I temporali di Chopin

Cuore

I temporali di Chopin di Annalucia Lomunno, pubblicata sul n. 21 di Confidenze, è una delle storie vere apprezzate dalle lettrici questa settimana sulla nostra pagina Facebook. Ve la riproponiamo sul blog

 

Era difficile capire la tempesta che si era scatenata su di me. Mai avrei immaginato che Serena all’improvviso potesse lasciarmi. Ma la sua assenza sarebbe diventata preludio d’altro

STORIA VERA DI GIULIO M. RACCOLTA DA ANNNALUCIA LOMUNNO

 

Quando ci siamo incontrati, io e Serena, mi sono chiesto immediatamente quanto fosse giusto o sbagliato che io fossi lì, in quella precisa aula universitaria, annoiato, spaventato, sempre meno convinto delle mie scelte, tutte quante. Fuori pioveva a dirotto, benché non fosse più inverno da un pezzo, e io stentavo. E detestavo le lezioni, e pensavo di andarmene, di prendere il primo treno. Immaginavo di cambiare, di scappare in verità. Non riuscivo a mantenere salda la concentrazione, affondavo, detestavo sufficientemente il prof in cattedra, ed ero terrorizzato alla sola idea di ammettere una sconfitta, un matematico disinteresse per le materie umanistiche, per il mio stesso futuro, e per qualsiasi anche imprecisa o nebulosa prospettiva. Serena era lì, di fianco, per la prima volta, ed era arrivata come quella pioggia, improvvisamente. Quasi a sconvolgere uno scenario piuttosto sigillato e soffocante. «Chopin avrebbe scelto solo il pianoforte, mentre Beethoven avrebbe avuto bisogno dei suoi preziosi timpani» mi disse così, di colpo. Non conoscendomi, e lasciandomi senza parole, del tutto impreparato. «Strepitoso temporale» aggiungeva pure, con tutta la sobrietà e la credibilità possibili, «affascinante l’idea che una cosa normale, sottovalutabile, sia sempre stata raccontata in tanti modi diversi, e che abbia ogni volta colpito l’immaginazione di un compositore».

Io le sorridevo, annuivo, già folgorato, ma completamente incapace di dare un seguito credibile a quella conversazione inaspettata, insidiosa, bellissima. Lei era uno schianto, con il suo blazer nero e le perle intrecciate sul collo, e le scarpe colorate, e quel sorriso divertente e quegli occhi romanzeschi, e quelle cose che aveva da dire, improvvisamente folgoranti, e tutti quei contrasti addosso degni di un’intera orchestra.
Lei era lì, come me. E sembrava disperatamente determinata a reinventarsi il tempo, il momento. A trovare pretesti, osservazioni e riflessioni che ci portassero altrove, sotto la pioggia scrosciante magari. La lezione di storia contemporanea sembrava già meno straziante del solito, e io continuavo a sorriderle, imponendole il mio nome sottovoce. E poi ho aggiunto che mi sembrava che ci fossimo già visti, e che non dicevo le solite cose. E che doveva darsi, e che benché quel copione pareva piuttosto banale e prevedibile, l’avrei stupita di sicuro. Serena. Ricordo come se fosse ieri, quel nostro primo incontro: Facoltà di Lettere e Filosofia, Aula magna, terzo piano, un oceano di scale da fare, di corridoi infiniti, di attese, e di volti che avrei dimenticato. E lei, un grande amore che inaspettato, era arrivato a destabilizzare l’asse terrestre. «Secondo me tu ti affideresti esclusivamente al pianoforte» aveva ripreso lei, come se le mie parole fossero state appena importanti.

«Ti sembro già così prevedibile?» avevo replica- to io, giusto per non essere annientato dalla sua verve fuori misura. Ma lei in realtà, aveva solo risposte dolcissime e sorprendenti, eccitanti. «Giulio, il preludio della pioggia spesso affascina più del temporale stesso, e tu sei uno tutto razionalità e piedi per terra, e insospettabile eleganza, e passione, sì, passione» aveva dichiarato lei, come se stabilisse una sentenza, la mia. E poi, da quel preciso, indimenticabile istante, tutto era stato facile. Baciarsi, fare l’amore, stare insieme, vivere il mondo come una s da, allinearsi, programmare, improvvisare. Laurearsi insieme, scegliere i libri, la vita, la casa, gli argomenti, i tormenti. Condividere ogni spazio, ogni pensiero, ogni progetto. E stringersi, e stupirsi ogni giorno, come quel primo giorno in cui avevamo fatto sesso in biblioteca, nascosti tra gli scaffali più polverosi, sperando che nessuno potesse scoprirci. Mai avrei immaginato che una come lei, sempre improvvisamente, e senza un’evidente ragione, potesse lasciarmi. Mai. Che mi dicesse che non le piaceva fare sul serio, che non mi voleva più, che aveva voglia di partire, di non vedermi per un po’, di ricominciare tutto da sola.

Era difficile capire cosa stesse succedendo. Eravamo in cucina, la nostra. E sembrava un giorno come tanti, io leggevo ed ero pronto a raccontarle della mia giornata a scuola, delle mie prime prove da insegnante di storia, dei miei alunni, di come fosse rinnovato il mio entusiasmo, di quanto ci tenessi a brillare, a non deluderla. Lei sembrava completamente presa dalle macchie di caffè planate punitive su un cuscino. Ogni particolare era normale, e quasi consolante. E invece no. Lei era già pronta a sparire, ad andarsene. E io non riuscivo nemmeno a reagire, a fermarla, a replicare. Non avevo mai pianto così, piegato sul tavolo. Serena allora aveva inaugurato un monologo strano, straziante. «Io ti amerò sempre, ma ho bisogno della mia vita, ho bisogno di sentirmi libera. La mia passione per te mi rende troppo dipendente. Ho un continuo bisogno di stare con te, e questo mi fa paura. Voglio lasciarmi travolgere da nuove tentazioni». Tentazioni, sì. Il nostro legame le faceva paura come se fosse un pugnale puntato alla gola e la tentazione più grande era stata quella di fuggire. Non le credevo, o forse le credevo troppo. Di lei mi davo, sapevo che non mi aveva tradito, che non c’era un altro, che non avevo rivali e che mai avrei potuto dimenticarla. Ma intanto la nostra storia finiva così, e paradossalmente quel giorno pioveva, come se in fondo tutto fosse predestinato da tempo. Per la seconda volta mi chiedevo, quanto fosse giusto che io fossi lì, che vivessi così male la sua verità, che non riuscissi a distanziarmi dalle sue ragioni, o a solennizzare sulle mie. Mi sembrava tutto sbagliato, tutto quanto. E sapevo solo che dovevo lasciarla andare, e in fretta, e che dovevo farmene una ragione. Le chiesi di lasciarmi, come se volessi preservare da quella stessa catastrofe il suo vinile preferito, quei preludi di Chopin a cui non avrei mai rinunciato.

Dopo un paio di anni, io lavoravo stabilmente, sempre più convinto della mia professione di insegnante. Di lei non sapevo più nulla, Serena era scomparsa come aveva promesso. Ma un giorno, la mia segretissima e inestirpabile ossessione mi avrebbe nuovamente scovato e stupito. La rivedevo, proprio nella mia scuola, convocata per una supplenza, per un incarico breve, per quella precisa fatalità che mi scioglieva le ossa, che sollevava il cuore.

«Dove diavolo sei stata?» le domandavo fissandola, e spogliandola con gli occhi.
«In giro per il mondo, strattonata dalle scelte più sbagliate» rispondeva lei tristissima, forte, seducente. Serena era più bella di prima, e sembrava quasi che non ci fossimo mai lasciati. E proprio come in quel nostro primo giorno, avremmo fatto l’amore ancora, lontani dalle paure peggiori, tentati esclusivamente da noi stessi.

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