Dietro la maschera

Cuore

Tante storie tutte belle, ma voto ‘Dietro la maschera’ perché è piena di magia e dell’atmosfera di un carnevale che quest’anno non possiamo vivere. Così scrive Angela, una nostra lettrice, sulla pagina Facebook. Vi riproponiamo sul blog la storia vera più apprezzata del n. 8 di Confidenze

 

Un lungo mantello, un cappello a tricorno e la bocca sagomata in modo da deformare la voce: con quel travestimento, nessuno mi avrebbe riconosciuto. Mina, con i capelli scuri sciolti sulle spalle e le ali da angelo, sembrava un’apparizione. Le chiesi di ballare

STORIA VERA DI ROBERTO C. RACCOLTA DA BARBARA BENASSI

 

Tutto è successo otto anni fa e mi sembra ieri.
Mi chiamo Roberto e sono un export manager. Il contatto con clienti stranieri, nuove culture, lingue diverse mi ha sempre motivato e questo lavoro me lo sono conquistato con tanta fatica. Vengo da una famiglia onesta, semplice, ma senza possibilità. Per questo motivo mi sono pagato l’università e il master all’estero col sudore della fronte. Dormivo sì e no quattro ore per notte, il resto del tempo studiavo e lavoravo per una grande società britannica di prodotti di pasticceria. Niente feste, ragazze, serate in discoteca e bevute come i miei compagni di corso. Per loro ero solo workalcholic Bob, Bob il maniaco del lavoro, mentre io mi sentivo uno che non aveva altra scelta: studio e lavoro, lavoro e studio, fine. Ma a guardarla in prospettiva sono stato ampiamente ripagato. Quindi nessun rimpianto. Appena finito il master, infatti, l’università aveva già una richiesta di assunzione per me ed è stato così che ho iniziato a lavorare per un’importante azienda italiana di prodotti confezionati di pasticceria.

A distanza di un anno, grazie al mio lavoro, la società esportava in tutta Europa, più Tunisia e Kuwait e io venni nominato capo dell’intera area export.
Dopo tanta fatica, finalmente ero autonomo e con un settore tutto mio, al cui interno lavoravano persone da me selezionate, preparate e serie. Fino al giorno in cui, nell’ufficio di fianco, trovai Mina come mia vice. Mina era la primogenita del boss, appena rientrata dalla Francia e venuta a piazzarsi in azienda armata di un insolente sorriso stampato e tanta finta umiltà. Ma come in passato, di nuovo non avevo scelta. Dovevo farmi andare bene quella figlia di papà, cresciuta nella bambagia in una casa bellissima, educata nelle migliori scuole e università d’Europa, che aveva scelto il mio ufficio come suo giocattolo.

Su richiesta di suo padre, giocoforza, iniziai a condividere con lei la mia esperienza e a inserirla nelle dinamiche del lavoro. Il nostro rapporto non era mai andato oltre le formalità professionali, viste le differenze sostanziali che ci separavano, anche se Mina, malgrado una nota di ingenuità dovuta sicuramente al fatto di essere sempre stata iperprotetta, col tempo, si era rivelata volenterosa e innegabilmente brillante. Mi affiancava in ogni attività eccezion fatta per i viaggi all’estero in quanto preferiva rimanere in sede, a suo dire, perseguire l’ufficio. In realtà avevo pensato che la causa potesse essere attribuibile a un certo Gianni, un affascinante buon partito noto per le sue bravate, che si diceva in giro fosse il suo ragazzo. Magari Gianni non gradiva che Mina partisse sola con me. Certo, uscire con uno del genere denotava in lei mancanza di profondità e serietà, mentre al contrario evidenziava una predisposizione verso superficialità e soldi. A ogni modo, le frequentazioni private di Mina non erano affar mio. L’importante per me era dare il massimo sul lavoro, cosa a cui tenevo di più e motivo per cui mi ero sempre trovato bene nella vita.

Il lavoro, d’altronde, non era solo il mio principio di base, ma era la parola d’ordine di tutti in azienda. Qui ci si impegnava duramente, con solerzia e zelo per tutto l’anno, instancabilmente. A dire il vero, con una sola eccezione: l’ultimo giorno di Carnevale.

La giornata del martedì grasso, infatti, era libera per tutti in quanto dedicata alla preparazione della grande serata aziendale. Cadesse il mondo, da sempre, il socio fondatore anziano, il padre di Mina per intenderci, dava una festa danzante con tutti i crismi per celebrare il periodo dell’anno che, in un modo o nell’altro, aveva dato origine alla sua fortuna attraverso la preparazione primigenia di chiacchiere, dette anche frappe, sfrappole, cenci e così via, a seconda della regione. A ogni modo, indiscutibilmente, il dolce caratteristico del Carnevale.

Le deliziose e delicate sfoglie fritte infatti, avevano ispirato la sua arte fino a raggiungere la perfezione, tanto da conquistarsi la fiducia del suo primo datore di lavoro e maestro. Perciò ogni anno, veniva organizzata un’imponente e sontuosa festa mascherata, alla quale partecipavano dall’ultimo assunto alle figure apicali, tutti rigorosamente in maschera e pronti a divertirsi.

Quell’anno, in occasione della festa, Mina mi aveva chiesto se avevo intenzione di venire con qualcuno. Le avevo risposto, forse con una certa rigidità, che se avessi deciso di partecipare, sarei stato solo, perché meglio solo che in compagnia di una persona che mi

non dava nulla. Lei si era limitata ad annuire e a rispondere che Gianni quella sera sarebbe stato il suo cavaliere. Come se mi importasse. A ogni modo, il giorno stesso della festa, il caso volle che, libero e solo per pranzo, mi trovassi in un affollato ristorante e che “il Gianni di Mina” fosse con comuni amici seduto a un altro tavolo vicino al mio. Il tipo, senza smentirsi, era intento a corteggiare sfacciatamente una bella bruna che, a quanto pareva, riteneva molto allettante il suo invito a una festa privata fuori città per quella sera stessa. Ma non doveva accompagnare Mina? Quello era un poco di buono e Mina, anche se viziata, di certo non meritava un tale trattamento. Decisi allora di andare alla festa per parlarle e aprirle gli occhi su quel tizio e sui suoi discutibili gusti in merito a uomini. Avrei solo dovuto procurarmi una maschera all’altezza dell’evento piuttosto in fretta. Non so come, ma l’intento si realizzò molto bene. Un mio amico, assiduo frequentatore del Carnevale di Venezia, mi prestò il travestimento per antonomasia: la bauta. Un lungo mantello, un cappello a tricorno e la maschera vera e propria con il caratteristico labbro superiore allungato in modo da fare da cassa di risonanza e deformare la voce di chi la indossa, rendendo impossibile il riconoscimento. Mascherato in tal modo, mi presentai alla festa. Nella sala, tante persone ballavano, l’orchestra suonava e i camerieri si destreggiavano nella folla offrendo calici di champagne.

Molti colleghi risposero al mio saluto con un cenno della mano senza sapere esattamente chi fossi. Iniziai a trovare il mio anonimato piuttosto divertente, ma non potevo distrarmi con questi giochetti, dovevo trovare Mina. Dopo aver setacciato la sala con gli occhi, finalmente la vidi appoggiata a una colonna del salone grande. Un lungo abito in velluto blu, i capelli scuri sciolti sulle spalle appoggiati a due splendide ali bianche da angelo. Devo ammettere, in quel momento, di aver pensato a una apparizione. Intenta a guardare i ballerini volteggiare sulla pista non si era accorta di me. Una volta di fronte a lei accennai un inchino, al quale rispose molto cortesemente con un sorriso, cercando di capire chi fossi. Quel gioco cominciava a piacermi

davvero. La musica si fermò all’improvviso e io approfittai per chiederle di concedermi il ballo successivo. Dopo un momento di esitazione, Mina annuì. La musica ricominciò lenta, io le cinsi la vita, lei appoggiò la mano nella mia. Profumava di champagne e vaniglia, gli occhi le brillavano nel buio. Ballava benissimo. All’improvviso sembrò fare mente locale e mi chiese se ci conoscessimo. Negai con decisione dicendo di lavorare nella filiale romana, occasionalmente in città oggi e invitato a gran voce dal grande capo.

«Da mio padre? Ti anticipo prima che tu possa dire qualcosa di brutto su di lui. Balli troppo bene e sarei costretta ad abbandonarti in mezzo alla pista». Sorrise schietta, puntando gli occhi scuri dentro quello che poteva intravedere dei miei, poi ridendo mi confessò di aver bevuto una coppa di champagne di troppo. Sembrava una bambina felice, non l’avevo mai vista così e mi dispiaceva doverle rovinare la festa con la storia di Gianni. Comunque, cercai di prenderla alla larga. Si stava divertendo?

Rispose che adorava quella festa. In definitiva era l’unico momento, dopo la malattia della madre, in cui vedeva suo padre sorridere. Poi continuò dicendo che il padre era un uomo tutto d’un pezzo che aveva insistito per farla lavorare in azienda, infilandola in un settore che rappresentava il futuro e affiancandola al migliore. Sul momento la guardai per capire se mi avesse riconosciuto, ma la sua espressione era seria e per nulla allusiva. Così mi presi il complimento in silenzio annuendo e continuando a volteggiare con lei sulla pista, fino a che la curiosità non ebbe la meglio. «Non volevi entrare nell’azienda di tuo padre?» le chiesi di getto.

«No di certo. Avevo deciso di rimanere a Parigi. Lavoravo per una società importante, volevano farmi crescere e avevo già ottenuto dei risultati interessanti. Ma a causa della malattia di mia madre e per non deludere un uomo così, ho capitolato» esclamò indicando il padre che ai bordi della pista scherzava con un paio di dipendenti. «Un uomo» continuò, «nato in un paesino, da una famiglia di panettieri e animato da una passione viscerale per l’arte bianca».

Mi raccontò di essere rimasta in Italia a condizione di prendere casa da sola e di pagarsi il mutuo. Inoltre, sapeva benissimo che tutti la consideravano “la figlia del capo” e scrollarsi di dosso quell’etichetta era difficilissimo, ma aveva deciso di accettare comunque quel momento particolare della sua vita. Aveva studiato duramente all’estero per essere tra i migliori. Sapere che suo padre veniva dal niente e che a lei aveva offerto la possibilità di frequentare uno degli atenei più quotati d’Europa, l’aveva spronata a lavorare sodo. Per di più, durante gli studi, aveva sempre cercato di darsi da fare come baby-sitter o come cameriera per non essere a totale carico della famiglia.

«I miei compagni mi prendevano in giro perché non uscivo mai. Sempre studio e lavoro, lavoro e studio. Per loro ero una specie di mosca bianca, ma questo non mi ha mai dato fastidio».

Quelle parole risuonarono in me forte e chiaro, conoscevo benissimo quella sensazione. Per un momento rimasi a guardare quella persona che avevo di fronte e che mi sembrava completamente nuova, poi tornai alla carica, «E stasera tutta sola?».
Lei sospirò e assunse un’espressione sognante prima di rispondere che in fondo era meglio soli che insieme a una persona che non dava nulla. Riconobbi le mie parole, forse adesso mi aveva riconosciuto? La fissai di nuovo e non vidi malizia, sembrava non voler dire nulla di diverso da quello che aveva detto. Sorrisi sotto la maschera e tentai un approccio più diretto. Come mai nessun accompagnatore per lei quella sera? Forse suo padre voleva tenerla tutta per sé?

Scoppiò a ridere: «No di certo, lui vorrebbe tanto piazzarmi con qualcuno per avere dei nipotini. Ogni anno che passa diventa sempre più insistente. Povero papà. Sapere che ho lasciato Gianni lo ha amareggiato, pensarmi sola lo turba, ma ha capito che non era l’uomo per me, troppo vanesio, sciocco, superficiale».

La musica si interruppe di nuovo, erano già quattro balli consecutivi che mi aveva concesso.
Lei rimase immobile e si limitò a sorridere mentre io non accennavo minimamente a lasciarle la mano. Non sapevo il motivo, ma desideravo solo ballare con lei e ascoltare la sua voce ancora e ancora.
«Certo meglio soli che con persone che non comprendono il reale valore di chi hanno di fianco» ripresi.

«Come ti chiami?» mi domandò all’improvviso. Non sapendo cosa inventarmi le risposi Bob, il mio nomignolo da studente. Sembrò andarle bene e riprese a parlare. «Sì, soprattutto quando la persona a cui tieni di più non si accorge di te».

Rimasi per un momento immobile. «Gianni è così importante?».
«Vedi Bob, Gianni non c’entra. Lavoro con un uomo che non mi vede nemmeno, mentre io ci muoio dietro… e questo fa male».

Non so esattamente cosa mi fece continuare a ballare. Cosa aveva detto? Mille pensieri vorticavano come uccelli impazziti nella mia mente.
«Chi non ti vede nemmeno?».

«Ti dirò di più, penso che mi detesti. Lui è il mio capo e malgrado io abbia sempre dato il massimo, in me ha sempre visto solo una bambina viziata. Ho evitato unicamente le trasferte all’estero, a malincuore credimi, per non lasciare mia madre sola durante la malattia, ma ora che sta bene, ho deciso di cambiare aria. Ritorno a Parigi dove, detto tra noi, ancora mi aspettano e provo a dimenticare quell’uomo. Sono abituata a sbrigarmela da sola e mio padre dovrà farsene una ragione».

Lo disse e volteggiò lieve, come se si fosse alleggerita da un peso. Solo allora compresi che non mi ero accorto del carattere e delle qualità di quella donna, prevenuto e accecato com’ero dai pregiudizi e dalla superficialità. Dietro la sua maschera per la prima volta vedevo il suo vero volto.

Non mi rimase che esortarla a dare ancora una chance a quel suo collega sciocco e cieco e di rimandare Parigi per vedere almeno come sarebbe andata. Quello fu il nostro ultimo ballo. Dovetti cedere Mina al padre che attendeva da tempo il suo turno.

Il giorno seguente ricominciammo a lavorare gomito a gomito come sempre, ma solo apparentemente.

Io ero diverso, la guardavo con occhi nuovi, occhi innamorati. Sapevo di aver poco tempo per conquistarla, così mi dichiarai subito. La colsi di sorpresa e nel tempo cercai di farle dimenticare Parigi e di meritare

il suo amore. Il Carnevale mi aveva aperto gli occhi e aveva permesso a un amore latente di sbocciare, fresco e sincero. Tanto sincero che in occasione del Carnevale successivo ricevetti un pacco. Era di Mina. Lo aprii e dentro trovai una splendida bauta e un biglietto: “Per Bob, in ricordo del nostro primo Carnevale. La tua Mina”. Le donne sono esseri speciali, nessun dubbio, e Mina che aveva sempre saputo, aveva trovato un modo unico per farmelo sapere.

All’improvviso un diavoletto mascherato arriva di corsa e urla: «Dai papà, andiamo a vedere Arlecchino!» disperdendo lontano i miei ricordi, come coriandoli. Chiudo il computer e smetto di scrivere. Questo pomeriggio ce lo godiamo in famiglia, tutto per noi. Mina mi aspetta sulla porta, insieme a nostro figlio Giacomo che scalpita, perché buon sangue non mente e il Carnevale non poteva non conquistare anche lui. ●

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