Gentilezze sotto l’albero

Cuore

Gentilezze sotto l’albero, pubblicata sul n. 3 di Confidenze, è la storia più votata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog. Continuate a votare sulla nostra pagina Faceboook

 

Quando arrivano le feste sento più forte la solitudine e mi manca mio figlio che vive lontano da me. Però non mi chiudo in me stesso e mantengo il cuore aperto verso gli altri. Un’attitudine che questa volta mi ha ripagato oltre ogni previsione

Storia vera di Enrico R. raccolta da Simona Maria Corvese

 

In questo periodo dell’anno la malinconia si fa sentire più forte. Lavoro in una casa di riposo per anziani come assistente dell’amministratore delegato. L’ambiente è piccolo e mi occupo di molte cose. Tutti gli anni, a dicembre, organizzo la festa di Natale. Così eccomi qui, in un’uggiosa domenica invernale tra i parenti dei nostri ospiti. Tutti sembrano felici e molti anziani che risiedono in questa villetta nella campagna della bassa bergamasca sono consapevoli che questa sarà l’unica occasione di festeggiare il Natale con i loro figli e nipoti. Solo pochi di loro torneranno il 25 dicembre a far visita. Oggi, invece, sono tutti qui a festeggiare. Ho scambiato parole di circostanza con molte persone. Terminata la cena, i familiari si accingono a salutare i genitori e a far ritorno a casa. In pochi minuti la gioia di quelle ore lascia il posto a una silenziosa malinconia.

Capisco bene il senso di solitudine che provano questi anziani perché, a dispetto dei miei 45 anni, lo provo anch’io. Mi sono sposato giovanissimo e ho un figlio che ha già 20 anni. È stato un tremendo errore. Non il figlio, ma il matrimonio. La mia ex moglie è tedesca e, quando abbiamo divorziato, mio figlio, che all’epoca aveva 10 anni, ha voluto seguire la madre. Mi è mancato moltissimo perché mi sono perso molte cose della sua crescita. Quando tornava in Italia per trascorrere le vacanze estive con me mi sembrava che fossero passati anni, non mesi. Non era più lo stesso ragazzino che ero andato a trovare a Monaco di Baviera per Natale. Mi mancano anche le feste della sua infanzia, quando viveva ancora con me. Mi manca il calore di quei giorni.

Ora Matteo frequenta l’università e ha una fidanzata. Ha sempre meno tempo per me. Quest’anno è molto impegnato e non verrà in Italia per le feste. Andrò io da lui qualche giorno a gennaio, dopo che avrà sostenuto gli esami che sta preparando, ma il Natale lo trascorrerò da solo. Non ci sarà neppure la mia migliore amica. È in un ospedale di lunga degenza per le terapie di riabilitazione dopo l’operazione che ha subito all’anca. Andrò a trovarla la mattina di Capodanno e trascorrerò un po’ di tempo con lei.

Prendo le chiavi dell’auto e mi avvio verso il parcheggio. La pioggia del pomeriggio si è trasformata in nevischio e ha lasciato uno strato sottile sull’asfalto e sulle auto. C’è un freddo pungente.

Tolgo lo strato di nevischio che si è posato sui vetri dell’auto e vedo riflessa la mia immagine: avvolto nel mio cappotto di panno blu, con il berretto dello stesso colore, sembro un lupo di mare. La mia statura poi, incute un certo timore.

Scaldo il motore e mi avvio verso casa, sulla strada statale che costeggia diversi paesi della bassa bergamasca.

Vicino alla fermata di una linea di autobus, vedo una donna con due bambine. Lei indossa un parka nero imbottito, le due bambine giacche imbottite fucsia con guanti, sciarpa e cappello. Hanno tutt’e tre l’ombrello aperto sotto il fitto nevischio che scende di sbieco e hanno l’aria di chi sta patendo il freddo.

Ho la sensazione che siano in difficoltà e probabilmente non sanno che l’autobus che stanno attendendo non arriverà.

Rallento, accosto vicino alla pensilina dell’autobus e scendo dall’auto.

«Posso essere d’aiuto?» chiedo con fare rassicurante.

La donna è guardinga e sta un po’ sulle sue. «No, grazie. Stiamo aspettando l’autobus da mezz’ora. È un po’ in ritardo, ma arriverà da un minuto all’altro» mi spiega tradendo un certo nervosismo e una qualche diffidenza nei miei confronti.

Reazione perfettamente comprensibile.

So che effetto fa il mio aspetto imponente. Non incuto timore, ma istintivamente le persone si relazionano con cautela con me quando non mi conoscono.

«Mi sono permesso di fermarmi perché questa linea privata è stata soppressa di domenica, da oltre un anno» le spiego con gentilezza.

Per rassicurarla che sono una persona seria e bene intenzionata, le consegno il mio biglietto da visita, dove c’è scritto l’indirizzo della casa di riposo per la quale lavoro e il mio ruolo. Mi offro di accompagnarle a casa.

Lei accetta e sale in macchina con le bambine.

«La ringrazio» mi dice. «Siamo andate da mia madre sabato per passare il weekend con lei e aiutarla ad addobbare la casa per il Natale. Non prendiamo mai i mezzi pubblici, ma ho la macchina a riparare dal meccanico. È stata colpa mia: non ho verificato se il servizio era in funzione anche la domenica».

Dai racconti della donna scopro che abita in un paese vicino al mio.

«Questo è l’ultimo Natale che mia madre passa a casa. È molto anziana e le sue condizioni non le consentono più di vivere da sola. Stiamo cercando una casa di riposo ma le liste di attesa sono lunghe». Alessia è un’impiegata ed è separata da due anni. Durante il giorno non può occuparsi della madre. Ha già provato ad avvalersi della collaborazione di badanti, ma in un paese non è così facile trovarne di qualificate come in una grande città.

«Come ha visto, io lavoro in una casa di riposo. Le liste di attesa sono lunghe, ma potrebbe provare la soluzione del centro diurno mentre attende che si liberi un posto» le spiego. «Ne parli con sua madre e poi mi contatti per un colloquio, se gradite questa soluzione temporanea».

Vedo il volto di Alessia illuminarsi. È ancora più bella quando sorride.

Le bambine s’intromettono nella nostra conversazione e mi raccontano come hanno addobbato l’albero della nonna e quali regali hanno chiesto a Babbo Natale scrivendo le loro letterine con l’aiuto della nonna. Sono deliziose e mi fanno sentire ancora di più la mancanza di mio figlio e del periodo della sua infanzia, quando eravamo ancora tutti e tre una famiglia.

 

 

Arrivati davanti alla porta di casa di Alessia, lei mi ringrazia e scende dall’auto con le figlie. Le imito e ci ritroviamo vicino alla macchina. Mi rendo conto che non vorrei porre fine alla conversazione. Mi è piaciuto il suo modo di fare gentile e noto che anche lei sembra temporeggiare.

«Grazie per la dritta che mi ha dato. In effetti la soluzione del centro diurno sarebbe ottima finché non si libera un posto in una casa di riposo. Non sapevo che voi offriste anche questo tipo di servizio. Ne parlerò con mia madre e poi le telefoneremo per un appuntamento».

Sto per rientrare in auto, ma lei mi trattiene riprendendo a parlare. «Sono rare le persone come lei ancora capaci di gentilezze. Le auguro che l’attenzione che oggi ha avuto per me e per le mie figlie possa tornarle indietro».

«Anche lei è una persona gentile, Alessia» le rispondo incapace di aggiungere altro. La sua presenza mi ha in qualche modo confortato e fatto sentire felice come non mi accade da anni. Ci salutiamo e, quando mi avvio, noto nello specchietto retrovisore che Alessia e le bambine mi stanno ancora salutando con la mano. Provo di nuovo una confortante sensazione di calore.

 

 

Qualche giorno dopo ricevo la telefonata di Alessia e fissiamo un appuntamento al quale arriva con la madre. Sono felice di rivederla e anche lei sembra contenta di rivedere me. Accompagno le due donne nella visita della casa di riposo e noto che le iniziali riserve di nonna Lea cadono in breve tempo. L’anziana signora mostra simpatia nei miei confronti e capisce, senza più fare resistenze, che l’ipotesi del soggiorno diurno può essere la soluzione che mette d’accordo tutti.

La nostra struttura è situata nel paese vicino a quello dove abita la figlia e questo significa che, anche quando dovesse liberarsi un posto per la residenza interna, non avrà problemi nel continuare a ricevere visite frequenti da Alessia e dalle sue nipotine.

Subito dopo Natale, nonna Lea diventa una nostra ospite diurna. Durante le pause pranzo vado a trovarla per assicurarmi che si trovi a suo agio. L’ho promesso ad Alessia e sono un uomo di parola.

«Lei è un bravo giovanotto, Enrico. Come mai è solo?» mi chiede a bruciapelo un giorno con la schiettezza che gli anziani spesso hanno verso i giovani.

Sono seduto accanto a lei al tavolo della mensa per gli ospiti autosufficienti.

«È una storia un po’ lunga, comunque ho un matrimonio alle spalle. Non è facile ricominciare a 40 anni. Non si ha lo stesso entusiasmo del passato nel costruirsi una famiglia» le spiego. Volto lo sguardo verso l’albero di Natale nell’angolo del locale, carico di palle colorate e di luci. Mi sento imbarazzato e il calore delle luminarie e dei colori degli addobbi mi rasserena.

«Anche mia figlia è divorziata. Ha passato un periodo non facile prima di superare il fallimento del matrimonio» mi risponde nonna Lea, studiando le mie reazioni.

Sento di potermi fidare di quella donna e le racconto la mia storia.

«Quindi trascorrerà Capodanno da solo a casa sua, se ho capito bene» esclama esterrefatta la donna. A suo dire, sono un uomo giovane, affascinante e non si capacita di come possa trovarmi in quella situazione di solitudine.

«Sì, ma dopo le feste andrò a trovare mio figlio. Il primo dell’anno, invece, voglio passare a trovare una mia amica che è in ospedale. Il nostro solito gruppo è in montagna e non me la sento di lasciarla qui da sola» mi giustifico giocherellando nervosamente con una forchetta.

«Capisco» dice nonna Lea mentre sembra pensare qualcosa. «A Capodanno sarò a casa. Cucinerò probabilmente l’ultimo pranzo tra le mie mura. Alessia e le mie nipotine staranno con me tutto il giorno e mi piacerebbe avere anche lei come ospite. Cosa ne pensa?» mi chiede guardandomi diritta negli occhi. La possibilità di trascorrere del tempo con Alessia mi fa contento. Può essere l’occasione che aspettavo per avvicinarmi a lei. Da quando sua madre si è unita alla nostra comunità, la vedo regolarmente quando la porta al mattino e viene a riprenderla la sera, ma è sempre di fretta. Scambiamo spesso qualche parola e io la relaziono sulla madre. La rassicuro sul fatto che si è integrata nell’ambiente, che ha fatto amicizia con gli anziani con i quali gioca a carte. A parte questo rapido scambio di parole, e anche se percepisco un’attrazione reciproca, la nostra conoscenza non ha ancora avuto modo di progredire. Probabilmente nonna Lea ha intuito il mio interesse nei confronti della figlia e mostra un’espressione molto soddisfatta quando accetto il suo invito.

 

 

L’idea di andare a trovare la mia amica in ospedale la mattina di Capodanno si rivela una spinta ulteriore alla mia decisione: anche lei mi esorta a coltivare l’amicizia con Alessia. Passo una bella giornata a casa di nonna Lea e gioco con le bambine. Nel pomeriggio, mentre tutti sono seduti davanti alla televisione, esco in giardino a fumare una sigaretta. Alessia mi raggiunge.

«Tutto bene?» mi chiede.

Tiro una boccata dalla sigaretta e annuisco, lo sguardo rivolto verso il giardino al tramonto.

«La campagna lombarda ha un fascino particolare in inverno, mi ricorda quella inglese» suggerisce lei seguendo il mio sguardo. «Quando ero bambina mi aspettavo di veder comparire da un momento all’altro un lord a cavallo».

Sorrido. Non avevo dubbi che fosse una persona romantica. La guardo.

«Ho avuto anch’io una bella infanzia, ma ricordare  le feste con i miei genitori mi fa sentire ancora più forte il senso di mancanza. Quando loro non ci sono più, ci sono i figli che ti tengono attaccato al presente. Ma poi prendono la loro strada ed è come non avere più radici».

«Ho perso mio padre molti anni fa. Se n’è andato sereno perché mi sapeva sposata» mi confida. «Sono contenta che non abbia visto com’è finita. Sono fortunata ad avere ancora mia madre e le mie figlie piccole. Avranno bisogno di me per anni, ma capisco cosa provi, Enrico».

Alessia mi guarda con comprensione e mi accarezza il volto. Mi sento incoraggiato da quel gesto e, pervaso da un senso di tenerezza, la bacio. Lei ha un’espressione dolce e mi getta le braccia al collo.

In quel momento ho la precisa sensazione che il mio atto di gentilezza è stato ricambiato con qualcosa di molto più grande: la promessa di un nuovo amore.

 

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