Guarda l’alba

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia vera più apprezzata del n. 33 di Confidenze: Guarda l’alba di Roberta Giudetti

 

Me lo diceva mio PADRE, quando ero BAMBINA. Ogni estate, al MARE, ci alzavamo PRESTO per andare in spiaggia. Gli DESCRIVEVO la linea dell’ORIZZONTE che andava schiarendo, il BUIO che lasciava posto alla LUCE. Tutto quello che lui non poteva VEDERE. Ero i suoi OCCHI 

Storia vera di Roberta Giudetti

 

Nulla mi calma quanto fissare le onde del mare che si infrangono sulla battigia. Nulla mi dona serenità quanto ascoltare il mare. Il suo profumo all’alba o al tramonto. Se ci fate caso, non è lo stesso delle cinque di pomeriggio. Da bambina credevo che il profumo del mare fosse quello della crema solare. Finché un giorno mio padre mi disse: «Domattina ti porto a vedere l’alba al mare».
Mio padre amava condividere momenti speciali con me. Ero la sua terza figlia, arrivata quando ormai non se lo aspettavano più. Figlia della menopausa, aveva scherzato il ginecologo. Le mie sorelle, Donatella e Carola, erano più grandi di me, oltre dieci anni di differenza. Ero persino già zia. Mia sorella aveva una figlia, Irene, e fra me e lei c’erano meno anni che fra me e le mie sorelle.
Ogni estate, da quando avevo 10 anni, trascorrevo due settimane al mare con il mio papà sull’Adriatico. Lo preferiva perché sulla spiaggia sabbiosa aveva meno difficoltà a camminare. Mio padre era completamente cieco. Sottolineo completamente perché quando lo accompagnavo alla Casa dei Ciechi c’erano anche gli ipovedenti. Aveva perso la vista a 20 anni, durante il servizio militare. In seguito all’esplosione di una granata, una scheggia di legno gli si era conficcata in un occhio. Non c’era stato niente da fare, all’ospedale militare non erano riusciti a salvarglielo. Nel giro di pochissimo, “per simpatia”, aveva perso anche l’uso dell’altro occhio.
In un colpo, era svanita la sua giovinezza.
Era diventato quarantasette chili di uomo. Lo avevano mandato a Civate, insieme ai ciechi civili e di guerra. Lì, in preda a una profonda depressione, aveva conosciuto Zilio. Più grande di lui, gli aveva teso la mano e lo aveva aiutato ad affrontare, giorno per giorno, tutte le difficoltà. Gli aveva insegnato a leggere e scrivere in Braille. Gli aveva mostrato come servirsi del bastoncino, come usare le mani per riconoscere i pericoli o le cose belle. Lo aveva accompagnato nell’uso dell’udito.
Poco alla volta, mio padre, che allora era solo un giovanissimo ragazzo disperato a cui il mondo era crollato addosso, aveva riacquistato fiducia in se stesso e nella vita.
Era il più giovane, il piccolo di casa, aveva quattro fratelli e due sorelle che lo adoravano e una madre che aveva saputo reagire a quella tragedia cercando di infondergli coraggio. Così mio padre, Francesco, che tutti chiamavano Franco, finita la guerra, quando si sentì pronto, tornò a Milano, rientrò a casa e iniziò la sua nuova vita. Tutti lo chiamavano “il grande invalido”.
Ufficialmente fu il primo centralinista non vedente della sua città.

Conobbe mia madre al telefono. Le aveva dedicato una canzone da parte del suo amico Carletto. “Bruna lasciati amare da me. Bruna tutto il mio cuore è per te”. Siccome aveva una bellissima voce, spesso gli amici gli chiedevano di cantare. Certo, quella volta non andò come il Carletto aveva previsto. Mia madre si era perdutamente innamorata di quella voce. E poi di lui.
Accettò l’invito a uscire un pomeriggio con Carlo, ma chiese il favore di poter conoscere anche l’amico che possedeva una voce così bella.
Scoprire che fosse cieco, non l’aveva affatto turbata: per lei fu un colpo di fulmine.
Si sposarono due anni dopo. Nonostante fossero tempi ancora difficili, era il 1948, fecero persino un breve viaggio di nozze a Santa Margherita Ligure. Mio padre aveva sempre adorato il mare. Originario di Taranto, aveva il mare nel sangue. Non sopportava l’idea che non lo avrebbe visto mai più.
Però poteva ancora nuotare. Si toglieva gli occhiali, li affidava a mia madre, o a chi lo aveva accompagnato in acqua, si tuffava deciso e poi via a stile libero o a dorso. Ricordo che, da bambina, quando andava troppo al largo mi spaventavo. Restavo con l’acqua alle ginocchia e lo osservavo allontanarsi all’orizzonte. Allora mi inoltravo passo dopo passo, fino a quando l’acqua mi arrivava all’ombelico. Lo vedevo sdraiarsi a pelo con le braccia aperte, spalancate, sotto il cielo. Se ne stava lì, immobile. Un giorno mi disse che nuotare lo faceva sentire libero. Era il suo modo per riprendersi il mare, ma soprattutto, per pochi attimi, la vita. Poi lo chiamavo, lui puntava in direzione della mia voce e tornava da me. Io sorridevo felice, gli stringevo la mano e uscivamo insieme.
Adoravo mio padre. Lui era andato in pensione presto, a 60 anni, e per questo poteva trascorrere così tanto tempo con me.

Amava il cinema e il teatro e da non vedente aveva diritto all’ingresso gratuito per lui e per il suo accompagnatore. Mia madre aveva sempre qualcosa da fare a casa, e poi c’era la piccola Irene da accudire, e quindi ci andavo io con mio padre al cinema.
È in quei giorni che è nata la mia passione per la settima arte. Sono stata la principessa Leila, Miss Marple e persino il fratello sopravvissuto di “Gente comune”. Quanto avevamo pianto guardando “L’ultima neve di primavera” e quanto avevamo riso con “Amici miei”. Ma il suo grande amore era il bel canto, la musica lirica e il Teatro alla Scala. Sono stata Mimì e Violetta, Carmen e Tosca.
Come spesso amo dire, mia madre mi ha insegnato senso pratico e razionalità, mio padre invece a camminare con la testa fra le nuvole. A lui la bellezza mancava come l’aria. Poteva toccarla, ma non poteva nutrirsene con uno sguardo. Mi diceva che aveva accettato la sua disgrazia, ma non si sarebbe mai completamente rassegnato. Quando il suo amico Angelo fu sottoposto a uno dei primi interventi per la riparazione del nervo ottico e tornò parzialmente a vedere, per qualche tempo si illuse fosse possibile anche per lui. Ma dopo la prima visita, gli tolsero ogni speranza.
«Forse è meglio così» aveva commentato. «Hanno detto a Angelino che potrebbe essere solo un recupero temporaneo. Vivrei con la paura di perderla di nuovo. Ormai il buio è come un amico».
Ma non era affatto così. Mio padre soffriva moltissimo di non poter essere indipendente, soprattutto da quando era morta Zenta, il suo cane guida. Non era riuscito a prenderne un altro perché perderlo lo aveva fatto soffrire troppo.
Invece gli diedero l’accompagnamento: ragazzi che svolgevano il servizio militare e per un anno erano a sua disposizione. Li trattava come figli, c’era la fila per poter fare l’accompagnatore del grande invalido Francesco Giudetti.

Io ero ormai una donna, non potevo più andare ovunque con lui. Avevo l’università, gli amici, un fidanzato. Però mia nipote era cresciuta per cui mia madre aveva ricominciato ad accompagnarlo. Alla Scala e persino al mare in estate.
Quando mi sono sposata, mio padre ha voluto che fosse tutto perfetto: il vestito, i fiori, il ristorante e il viaggio di nozze a Parigi. Quando è nato il mio Jacopo era il 1997 e mio padre aveva 80 anni. Ebbe un primo ictus, ma nessuno se ne accorse. Quell’estate si era impuntato che avrebbe voluto andare al mare. Erano due anni che mia madre, cardiopatica, preferiva andare al fresco, in montagna. Quell’estate mio padre fece quasi i capricci. Mi chiese persino di lasciare mio marito e mio figlio per qualche giorno.
«Andiamo nel nostro albergo, te lo ricordi? E poi ti porto a vedere l’alba. Te la ricordi l’alba al mare?».
«Ma come faccio, pa’? Non posso lasciare mio figlio, lo sto ancora allattando. Ma cos’hai?».
«Pagherei per fare un’ultima nuotata nel mio mare».
«Sai cosa facciamo? L’anno prossimo che Jacopo avrà un anno e mezzo, ce ne andiamo noi tre nel nostro albergo, a giugno. Che ne dici?».
Mio padre non ha mai fatto quell’ultima nuotata. Un secondo ictus, nel mese di settembre, gli ha fatto perdere ulteriormente l’orientamento e lo ha reso ancora più dipendente da noi. Della sua condizione, odiava questo più di ogni altra cosa: dover dipendere dagli altri.
Si è lasciato morire. Non ha più mangiato finché il cuore ha ceduto. Gli portavo gli omogeneizzati di mio figlio per invogliarlo a mettere qualcosa nello stomaco, ma li assaggiava appena. Non cantava più. Dormiva sempre. Diceva che in sogno finalmente ritornava a vedere. Ero sicura che avrebbe lottato, che si sarebbe ripreso. Lui era il mio eroe, l’uomo che aveva sfidato il buio e aveva vinto.
Il giorno che è morto avrei voluto passare da casa a vedere come stava, ma ero tanto stanca e sono corsa dal mio piccolo. Ancora oggi non riesco a perdonarmelo. Il medico di famiglia, un giovane che era stato suo accompagnatore, mi disse al telefono che se ne era andato in un attimo, senza soffrire. Mia madre aveva chiamato l’ambulanza, ma non c’era stato nulla da fare. Non ho mai provato un dolore così lacerante. Per mesi e mesi.

Ancora oggi, che sono trascorsi vent’anni, quando vado al mare, il primo tuffo è per lui. Faccio in modo di andarci ogni estate e di vedere l’alba. Anche se un’alba come quella che ho visto con mio padre, non c’è più stata.
«Mi dici cosa vedi?».
«Niente pa’… Non sono neanche le cinque, è ancora buio».
«Mangiamoci un panino allora. E ora? Cosa vedi?».
«Niente pa’… Non c’è niente».
Poi il buio si era fatto più chiaro. Iniziavo a distinguere all’orizzonte la linea che separava il cielo dall’acqua.
All’improvviso dal mare, raggi bianchi e arancioni avevano squarciato il buio e, come spuntato dall’acqua, era apparso il sole. Il cielo era una tavolozza di colori mai visti prima. Il cuore mi era rotolato via. Avevo descritto quello che vedevo a mio padre, lui mi teneva la mano sulla spalla come faceva sempre. Le lacrime gli rigavano il viso, sotto gli occhiali scuri.
Poi aveva sussurrato: «Vissi nel buio profondo di un’interminabile notte polare. Cercando, sognando l’aurora boreale». Eravamo tornati in albergo cantando. Porto ancora con me tutto l’amore che ho respirato quella mattina. La sua dignità, il suo grande attaccamento alla vita, la sua resilienza sono per me modello e monito. Mi mancherà per sempre.

 

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