Il cappotto Brique

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia più votata della settimana sulla pagina Facebook: Il cappotto Brique, pubblicata sul n. 14 di Confidenze. Nello stesso numero apprezzata anche La casa con le persiane blu di cui potete ascoltare il Podcast 

 

«Ma quello è mio!». La voce squillante di una donna seduta davanti a me in metropolitana cattura la mia attenzione. Sta parlando del paltò che indosso e, poco dopo, scopriamo qual è il filo che ci lega. Ed è l’inizio di una rinascita

STORIA VERA DI ADELAIDE F. RACCOLTA DA ANNA BALTIA DELFINI

 

Era cominciata con una semplice domanda: ”Ha le tasche?”. Su consiglio di un’amica avevo scaricato un’applicazione per la vendita dell’usato e stavo chattando con la proprietaria di un bellissimo cappotto. Sono sempre stata una patita di moda vintage, ma avendo una corporatura esile, di rado nei negozi riuscivo a trovare qualcosa che mi calzasse bene.

Melina aveva risposto subito: “Certo che sì!”. Erano seguite una serie di fotografie e del cappotto brique, come aveva scritto nell’annuncio. Un capo bellissimo, di un rosso bruciato intenso di pura lana e cashmere, che se acquistato in negozio mi avrebbe succhiato mezzo stipendio almeno. Il prezzo invece su questa app era davvero vantaggioso, quasi non ci credevo. Eppure c’era anche la fotografia dell’etichetta che non lasciava dubbi, si trattava davvero di lana e cashmere, inoltre conoscevo bene quella marca, una marca francese che purtroppo non era più attiva, ma che realizzava dei modelli fantastici, per vere signore.

“Era di mia nonna, un po’ mi spiace anche darlo via. Ma ho letto il tuo pro lo e sembri una persona che saprebbe prendersene cura”. Mi aveva scritto poi questo messaggio che avevo trovato delizioso e alla ne avevo comprato il famoso cappotto brique, senza la minima idea di cosa volesse dire quella parola. Era arrivato in pochi giorni e già dalla confezione avevo capito con quanta cura Melina l’avesse tenuto. L’aveva piegato bene e avvolto in diversi fogli di velina per non sciupar- lo, poi l’aveva delicatamente adagiato dentro una bella scatola di cartone decorato con degli splendidi iris e in ne aveva avvolto tutto con la carta pacchi e confezionato con un grande fiocco rosso. Quasi me la immaginavo a prepararlo amorevolmente per quel lungo viaggio da Catania a Roma, a salutarlo come un vecchio amico che iniziava una nuova avventura lontano da casa. Era febbraio e faceva un gran freddo a Roma, più del solito, non vedevo l’ora di indossarlo. Nella scatola c’era anche un bigliettino: “Questo cappotto apparteneva a una signora di gran classe, spero che possa renderti felice tanto quanto lei. Grazie, Melina”. Non avevo esitato oltre a provarlo. Mi stava d’incanto, sembrava taglia- to proprio sulla mia corporatura, c’erano quelle belle tasche col taglio maschile come piacevano a me e una cintura di quel rosso brique che aveva da subito colpito la mia attenzione nell’annuncio. Era morbidissimo e nell’indossarlo sentivo quasi il caldo e tenero abbraccio della nonna di Melina. Le scrissi subito un messaggio sull’applicazione che ci aveva messe in contatto per ringraziarla, era stato davvero un ottimo acquisto. Anzi un vero e proprio affare! Melina però non aveva risposto e di lì a breve tempo avrei visto sparire il suo pro lo dall’applicazione. Non so bene il motivo ma la cosa mi aveva lasciato addosso una certa inquietudine, come se presagissi qualcosa. Sarebbe stato un finire d’inverno lunghissimo, il cappotto brique mi aveva accompagnata in quello che sarebbe stato il mio calvario: un tumore al seno. Lo avevo scoperto per caso e improvvisamente ogni cosa della mia vita era piombata nell’oscurità. Amici e parenti mi incoraggiavano, mi invitavano a essere forte e a combattere quel male invisibile e prepotente. Non era stato facile, soprattutto i mesi di chemio, la perdita dei miei lunghi e dorati capelli, la stanchezza, il dolore forse più dello spirito che del corpo. Un dolore che è difficile da spiegare e che riuscivo a condividere solo con altre donne che come me attraversavano quell’onda d’urto. C’è come una strana solitudine dentro quel malessere, un oblio interiore che di quando in quando è tornato a investire la mia esistenza anche dopo la guarigione. Sì perché sono guarita.

Dopo oltre un anno e mezzo di tormenti ne ero fuori, avrei voluto dire più forte di prima, ma non era esattamente così. Mi sentivo ancora inerme, impreparata ad affrontare il mondo, insicura del mio aspetto fisico. La mia unica consolazione, per sciocca che fosse era stato il poter indossare ancora il cappotto brique, era di nuovo inverno, un inverno gelido che minacciava neve.

L o avevo fatto sistemare, sostituendo la fascia in vita con alcuni bottoni neri vintage che avevo “traslocato” da un cappotto ormai logoro che avevo deciso di dare via, vintage anche quello, di mia nonna, che se l’era cucito da sola con i primi soldi del suo la- voro di sarta a domicilio. Si era trasferita da un piccolo paesino del sud dopo la morte del marito e tutta da sola era riuscita pian piano ad aprirsi un piccolo negozio di riparazione abiti. Era stata lei a trasmettermi la passione per la moda e sempre lei mi aveva insegnato a cucire, ma non avevo avuto fortuna. Dopo un percorso di studi nel settore del fashion avevo mollato, finendo a fare tutt’altro. Quel mondo così scintillante mi attraeva ma al tempo stesso mi spaventava, inoltre non mi ero mai reputata troppo in gamba per poter sfondare come stilista.

«Quello è il mio cappotto!». Era stata una bella voce squillante a pronunciare quelle parole, io ero immersa nella lettura di un libro seduta in metro col mio basco calato sugli occhi e tutta la voglia dell’universo di non farmi notare. Non c’era quasi nessuno in metro e a quelle parole non avevo potuto fare a meno di
alzare lo sguardo. Pochi sedili più avanti di fronte a me, stava seduta una ragazza. Più o meno della mia età, un po’ in carne con grandi occhi azzurri e con una cascata di capelli neri. L’avevo guardata per un attimo, esitando appena prima di replicare qual- cosa, almeno per assicurarmi che avesse parlato proprio a me. Dopo una fulminea occhiata intorno e la constatazione che eravamo le uniche due persone abbastanza vicine da potersi parlare in quel vagone, avevo fatto un cenno col dito a indicare me stessa. La donna aveva sorriso: «Sì, sì dico a te!».

Continuavo a fissarla incredula, forse già dimentica della prima frase pronunciata e senza capire perché mi stesse ancora parlando. Si era improvvisamente alzata ed era venuta a sedersi proprio alla panca di fronte alla mia. «Lo riconoscerei ovunque!». Vedendo la mia incertezza aveva incalzato: «Il cappotto. È un colore inconfondibile. Anche se… Gli hai tolto la cintura».

Un improvviso battito di cuore mi era balzato su per la gola. Come diavolo faceva a sapere che gli avevo tolto la cintura? La mia espressione dove- va essere quella di una bambina smarrita, per questo credo lei aveva sorriso.

«Ho venduto quel cappotto due anni fa più o meno, era di mia nonna».
Non riuscivo a crederci. «Sei Melina?».
«Ti ricordi anche il mio nome? Che memoria!». «Come potrei dimenticarlo? Avevi fatto un pacco così delizioso».

«Grazie».
Che cosa incredibile doveva essere quell’incontro… Le avevo domandato cosa ci facesse a Roma, dal momento che mi ricordavo che viveva in Sicilia. Improvvisamente il suo sorriso gioviale si era come spento. Aveva abbassato lo sguardo ed era rimasta in silenzio. Nel frattempo era arrivata la mia fermata: Spagna.
Quasi d’istinto le avevo chiesto se voleva scendere con me, se non aveva altro da fare, potevamo prenderci un caffè. Melina era tornata a sorridere ed eravamo scese insieme.
«Comunque piacere, mi chiamo Adelaide».
«Sì mi ricordavo».
«Anche tu?».

«Abbiamo una bella memoria tutte e due, vero? Io mi ricordavo invece che avevi i capelli lunghi nella foto profilo».
Adesso ero stata io a rabbuiarmi, senza però rispondere nulla. «Comunque stai bene con i capelli corti, davvero. Anzi forse meglio» aveva subito recuperato Melina con dolcezza.

Adesso mi sentivo più a mio agio e con un po’ di coraggio le avevo raccontato la mia storia. Melina aveva ascoltato tutto in silenzio con quei suoi grandi occhi chiari che mi sembravano ascoltare più delle orecchie.
«Non ti dispiace che ho tolto la cintura al cappotto?» avevo concluso poi, cercando di vincere il silente imbarazzo che si era d’improvviso creato alla ne del racconto.
«No. Hai fatto bene, sono belli quei bottoni. Adesso ha il tuo stile» aveva sorriso lei.
«I bottoni sono di un altro cappotto vintage. Era di mia nonna». Melina era scoppiata a ridere, una risata contagiosa e cristallina, di quelle che fanno bene al cuore e mettono subito allegria.
«Due nonne un solo cappotto!».
«Già, ma ora voglio chiedertelo, perché l’hai chiamato brique?». Di nuovo un’altra risata.
«Semplice, brique vuol dire “mattone” in francese, è il colore del cappotto no?».
L’avevo seguita a ruota nelle risate, che scema che ero stata! Alla ne, forse complici quelle risate genuine, anche Melina mi aveva raccontato la sua storia.
Una storia terribile, di abusi e ignoranza. Suo marito la picchiava, ma lei per tanto tempo aveva sopportato, dicendosi che lui l’amava.

Ma quando lui aveva messo le mani addosso anche alla loro glia, lei non aveva più voluto sopportare.
Lo aveva denunciato, ma la sua famiglia invece di sostenerla e proteggerla, l’aveva trattata come una criminale. Le dicevano che aveva disonorato la famiglia e che suo marito non era un uomo violento, era stata lei con i suoi comportamenti “libertini” a istigargli la gelosia, ma che in fondo era un brav’uomo. In realtà come Melina mi spiegò poi, quei cosiddetti “comportamenti libertini” avevano a che fare solo con la sua passione per i vestiti. Lei lavorava in un piccolo negozio d’abbigliamento nel centro storico della sua città e le piaceva consigliare le clienti, aveva buon gusto e lei stessa era sempre vestita con cura e seguendo la moda. Peccato che quella sua ricerca di eleganza e glamour, magari con un tacco o una gonna più corta del solito, non erano mai stati graditi a suo marito né a tutto il resto della famiglia.

Per questo era venuta a Roma, portando con sé la figlia, voleva ricominciare. Anch’io volevo e dovevo farlo. Quel giorno stesso ci siamo scambiate il numero: se il destino aveva fatto in modo che ci incontrassimo, che le nostre vite si toccassero, doveva esserci un motivo. In breve diventammo inseparabili. Quel cappotto che era l’eredità di due donne coraggiose, mia nonna sarta indipendente e la sua, insegnante di francese che le aveva insegnato come si porta un vestito da vera signora, era il l rouge, è il caso di dire. Da quel giorno abbiamo iniziato a sognare un nostro negozio, dove realizzare creazioni per donne eleganti e coraggiose come le nostre non- ne. Un sogno che rincorriamo con fermezza e decisione, stiamo già fantasticando sul nome: “Il cappotto brique”.

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