Eppure ci amiamo così

Cuore

Una storia ricca di contenuti che affronta un tema molto profondo: un vero amore incondizionato e adulto, raccontato e scritto con profonda delicatezza! commenta Anna, una nostra lettrice, sulla pagina Facebook. Dal n. 50 di Confidenze, vi riproponiamo sul blog la storia più votata della settimana

 

È difficile spiegare cosa siamo io e Valerio l’uno per l’altra, sicuramente più di marito e moglie. Lui è il mio compagno di vita, la mia migliore amica, un padre amorevole, un essere speciale vicino al mio cuore. Ed è lì che lo voglio lasciare, ora ne sono certa

STORIA VERA DI GIOVANNA P. RACCOLTA DA BARBARA BENASSI

 

Non so da dove cominciare a raccontare questa vicenda che praticamente racchiude tutta la mia vita. Mi sento a disagio in quanto è la prima volta che ne parlo con qualcuno, ma oramai sento di poterlo fare.
Mi chiamo Giovanna, sono alta, bionda e con gli occhi colore del mare, mentre i miei genitori sono entrambi bassi, mori, con intensi occhi scuri. Durante la mia infanzia queste differenze non erano mai state evidenti per me, ma il giorno del mio diciottesimo compleanno sono diventate la conferma di una realtà che mi era stata da sempre celata.

Mi stavo preparando per la festa nella mia stanza, quando la porta si aprì e il riflesso di mia madre nello specchio, rigido e serio, mi fece cenno di seguirla.
Mio padre ci raggiunse in salotto. Ero disorientata, all’inizio credevo volessero darmi il regalo, ma il timore e l’imbarazzo che trapelavano dai loro sguardi mi dissuasero subito. Comunque il regalo arrivò, anche se non era certo ciò che mi aspettavo.
Tutto d’un fiato mia madre, mi disse qualcosa che lì per lì non capii ma che poi non avrei mai più dimenticato. Inciso, scavato nella memoria, parola per parola: non ero sua figlia.
Sì, così aveva detto. La mia vera mamma era morta quando avevo sei mesi e dopo un anno mio padre si era sposato con lei. Mi vennero meno le forze, mi sedetti e rimasi a fissare il vuoto mentre cercavo di incassare la notizia. “Il sapere rende liberi, è l’ignoranza che rende prigionieri”. Be’ malgrado i miei studi classici, malgrado abbia amato davvero Socrate, per una volta nella mia vita non ero per niente d’accordo con lui. Dopo aver saputo infatti, tutto nella mia vita era stato sconvolto e mi sembrava che quella nuova consapevolezza non mi avesse reso per nulla più libera, né più sicura. A poco a poco ciò che avevo sempre sentito aveva preso forma e aveva un fondamento. La distanza che avevo sempre avvertito tra me e mia madre, quella che lei non era mai riuscita a colmare, aveva un motivo. Il fatto che lei avesse sempre preferito i miei fratelli, i suoi figli, quelli nati dal suo grembo, non era più solo una mia fantasia.

Anche le parole di rimprovero di mio padre nei suoi confronti per questo motivo, da me captate per caso, finalmente acquisivano un loro senso. Mia mamma non c’era più, anzi non c’era mia stata per me e in fondo questo spiegava perché mi fossi sempre sentita così sola. A poco a poco il vuoto, quella straordinaria fame d’amore che da

sempre era stata dentro di me, aveva una giustificazione. Volevo una madre, una madre vera, tutta mia e che mi amasse senza riserve.
Perché racconto tutto questo? Perché è fondamentale per capire il resto di questa storia e forse a farmi sperare che non siate troppo severi nei vostri giudizi verso di “noi”. Sì, perché c’è un “noi”.

Come arrivo a questo “noi”, non saprei dirlo in breve. Dopo la rivelazione che i miei genitori avevano tenuto i serbo per i miei 18 anni, apparentemente mi ripresi. La forza della giovinezza fece sì che mi rimettessi in sesto e riprendessi la mia vita da dove l’avevo lasciata. Ora ero orfana di madre, ma questo non voleva dire che sarebbe tutto finito per me. Poi avevo le mie amiche. Amiche vere, di quelle che di regola ti rimangono per tutta la vita. A loro avevo sempre raccontato tutto e anche questa volta non aveva fatto eccezione. Superato lo shock iniziale mi stettero tutte molto vicine. Dopo la scuola si studiava, si chiacchierava e il sabato si usciva. Sempre noi quattro, sempre le stesse. Ed è stato proprio durante una delle nostre uscite che ho conosciuto Valerio. Valerio era alto, biondo, occhi come il mare come i miei.

Ci assomigliavamo molto, avremmo benissimo potuto passare per fratelli.Veniva da una famiglia molto rigida, cattolica praticante. Suo padre era un generale dell’arma e sua madre un’insegnante, entrambi poco inclini ad affettuosità e a confidenze. La sua infanzia, mi aveva raccontato, era stata solitaria e senza particolari legami. Erano state le risate e le effusioni del mio gruppo di amiche che lo avevano attirato quella domenica. Aveva legato con noi con una naturalezza straordinaria e in breve tempo gli volevamo tutte molto bene. Con me poi, a poco a poco si era creata un’affinità speciale. Aveva detto che la prima cosa che aveva notato in me quella domenica erano stati i miei collant. Neri, sottili e lucidi da togliere il fiato. Valerio a volte poteva sembrare molto particolare, ma il suo affetto e la sua sensibilità mettevano il resto in secondo piano. Parlava di tutto, leggeva, era coltissimo e si interessava a ogni argomento, abbigliamento, libri, mostre, cinema, pettegolezzi, tutto. E oltre a questo, Valerio era protettivo e avvolgente come mai nessuno aveva saputo essere. Anche le mie amiche lo adoravano per questo e quando uscivamo insieme sembrava a tutti gli effetti una di noi. Era davvero un ottimo amico. E così rimase tale per me fino al giorno in cui mi chiese di uscire, solo noi due. Fu una serata memorabile. Cenammo chiacchierando tutto il tempo poi, usciti dal ristorante, mi prese la ma- no e mi disse sottovoce: «Fammi stare con te, tienimi stretto e non farmi andare via, mai».

Quella sera ci baciammo e ci tenemmo stretti, consapevoli che qualcosa era cambiato per sempre tra noi. Quando dissi alle mie amiche che eravamo usciti dalla zona dell’amicizia e che ci eravamo spinti verso qualcosa di più intenso, ne erano state molto felici. E devo dire anch’io. Da allora condividemmo molto, moltissimo, se non tutto. Non solo si divertiva a fare shopping con me, ma soprattutto sapeva ascoltare e riusciva a riempire perfettamente quel vuoto profondo che mi aveva perseguitato per tutta l’infanzia e che nessuno aveva mai colmato. Mai mi ero sentita così amata, curata, mai avevo percepito una tale pienezza. Valerio era la mia sponda, la mia forza, in lui trovavo il punto di vista dell’amico, la complicità e il sostegno di un’amica, di un genitore, qualcuno insomma su cui contare davvero e questo per me era l’importante.
Tanto importante da non farmi pesare il fatto che il sesso non esistesse tra noi, che fossero solo carezze, baci e abbracci più fraterni che altro. Ma sempre di amo- re si trattava, amore profondo e questo era il mio cuore a dirlo. Su questo non vi è mai stato dubbio.

Il periodo dell’università volò via rapido. Studiavamo entrambi, lui dava esami e si preoccupava che anch’io non rimanessi indietro. Restava sveglio buona parte della notte ad ascoltarmi ripetere, a darmi coraggio, poi ci abbracciavamo e ci addormentavamo così, su un divano sfatto coperti da un plaid cortissimo.

Alla fine, ci laureammo entrambi a pieni voti. Io trovai lavoro presso uno studio di commercialisti e Valerio come inge- gnere fu assunto da un grande società.

Con l’indipendenza economica, potemmo sposarci e se anche entrambi eravamo molto impegnati e presi, organizzammo insieme nei dettagli il nostro matrimonio. Tutti e due tenevamo le nostre famiglie a distanza, volevamo essere autonomi nelle scelte e non le coinvolgemmo mai. Il rapporto con mia madre acquisita d’altronde dopo la ”confessione” si era deteriorato sempre più e la stessa cosa era successa anche con mio padre. In fondo mi avevano mentito per molti anni e lo shock che avevo subito per colpa loro ancora bruciava in me.

Io e Valerio ci bastavamo. Dico solo che fu lui che ad aiutarmi a scegliere l’abito da sposa; lui quel giorno in boutique fu impareggiabile, in fondo l’aveva sempre fatto, non c’era motivo perché non lo facesse per un evento importante come il nostro matrimonio. Sapevamo entrambi di essere fuori dalla norma, ci sentivamo speciali e per questo fortunati di esulare dal modello della coppia classica.

Allo stesso modo arredammo la nostra casa. Le stoffe per la tappezzeria, i mobili, scegliemmo tutto insieme per rendere il nostro rifugio un nido accogliente. Così la nostra vita di coppia scorreva serena.

Mi sentivo felice di rientrare a casa, ero amata, accudita e appagata, anche se non facevamo l’amore. D’altra parte, il sesso non era mai stato molto presente fin dall’inizio e per me era la normalità. Ero certa poi che ogni coppia fosse un mondo a parte e che non necessariamente tutti dovessero avere le stesse esigenze e gli stessi bisogni. E poi noi ci sentivamo speciali, tanto da far sì che i baci e gli abbracci potessero essere la nostra unica fisicità. A parte poche eccezioni. Una di queste è rimasta senza dubbio indimenticabile perché ci ha portato un regalo bellissimo: Giacomo, nostro figlio. Ci capitava di fare l’amore, di fatto, solo quando Valerio aveva bevuto un po’. Anche quella sera Valerio era su di giri. Lo avevano promosso dirigente e avevamo festeggiato a lungo con gli amici. Così quando rientrammo a casa, finimmo per fare l’amore. Per me fu meraviglioso. Il sesso con lui era fantastico, ma mi ero accorta che l’iniziativa doveva partire da lui altrimenti, come risposta alle mie richieste, ottenevo solo l’effetto contrario. Comunque, con la gravidanza e poi con Giacomo che riempiva il nostro tempo e il nostro cuore, tutto il resto passava in secondo piano. Valerio amava il bambino con tutto se stesso. Era un padre splendido, materno perfino, sì un padre materno. Addirittura, a volte, quando allattavo Giacomo, Valerio si stringeva così tanto a noi da sembrare che fossimo in due ad allattare il bambino. Eravamo unici, lo ripeto. In seguito, seguivamo entrambi nostro figlio a scuola, conoscevamo le mamme dei compagni, gli insegnanti. A volte Valerio andava a prendere il caffè con il gruppetto affiatato delle mamme oppure nel pomeriggio spesso si intratteneva a chiacchierare amabilmente con loro al telefono. Per me la sua presenza era sempre una gioia, un arricchimento e la stessa cosa valeva anche per nostro figlio. Quell’uomo aveva tanto da dare e per noi era una grande risorsa. Tutto rimase immutato fino al dodicesimo anno di Giacomo. Il bambino stava passando un periodo strano, era molto vivace tanto che gli insegnanti cominciarono a chiamarci. In tempi normali io e Valerio ne avremmo parlato e affrontato tutto insieme, ma la sua reazione in quel caso fu di completa apatia. La cosa sembrò non interessarlo, tanto da liquidarla con una scrollata di spalle. In verità era già da un po’ di tempo che lo sentivo lontano, distante. Sempre affettuoso, dolce, ma distaccato e il mio sesto senso diceva che qualcosa non andava. All’inizio non dissi niente, pensai che tutto si sarebbe risolto da solo, ma quando cominciò a trattenersi sempre più spesso fuori a cena e a fare tardi, cercai di affrontare la cosa. Di fronte alle sue rispose evasive, infine presi il toro per le corna. Come? L’unico modo era cercare indizi nel suo cellulare. Mi vergognavo tantissimo. Stavo tradendo la sua fiducia, sapevo che non avrei dovuto farlo, ma dovevo sapere. E chi cerca trova, si sa. Io trovai una certa “A”. Da gentile, a mano a mano che leggevo, nei suoi messaggi diventava sempre più esplicita, in alcuni perfino sfrontata. Erano intimi, questo era evidente, di quel genere di intimità che tra noi non aveva mai fatto breccia. Ero sconvolta. Chi era questa “A”? E soprattutto Valerio come poteva tradirmi con un’altra? Ripartii alla carica, lo interrogai a lungo, ripetendo che tra noi c’era stata sempre totale sincerità, che eravamo stati uniti per tutti quegli anni in un modo unico e speciale e ora eravamo una banale coppia in crisi. Lì per lì Valerio non mi disse niente, poi a poco a poco la nostra complicità di un tempo, quella di due buone “amiche” aveva prevalso. Mi prese la mano e iniziò a raccontare con gli occhi sognanti.

Aveva conosciuto “A” al lavoro. Subito non aveva pensato che il loro rapporto potesse trasformarsi in qualcosa di più, ma era successo. Lui stesso era il primo a esserne sconvolto, mi raccontò. Anzi, era molto preoccupato per nostro figlio, per me e anche per se stesso. Stava provando sensazioni uniche che erano emerse dalle profondità misteriose del suo intimo. Mai avrebbe condiviso le sue emozioni inconfessabili se non avesse avuto me. A mano a mano che raccontava, aveva iniziato a piangere e a parlare senza riprendere mai fiato. Poi a un certo punto si era bloccato e la sua voce era diventata un sussurro. “A” era l’iniziale di Andrea, un ragazzo alto, moro ed elegante che aveva cominciato a lavorare nel suo studio. Valerio ora piangeva stringendomi con forza la mano. Diceva che voleva stare con me, con suo figlio, che noi eravamo la sua vita, ma che quello che provava per Andrea era un richiamo irresistibile. Ricordo che strinsi più forte la sua mano e gli risposi che non ci avrebbe mai persi. Per me era stato un compagno unico e avrebbe continuato a esserlo. Lo abbracciai e gli dissi che saremmo stati sempre insieme. Annuì e mi abbracciò fortissimo singhiozzando che noi eravamo la sua linfa vitale e la sua anima. In quel momento capii che Valerio non era stato solo il mio compagno, la mia migliore amica, un confidente, ma soprattutto una madre, un essere speciale vicino al mio cuore. Ed è lì che l’ho voluto lasciare, nel mio cuore, nel luogo che gli spetta. Da allora sono passati tre anni. Oggi Valerio esce con “A” e al tempo stesso vive con me e suo figlio. Può sembrare strano, ma in fondo per noi non lo è. Il nostro rapporto non è mutato, siamo più uniti che mai. Ci scambiamo confidenze come abbiamo sempre fatto, lui mi parla del suo rapporto con Andrea, con i suoi alti e i suoi bassi e io delle persone che incontro, dei miei accompagnatori occasionali, sempre gli stessi a dire il vero. Noi siamo uniti, unici. Se una sera lontana, per i miei 18 anni, il sapere non mi aveva resa libera, anzi mi aveva fatta sprofondare nella solitudine dello spirito, anni dopo un altro tipo di sapere mi ha fatta sentire speciale e libera da convenzioni. Infatti per noi e per nostro figlio, il sentimento che ci lega rimarrà sempre indissolubile.

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