Felice di essere nata

Cuore

“Felice di essere nata” di Roberta Giudetti, è la storia più apprezzata del n. 51 di Confidenze. Ve la riproponiamo sul blog

 

Amo la vita, compresi il dolore e le lacrime. non è stato facile accettare di non sapere chi sono i miei genitori e perché mi hanno abbandonata appena messa al mondo. Ma il mio motto oggi è: non mi piego

Storia vera di Giuseppina Porsi raccolta da Roberta Giudetti

Per le persone come me, il Natale è spesso il periodo più triste dell’anno. Per molti, ma non per me. Sono nata a Lecce nel 1959 da genitori che non ho mai conosciuto. Non solo sono stata abbandonata alla nascita, ma a quindici mesi, vivendo in brefotrofio, mi sono ammalata e ho preso la poliomielite. All’inizio degli anni Sessanta c’era stato un tragico aumento di questa infezione. Mi portarono a Francavilla che avevo 6 anni per ricevere cure più adeguate. Nell’istituto femminile per poliomielitici Santa Caterina, eravamo oltre cento. Ero spaventata, triste, arrabbiata. Mi raccontarono che la prima notte dormii sul pavimento perché avevo paura di cadere dal letto. In brefotrofio avevamo le sbarre ai lettini e mi sentivo sicura. Da quel letto, invece, avrei potuto cadere e farmi ancora più male. Già zoppicavo un po’ e una caduta avrebbe solo peggiorato il mio cammino. Sono cresciuta in quell’istituto, di fronte al mare. Ricordo che ogni vigilia di Natale il dottor Pastore passava a portarci i regali. Io, nonostante tutto, amavo il Natale. Non ero come alcune mie compagne che in quei giorni diventavano ancora più tristi perché erano malate e non potevano trascorrere le feste a casa, in famiglia. Io non avevo una famiglia, ma non piangevo e il Natale, i profumi della festa, le luci, le pecorelle nel presepe, i canti, il ricordare la nascita di Gesù mi mettevano allegria e infondevano pace nel mio cuore. Però non sopportavo il momento dei regali.

«Quello passa a Natale solo per sentirsi più buono» bofonchiavo a denti stretti. «Non li voglio i suoi giocattoli e neanche le cinquecento lire per giocare a tombola».

In verità il dottor Pastore era una gran brava persona, ma io allora ero già una piccola ribelle. Polemica, combattiva e con tanta voglia di rivalsa. I miei genitori non mi avevano voluta, ma io avrei dimostrato al mondo intero che potevo bastare a me stessa. Mentre il dottore distribuiva i regali, me ne stavo nel mio letto e pensavo a cosa avrebbe messo mia madre sotto l’albero quella notte, e per chi. Era una donna ricca?

 

Ero nata da una relazione clandestina, da una passione senza confini? Oppure ero figlia di qualche coppia disgraziata che non poteva permettersi un’altra bocca da sfamare? Mi avevano mai desiderata almeno un attimo della loro vita? Forse durante le feste pensavano a me. Si domandavano come fossi cresciuta e come ero fisicamente. Aveva sofferto mia madre nel mettermi al mondo? L’aveva lacerata il dovermi abbandonare, non riconoscermi? Oppure ero stata solo un incidente di percorso presto accantonato e rimosso? Per ironia della sorte, ero venuta al mondo il 19 marzo, il giorno della festa del papà, ma di mio padre non ho mai saputo nulla: se era alto, magro, basso, intelligente, ingenuo, ricco, povero. Nulla. Di sicuro sapevo soltanto che non mi aveva voluta. Proprio come non mi aveva voluta mia madre.

Queste domande mi affollavano i pensieri. Mentre gli altri si mettevano in coda per ricevere i regali, me ne stavo nella camera a riflettere. Lo facevo sempre, ma durante le feste quelle domande bussavano più forte. Eppure il profumo del brodo di cardone vinceva anche sulle domande più moleste. La mia vita era dura, in istituto mi consideravano una mina vagante, ma in fondo stavo bene. E comunque non permettevo a nessuno di rovinarmi il Natale.

Erano severi con tutte noi, era giusto, ci volevano regole e disciplina per tenerci a bada. Quando ci beccavano a trasgredire, scattava il castigo. La cucina era il luogo in cui più spesso ci mettevano a lavorare per tenerci in riga e io adoravo quel posto. Le cuoche e le inservienti ci viziavano: di nascosto ci davano la ricotta con il caffè e io avrei asciugato trecento piatti e altrettanti bicchieri per assaporare quella delizia. Va da sé che quando c’era da fare casino, ero in prima fila. Mi piaceva essere messa in castigo. In fondo, amavo quel posto. Ce ne stavamo in acqua da giugno a settembre. I pescatori ci regalavano il pesce in esubero e le cuoche ce lo preparavano almeno tre volte alla settimana. Si prendevano cura di noi. Avevo una gamba più corta dell’altra, cosa che mi rendeva claudicante: di conseguenza la mia schiena era un disastro di scoliosi e dolori, ma mi sentivo forte. Ho frequentato le scuole elementari e medie all’interno dell’istituto e le superiori a Pescara. Alla fine del percorso, mi sono diplomata in ragioneria.

A diciannove anni, dopo il diploma, ho dovuto lasciare l’istituto e trasferirmi in una casa famiglia a Chieti. I cambiamenti non mi hanno mai fermata né demoralizzata: sapevo che la vita non era stata particolarmente generosa con me per cui mi sentivo a credito. Prima o poi la sfiga avrebbe dovuto finire, no? Dicono che la fortuna è una ruota che gira per tutti. Stavo aspettando che quella ruota si fermasse anche nel mio giardino.

Nell’85, infatti, ho vinto il concorso alle Poste e mi sono sistemata. Andavo da uno psicoterapeuta, avevo un fidanzato, una casa, una vita normale. Ma non era possibile dire che avevo proprio tutto. Il senso di abbandono è una morsa alla gola che ti prende mentre stai dormendo; un bruciore allo stomaco che ti attanaglia quando meno te lo aspetti; sudore freddo, tachicardia, senso di soffocamento; una fitta al petto e al torace mentre stai guidando in mezzo al traffico; voglia di scappare, di gridare, di fare a pugni se necessario. Si alterna a momenti in cui bastano due note di una canzone di Roberto Vecchioni per piangere in silenzio per ore. In bilico fra rabbia e amarezza. Tra la voglia di spaccare tutto e il desiderio di rannicchiarti per giorni sotto le coperte e non uscire mai. Il senso di abbandono non te lo scolli più di dosso, questa è la verità.

A me non permetteva di percorrere le gallerie. Una volta, guidando, mi sono quasi ammazzata perché di fronte a una galleria all’improvviso ho fatto un’inversione a “u”. Il mio analista in seguito mi ha spiegato che era l’uscita dalla galleria che mi paralizzava. Probabilmente per me simboleggiava l’uscita dall’utero materno, la nascita. Siccome amavo vivere, ho risolto dicendo a me stessa che in fondo si può vivere senza entrare nelle gallerie. C’è sempre un’altra strada da percorrere. C’è sempre un’alternativa. Oltre al senso di abbandono, c’è la curiosità, la smania di sapere chi sei davvero. A volte diventa morbosa, altre ti accarezza piano. A volte ti fa saltare sulla sedia, altre ti lascia attonita con lo sguardo nel vuoto. Mi destreggiavo abilmente fra una sensazione e l’altra, consapevole di essere tutto sommato una persona equilibrata con alcune pecche. Non riuscire a legarmi completamente a un uomo, per esempio, era una di queste. Temevo di essere lasciata, probabilmente; scontato, ma vero. Quando un uomo arrivava a desiderare di presentarmi in famiglia, facevo un passo indietro. Zoppicando oltretutto. Bastare a me stessa era sempre stato il motto che aveva guidato la mia vita e non volevo che cambiasse nulla. Sia economicamente, sia emotivamente.

Quella voce dentro di me, la stessa che hanno nella testa tutte le persone cresciute in orfanotrofio, alla fine mi aveva portata a chiedere aiuto. La mia amica Maria Teresa, per me Maresa, avvocato specializzato in diritto familiare, mi voleva aiutare. Per prima cosa occorreva scrivere alla Procura della Repubblica per poter procedere con alcune ricerche. Negli anni Duemila la legge era cambiata e potevo tentare di ottenere delle informazioni dall’ospedale dove ero nata. Il giorno in cui io e Maresa saremmo dovute partire per Lecce, però, suo figlio subì un grave incidente e lei dovette correre in suo soccorso. Rimandammo la partenza di mesi. Quando fummo nuovamente pronte a partire, ricordo che quel giorno fu indetto uno sciopero dei treni. Era un segno, continuavo a ripetermi.

«Non voglio più partire. Non voglio più sapere niente. Un rifiuto nella vita, un abbandono, è già duro da accettare, due non ce la farei» le dissi. Ma Maresa non era d’accordo. Continuò quella ricerca al mio posto arrivando però sempre a un punto morto.

 

Per avere maggiori informazioni occorreva avviare un’indagine più approfondita, assumere un investigatore privato, ma io non avevo i soldi per pagarlo e comunque non volevo più sapere nulla di chi mi aveva messa al mondo e gettata via.

Maresa, non contenta, inviò tutta la mia documentazione alla redazione di “C’è posta per te”, la trasmissione di Maria De Filippi. Ma anche lì non riuscirono ad arrivare a informazioni certe. Era chiaro che i miei genitori avevano fortemente voluto occultare qualsiasi prova e traccia della mia nascita. Se dopo tanti anni non avevano mai provato a cercarmi nemmeno una volta, significava che dovevano considerarmi un errore.

Dovevo mettermi il cuore in pace. Non mi importava più capire se ero nata da un gesto d’amore o da uno sbaglio. Ero nata ed ero grata di essere al mondo. Lo ero sempre stata, sin da bambina. Amavo la vita e tutto quello che poteva offrire. Compreso il sudore, le lacrime e il dolore. Amavo ogni profumo, suono e colore. La mia vita è ricca. A 50 anni, appassionata di musica da sempre, ho deciso di imparare a suonare il pianoforte e mi sono messa a studiare. Da un po’ di tempo mi sono anche unita alla “Sconvolts Pescara”, squadra di hockey su carrozzina elettrica. I miei compagni soffrono di distrofia muscolare, io sono quella che sta meglio. A volte, quando ci scontriamo sulle carrozzine mentre tiriamo come matti per riuscire a portare a casa un punto, a uno di loro salta il respiratore e sono davvero casini. Eppure non si arrendono. La squadra è composta da cinque elementi, maschi e femmine e i ruoli sono dettati dalle possibilità che il nostro fisico ci impone. Quest’anno ci alleniamo nel palazzetto di Montesilvano. Per tutti noi, questo sport è vitale, una fantastica valvola di sfogo, ma purtroppo per mancanza di fondi non siamo riusciti a iscriverci al campionato. Abbiamo sempre bisogno di qualcuno che ci segua, non è facile. Noi comunque andiamo avanti, non ci fermiamo. I miei compagni di squadra mi dicono che io, in fondo, non ho nessun handicap, che sono una donna fortunata. Dal loro punto di vista è vero. La malattia si è stabilizzata: porto solo un tutore alla gamba sinistra e un plantare speciale al piede destro.

 

Conduco una vita normale e sì, in confronto a loro sono una persona fortunata. In questi anni ho imparato che tutto è relativo e che il male peggiore è sempre quello di piangersi addosso. Il mio motto è: non mi piego. La vita poi ci riserva sempre qualche sorpresa, nel bene e nel male, e noi dobbiamo essere pronti ad accoglierla. Qualche anno fa, in posta, ho conosciuto Ugo e Giovanna, una tenerissima coppia che veniva a ritirare la pensione. Non so perché ma, quasi da subito, mi è venuto spontaneo chiamarli papà Ugo e mamma Giovanna. Quando Giovanna è stata ricoverata, hanno scoperto che aveva un tumore diffuso ovunque; Ugo ha avuto un ictus. Erano entrambi ricoverati nel medesimo ospedale e io andavo a trovarli tutti i pomeriggi dopo il lavoro. Nel reparto credevano fossero i miei genitori. Quando Giovanna è morta, non mi hanno permesso di dirlo a Ugo perché le sue condizioni sarebbero peggiorate. Mi sono occupata io di tutto e quando il dottore ha detto chiaramente, dopo il secondo ictus, che era meglio pensare a un ricovero per papà Ugo, ho preso la situazione in mano. Se quelli dovevano essere gli ultimi giorni della sua vita, li avrebbe trascorsi a casa sua. Era dicembre e non avrei permesso che quell’uomo passasse il Natale da solo in un ospizio.

 

Abbiamo vissuto insieme per qualche anno. Lui è stato e sempre sarà il mio papà Ugo. Dopo il terzo ictus non è più stato autonomo. Ci siamo presi cura l’una dell’altro e siamo stati una famiglia. La settimana scorsa papà ha smesso di soffrire. Avrei voluto un altro Natale insieme, ma credo che desiderasse passarlo con la sua Giovanna.

Nonostante questo immenso dolore, probabilmente il pranzo di Natale si farà qui, a casa nostra. Mi piace cucinare per la mia famiglia, sono piena di nipoti e per tutti io sono zia Pina. Alla nostra tavola natalizia non mancherà il classico brodo preparato con il cardone, il timballo teramano di scrippelle e poi il lesso.Sicuramente qualche amica porterà i caggiunitt (dolcetti ripieni di marmellata) e non mancherà il panettone, che mi piace un sacco, e un buon bicchiere di vino.

Il regalo che questo Natale voglio lasciare sotto l’albero è la mia storia. E questa riflessione: la vita vale sempre la pena di essere vissuta anche quando continua a metterti i bastoni tra le ruote. È troppo bella per gettarla via. Basta guardarsi attorno per scoprire che, anche quando la fortuna non ti degna da troppo tempo, qualcosa di bello può sempre accadere. Sono felice di vivere e di essere nata. Ho cercato di sapere chi fossi davvero e chi mi avesse messa al mondo per comprendere meglio come ero fatta. Non funziona sempre così: siamo la somma delle nostre scelte, le famiglie che scegliamo.

Gli anni in istituto, la casa famiglia, gli amici, i colleghi, i miei compagni di squadra, i medici che mi hanno seguita e mi seguono, i miei insegnanti di pianoforte e di fotografia, papà Ugo e mamma Giovanna: tutto questo mi ha fatto capire che sapere chi sono i tuoi genitori è importante, ma non indispensabile. Mi ha insegnato che il legame che unisce la tua vera famiglia non è il sangue, ma il rispetto. Per essere felici è questo che conta. La famiglia è il luogo della pace, del confronto, del dolore, della gioia e io tutto questo ce l’ho. In fondo, l’ho sempre avuto.

 

 

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