebbe riuscita a tenere in braccio un bambino. L’esito dei controlli le diede ragione: ovulazione insufficiente dovuta, con tutta probabilità, all’età.

«Potete provare con la procreazione assistita» consigliò la dottoressa. «La percentuale di riuscita in questi casi è discreta». Una percentuale discreta. Era decisamente poco, ma era meglio di niente.

«Se tu sei convinta, per me va bene» disse Vincenzo.

Io non volevo perdere altro tempo: era chiaro che avevamo già rimandato troppo. Nuovi esami, ecografie, controlli. Poi, finalmente, il primo passo, ovvero la somministrazione di un farmaco che stimolasse l’ovulazione.

Porsi la ricetta al farmacista con le mani che mi tremavano: in quel foglietto c’erano tante aspettative, tante speranze, e anche tante possibili delusioni.

Il farmacista guardò la ricetta, poi guardò me, con un sorriso gentile e misterioso al tempo stesso.

«Il farmaco arriva nel pomeriggio» disse. «Intanto, però, le do questa». Andò al suo scaffale di bottiglie e ne scelse una: era uno spumante, di quelli da brindisi di Capodanno. Lo guardai sconcertata.

Il farmacista indicò l’etichetta: nello spazio bianco c’era scritto a pennarello un nome di donna.

«Questa signora ci ha messo cinque anni ad avere una gravidanza. Poi le è nata una bellissima bambina».

Io ancora non capivo.

«Vede, è una piccola tradizione» disse indicando il suo scaffale pieno di bottiglie. «Quando un mio cliente guarisce da una grave malattia, o una mamma resta incinta dopo tanto tempo, io dico loro di portarmi una bottiglia con scritto sopra il loro nome. Poi, quando arriva qualcuno che ha lo stesso problema, io gli regalo la bottiglia di uno che ce l’ha fatta. È una specie di portafortuna. Ci faccia un brindisi con suo marito».

«La ringrazio» mormorai, con un nodo alla gola.

Il farmacista mi salutò con un sorriso gentile: «Quando lei avrà suo figlio, me ne porterà una con scritto il suo nome. E io la metterò sullo scaffale in bella vista».

Brindammo davvero quella sera, con la bottiglia regalatami dal farmacista.

«Gliene porteremo anche noi una tra meno di un anno» sorrise Vincenzo. Ma per noi la strada doveva essere ancora lunga e tortuosa. Fallì il primo tentativo, fallì il secondo. Col morale a terra, ragionavamo sull’opportunità di provarci ancora una volta, quando, una mattina, sistemandomi il reggiseno, notai allo specchio un piccolo rigonfiamento. Le dita corsero spaventate a controllare, e scoprirono una biglia, poco più grande di un pisello. «Ho un nodulo» mormorai a Vincenzo. In un istante, la paura prese il posto dell’ansia per la maternità mancata. Era un lunedì. Quello stesso giovedì, cominciò una nuova via crucis di visite, accertamenti, esami. Fino al verdetto, un venerdì pomeriggio di novembre.

Fuori pioveva così forte da non riuscire a vedere il condominio di fronte. Il dottore disse solo due parole: «È benigno». E a me sembrò che in cielo splendesse il sole come solo nel mese di maggio.

Non riuscii a trattenere una lacrima di sollievo. Vincenzo mi strinse forte la mano nella sua.

«C’è un’altra cosa, però» aggiunse il medico. «In casi come questi è più prudente sospendere le stimolazioni ormonali». Davanti al mio sole di maggio passò una nuvola scura. Ci rimase per giorni, durante i quali mi chiusi in un silenzio triste e rancoroso. Era chiaro: la vita, per me, non aveva in serbo figli. E faceva di tutto per farmelo capire. Vincenzo rispettò il mio silenzio per una settimana. Poi mi impose un invito a cena, nel nostro ristorante preferito.

«Abbiamo comunque una buona notizia da festeggiare, non ti pare?» mi sorrise.

Aveva ragione. Davanti alla paura di una malattia che non avevo nemmeno il coraggio di nominare, adesso non potevo non sentirmi sollevata e fortunata. Mi sforzai di indossare il mio vestito preferito e un bel sorriso. Vincenzo aspettò fino al dessert, poi mi accarezzò la mano e, con la sua voce più dolce, fece la sua proposta.

«Perché non pensiamo all’adozione?».

Era una frase semplice, perfino ovvia, che però fino a quel momento non si era mai presentata alla mia mente. Forse fu il tono pieno d’amore di Vincenzo, o forse il fatto che dopo quella prova il mio cuore era pronto ad ascoltarla.

«Un’adozione?» ripetei, e il solo fatto di pronunciare quella parola mi toglieva dalle spalle il peso delle aspettative, del senso di inadeguatezza, del rancore verso le donne più fortunate di me.

«Forse là fuori c’è un bambino che aspetta proprio noi» disse ancora Vincenzo. «Che ha bisogno di due genitori come noi, e del nostro amore». Riuscii solo a far segno di sì con la testa.

Questa volta, la vita sembrò indicarmi subito che si trattava della strada giusta. Di nuovo visite, esami, incontri con gli specialisti. La valutazione del Tribunale e dei suoi esperti fu positiva. Persino i tempi furono più brevi del previsto: erano passati sei mesi dalla presentazione della richiesta, quando fummo convocati per il colloquio con il Tribunale dei Minori.

«Si tratta di una bambina di pochi giorni, la madre non l’ha voluta riconoscere» ci spiegarono.

Insieme a noi, nella sala d’attesa, c’era un’altra coppia, un po’ più giovane. «Sceglieranno loro» ci dicemmo per non farci illusioni. Invece, due ore dopo, il telefono squillò di nuovo. «Dovete presentarvi fra tre giorni» disse il giudice. «Abbiamo scelto voi».

 

L’emozione fu così forte che non riuscii a dire nulla. E subito si mutò in una agitazione febbrile: avevamo tre giorni per preparare la nostra casa, e la nostra vita, per accogliere una neonata!

Furono ore frenetiche, passate a recuperare vestitini e pannolini, a spostare mobili, a organizzare il nostro nuovo tempo da genitori, con il congedo parentale chiesto in tutta fretta. Parenti, amici e persino colleghi si fecero in quattro per aiutarci, con una gentilezza commovente, che non dimenticheremo mai. Un cugino di Vincenzo si presentò a casa nostra con la moglie: nel giro di un pomeriggio, allestirono una cameretta da sogno, con culla, fasciatoio e persino una sedia a dondolo perfetta per dare il biberon alla piccola in tutto relax. Mia sorella mi riempì il freezer dei miei piatti preferiti, pronti solo da scongelare. «Così potrai dedicarti alla piccola senza pensare ai fornelli» mi sorrise. Tre giorni dopo, io e Vincenzo ci presentammo con il nostro portenfant ai servizi sociali. Ci fecero aspettare in una stanza con le pareti decorate da un girotondo di dieci orsetti. Ne conosco il numero perché li contai sette volte, per cercare di distrarmi. Poi, finalmente, arrivò lei. In braccio all’assistente sociale, con addosso un vestitino blu e bianco. Era bellissima. La bambina più bella che avessi mai visto. «Si chiama Gaia» disse la donna, e a me sembrò il nome più bello del mondo.

La presi tra le braccia con la cautela dovuta a una cosa preziosa. Lei mi guardò con due occhioni tranquilli, senza piangere. Vincenzo le accarezzò la manina con la punta delle dita: anche lui era incantato.

«La nostra bambina…» mormorò.

Come sempre succede con i figli, Gaia travolse la nostra vita come un ciclone. I giorni volavano tra biberon, pannolini, bagnetti e tutto il repertorio che un neonato porta con sé. Al punto che fu solo a sei mesi dal suo arrivo che mi ricordai della promessa fatta al farmacista.

«Dobbiamo una bottiglia al farmacista» dissi a Vincenzo. «Scegli tu il vino, e glielo portiamo insieme».

Ci andammo tutti e tre, un sabato mattina. Gaia aveva indosso un vestitino rosso che le stava a meraviglia e sgambettava nel passeggino. Il farmacista mi riconobbe subito: uscì dal bancone e sorrise alla piccola, che ricambiò tutta contenta.

«La sua bottiglia ha funzionato» dissi. «Anche se per un’altra strada».

Vincenzo gli tese la bottiglia, su cui avevo scritto bene in grande il mio nome. Il farmacista la guardò, poi fissò me, con lo stesso sguardo un po’ enigmatico che aveva avuto la prima volta. «Adesso non ho posto sullo scaffale» indicò. «Per fortuna è un momento in cui arrivano tante belle notizie. Tenetela voi ancora un po’». Tornammo a casa un po’ mortificati per quella che aveva tutta l’aria di una scusa.

«Vorrà dire che ce la beviamo noi» commentò Vincenzo. «Brinderemo a Gaia e ai suoi felicissimi genitori!».

I giorni passavano, Gaia cresceva. Finalmente, la nostra famiglia sembrava aver trovato la sua quieta felicità, quando all’orizzonte si profilò una nuova, drammatica svolta.

Ero in ufficio come tutte le mattine, quando un improvviso capogiro mi costrinse ad appoggiarmi alla scrivania. Fu solo l’intervento tempestivo di una collega a impedirmi di finire lunga e distesa sul pavimento.

«Daniela, ti senti male?» mi chiese preoccupata.

Feci segno che non era nulla: gli ultimi mesi erano stati meravigliosi, ma anche molto faticosi. Probabilmente il mio fisico presentava il conto. Me lo ripetei di nuovo due giorni dopo, quando uno strano malessere mi costrinse a prendermi mezza giornata di ferie. Quasi per istinto, le dita corsero a cercare la biglia sul mio seno. E si accorsero piene di spavento che le dimensioni erano aumentate. Lacrime di rabbia e di paura mi riempirono gli occhi: era mai possibile che, per me, non ci fosse un po’ di felicità? Proprio adesso che avevo Gaia, quel dannato nodulo doveva venire a metterci lo zampino?

Chiamai Vincenzo, con la voce che mi tremava.

«Stai tranquilla» mi rispose lui, calmo e affettuoso. «Vedrai che anche questa volta non sarà nulla di grave».

Tornò a casa un’ora prima, per occuparsi di Gaia e permettermi di andare subito dal medico.

«Mi sono stancata molto ultimamente» spiegai una volta arrivata. «Abbiamo una bambina piccola».

Il dottore fece segno di sì con la testa. Mi misurò la pressione, poi si fece descrivere minuziosamente i sintomi. Con la fronte aggrottata, si sedette alla scrivania e scrisse la sua prescrizione sul blocco delle ricette. «Vada in farmacia, e si faccia dare questo» disse, porgendomi il foglio.

«Non mi fa l’impegnativa per gli esami?» chiesi un po’ stupita.

«Quelli la prossima volta» mi congedò il dottore.

Sconcertata, mi affrettai in farmacia, prima che chiudesse. Il farmacista lesse la ricetta e fece un sorriso strano dei suoi. Scomparve nel retrobottega, e tornò con in mano un test di gravidanza.

«Guardi che ha confuso le ricette» mi risentii.

«Le assicuro di no» rispose, mostrandomi il foglio.

Lo guardai con la bocca spalancata per un minuto buono, mentre l’idea si faceva lentamente strada nella mia testa. Corsi a casa con il cuore in gola, troppo emozionata per poter parlare.

«Cos’ha detto il medico?» chiese Vincenzo.

«Mi ha dato un esame da fare» mentii a metà.

Per tutta la notte, non riuscii a prendere sonno. Quando finalmente, dalla finestra filtrò la luce dell’alba, mi chiusi in bagno e seguii le istruzioni. Seguirono i cinque minuti più lunghi della mia vita.

Poi Vincenzo fu svegliato da un urlo.

«Daniela!» si spaventò. «Daniela, cosa succede?».

Spalancai la porta del bagno e gli saltai al collo. «Guarda!» gridai, indicando quella benedetta doppia linea rossa, che avevo aspettato invano per così tanti mesi. Vincenzo mi fissò incredulo per qualche momento, poi mi sollevò in un abbraccio e mi fece fare una giravolta. «Un fratellino per Gaia!» disse. «Pensa come sarà felice!».

Quel pomeriggio, tutti e tre avevamo la felicità scritta in faccia quando passammo a trovare il farmacista. Ci aspettava fuori dalla sua bottega, con le braccia conserte e il suo misterioso sorriso.

«Gliene abbiamo portate due di bottiglie» disse Vincenzo, tenendogli il nostro regalo. «Così possiamo fare coraggio a due coppie».

«Avete fatto bene» approvò il farmacista. «Avranno un posto d’onore sul mio scaffale». Le mise bene in vista, mentre Gaia, tutta contenta, batteva le manine.

La mia gravidanza andò liscia come l’olio. Il fratellino di Gaia, in realtà, era una sorellina, che abbiamo chiamato Chiara.

Con le mie meravigliose bambine passo spesso a salutare il nostro amico farmacista. Proprio questa mattina, abbiamo visto che una delle nostre bottiglie manca dallo scaffale. Stasera una donna brinderà con il nostro vino.

Spero tanto che presto sia felice come lo sono io.

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articolo pubblicato su Confidenze n. 25 2023

 
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