Fa una giravolta… falla un’altra volta!

Cuore
Ascolta la storia

«Faccia una giravolta appena esce di qua. Ne faccia un’altra quando per la strada sente che arriva un attacco di panico». Il consiglio dello psicologo sembrava assurdo. Ma funzionava

Storia di Paola A. raccolta da Anna Tagliacarne

La prima volta sono andata al Pronto soccorso. I medici mi hanno detto: «Non ha niente». E io, che credevo di essere lì lì per avere un infarto, ho pensato alla figuraccia che avevo appena fatto. Dopo 15 giorni, la sensazione angosciante si è ripetuta. Ero per strada. Sono tornata a casa pensando che non poteva essere un episodio occasionale. Mi sono rivolta a uno psicologo. Sono andata da lui scortata da un’amica. Cominciavo ad aver paura di uscire. Pensavo: e se mi succede di nuovo? Va bene, mi hanno detto che ho il cuore sano, però c’è qualcosa in me che non va, anche se non so di cosa si tratta. Per questo avevo paura di uscire. Per il terrore che il malessere al quale non sapevo dare un nome mi bloccasse ancora.
Ho iniziato a uscire accompagnata. Da un’amica. Da mia sorella. Da mia madre. Mi sembrava strano avere la scorta. Proprio io, che sono sempre stata un’audace, improvvisamente non riuscivo più ad attraversare la strada per paura di aver paura. La sensazione era esattamente questa. Così l’ho riferita al mio primo strizzacervelli. Sono stata in terapia cinque anni con il primo e un anno con il secondo, ma tutto quel cercare cause e provare a dare colpe ai miei genitori non è servito. Lo psicologo non interveniva. Non mi ha nemmeno detto: «Lei soffre di attacchi di panico, è una patologia comune». Quello mi avrebbe aiutata. Ma stava zitto. Mi faceva parlare del passato.
Oggi ho 49 anni e da 14 sono fuori da quel disastro emotivo che è durato 12 lunghi anni. Anni di terapie, disagi tremendi per me e per chi mi stava attorno. Non ho mai preso pastiglie: ogni psicofarmaco che mi è stato prescritto l’ho buttato via. Però, per 12 anni, per poter venire in ufficio mi sono fatta accompagnare, perché chi soffre di attacchi di panico sa che il meccanismo mentale che si può innescare è l’agorafobia, la paura degli spazi aperti dove potrebbe scattare il panico. Oppure il suo contrario, la claustrofobia, il terrore degli spazi chiusi. Insomma, chi ha attacchi di panico si costruisce una mappa di luoghi, punti di riferimento e itinerari sicuri allo scopo di evitare i potenziali pericoli. Oppure vive “sotto scorta”. Perché in compagnia di qualcuno, se qualcuno ti conosce, riesci a contenere, a controllare il terrore, il nemico in agguato, che gli specialisti chiamano “ansia anticipatoria”. È quella che, quando sei da sola in macchina, ti spinge a chiederti: e se mi si ferma in un ingorgo cosa faccio? È una sensazione dalla quale non puoi scappare, perché sai di non avere nessuna via di fuga. In una piazza, un luogo pieno di persone, come il traffico stradale o come un supermercato, non hai controllo. Ti senti sola con la tua testa che non funziona, perché sai che è nella testa che qualcosa non va. O, almeno, credi che sia così. La svolta per me è stata una trasmissione televisiva sugli attacchi di panico. Vedere in tivù che se ne parlava e che tante persone come me ne soffrivano non mi ha fatto sentire più così sola, così anormale. Avevo passato ore con lo psicologo a cercare di capire da dove poteva essere arrivato il primo attacco, e ancora non lo so. Per me non era questo il problema. La mia urgenza era venirne fuori. Dopo quella trasmissione mi sono rivolta a un esperto in terapia strategico-comportamentale. Lo psicoterapeuta dopo qualche seduta interlocutoria per sbloccarmi, mi ha detto: «Prenda un quaderno e segni quello che deve fare. Faccia una giravolta appena esce di qua. Ne faccia un’altra quando per la strada sente che arriva un attacco di panico. Se è in macchina e sente che ne sta arrivando uno, conti i numeri delle targhe dispari delle auto vicine a lei. Quando fa le scale conti i gradini». Tutte queste stranezze sono strategie funzionali alla soluzione delle crisi di panico: si tratta di distogliere il pensiero e l’attenzione dal preattacco, dal pensiero negativo che sta per scatenare la paura, attraverso un semplice gesto meccanico. In certi casi però il terrore era così grande, che per me era troppo difficile anche fare la somma delle targhe dispari: meglio la giravolta, un saltello. Sembra paradossale, ma è proprio il paradosso, l’irrazionale che scrolla dalla patologia che rende prigionieri, l’atto che va contro ogni logica, il moto che spunta dall’inconscio e lotta contro il demone che tiene in trappola. Spesso chi soffre di attacchi di panico è un soggetto dalla personalità ipercontrollata, molto efficiente, propenso a verificare ogni dettaglio. Si diventa così per gestire l’insicurezza, ma sotto c’è la negazione delle proprie emozioni. Perciò l’atto irrazionale, illogico e un po’ assurdo – una giravolta o recitare l’elenco della spesa – funziona. Con me ha funzionato. Quando ho capito che potevo affrontare gli spazi aperti usando questi trucchi, ho cominciato a domandare al terapeuta: «Cosa faccio quando sono in macchina e magari resto bloccata in un ingorgo?».
«Male che vada, scende dall’auto, o se è sola in casa, esce, si sdraia per terra,  e dice a qualcuno: sto morendo. Chiede al primo che passa di chiamare il 118». Era quello che mi serviva, e che in pochi mesi mi ha consentito di ricominciare a guidare senza paura e a camminare per strada senza scorta. Ma le strategie che aiutano a evitare di bloccarsi non liberano davvero dalla paura. Viaggiare a 42 chilometri orari sui cavalcavia, né più forte né più lentamente, è uno strumento di difesa dal panico, però la consapevolezza della paura provata durante un attacco di panico lascia un imprinting: quando hai provato quel terrore, sai che ti può ritornare. Questo non ti fa vivere bene, e quando sono andata dal terapeuta spiegandogli che il ricordo del panico provata era ancora molto vivo e non mi permetteva di essere felice, mi ha fatto fare un rituale. Mi ha parlato della psicomagia di Alejandro Jodorowsky che punta sui rituali per comunicare con l’inconscio, del bisogno che gli esseri umani hanno dell’atto magico per imparare a essere felici, e del fatto che la nostra società ha perduto il rapporto con l’irrazionale, e perdendo tutto questo ha abbandonato una parte della sua anima, del suo sapere. Quando il medico mi ha detto che secondo lui non avevo seppellito mio padre, che era morto da molti anni ed era un uomo molto severo al quale ero ancora legata, né il mio anaffettivo marito, dal quale ero divorziata da anni, mi ha poi proposto un rituale per liberarmi di queste ingombranti figure. Mi ha dato una prescrizione un po’ assurda. Nella prima notte di luna piena a un’ora precisa, le 4.32, avrei dovuto dare sepoltura a un oggetto appartenuto a mio padre e a uno che era stato di mio marito. E io ho eseguito. Ho messo in una scatoletta un compasso di mio padre e un coltello del mio ex marito, e proprio a quell’ora ho scavato un buco sotto una pianta e li ho sepolti. Quando sono tornata dal terapeuta gli ho detto: «Lei mi ha detto tante cose che sembravano senza senso ma che mi hanno aiutata. E anche se non c’è nessuna logica, quella stramba sepoltura ha funzionato. Mi sento molto più serena, come se mi fossi levata un peso».

Testo pubblicato su Confidenze 41/2018.

Foto: Getty Images

Confidenze