Il manipolatore

Cuore
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Riproponiamo sul blog la storia più apprezzata della settimana sulla pagina Facebook, “Il manipolatore” di Mariella Loi, pubblicata sul n. 7 di Confidenze

 

Sapeva usare il fascino, e sempre a suo vantaggio. Anche la moglie l’ha scelta per interesse. A me ha riservato un trattamento speciale, ma il suo lato oscuro mi ha fatto paura

Storia vera di Francesca C. raccolta da Mariella Loi

 

Evaldo lo conobbi quindici anni fa, ai colloqui di selezione del master che mi accingevo a frequentare. Alto, distinto, aria sicura di sé, lo avevo notato fin dal primo istante. Non ci rivolgemmo neppure la parola in quell’occasione, lo rividi quindici giorni dopo in aula, dove, arrivando da direzioni opposte, inavvertitamente ci scontrammo.

Lui mi aiutò a raccogliere i libri che mi erano caduti per terra e come se ci conoscessimo da sempre, mi fece strada, dicendomi che mi aveva tenuto il posto.

In breve tempo diventammo inseparabili compagni di corso, parlavamo spesso di prospettive lavorative future ma non facevamo mai alcun accenno alle nostre situazioni sentimentali.

Io all’epoca, ero fidanzata con un collega e non ci misi molto a capire che, dietro la riservatezza di Evaldo, si nascondeva un legame importante, del quale non mi voleva parlare.

Non potè più tacere dopo che un giorno capitò in aula un relatore che ci disse di fargli le congratulazioni, dato che era prossimo a sposarsi.

Evaldo imbarazzato non disse niente, per un paio di giorni saltò le lezioni e quando rientrò, tutto riprese come prima.

Per me, che avevo lasciato il mio fidanzato e desideravo stare con lui, fu un brutto colpo.

Chantal la conobbi il mese successivo, alla cena di Natale che avevamo organizzato tra colleghi.

Fu lei a volermi incontrare, perché mi disse che Evaldo le aveva parlato tanto di me.

In quell’occasione fu molto gentile e mi invitò anche al loro matrimonio, che si sarebbe celebrato a Parigi sei mesi dopo.

Alle loro nozze non andai, con una scusa banale mi defilai all’ultimo, affidando la consegna del regalo a un amico comune.

Evaldo lo rividi qualche mese dopo, in occasione dei diplomi del master, e la vista della fede nuziale che luccicava al suo anulare sinistro, mi provocò una fitta dolorosa.

Quella sera andammo tutti a festeggiare la fine del corso a casa di un amico comune e, mentre eravamo intenti a brindare, Evaldo, guardandomi dritto negli occhi, mi disse: «Sei uno splendore stasera. Invidierò sempre, nel profondo, l’uomo che avrà la fortuna di starti accanto».

Alle sue parole io mi sentii avvampare, sia per il messaggio molto intimo che per il suo sguardo fisso su di me.

Istintivamente mi misi sulla difensiva e guardandomi intorno, cercai di individuare sua moglie fra gli ospiti presenti alla serata. Lui dovette intuire, perché subito dopo aggiunse: «So cosa pensi, Chantal è una donna deliziosa, la donna giusta per un uomo nella mia posizione, ma quello che sento per te in questo momento, non potrò mai dividerlo con lei in una vita intera».

Quella frase mi turbò moltissimo, tanto che quella notte non riuscii a dormire.

Nel dormiveglia, mi ripetevo che l’interesse di Evaldo per me non era stato frutto della mia fantasia, ma nel contempo quelle parole gettavano su di lui un’ombra sinistra che me lo rendeva sgradevole. Per evitare altre situazioni imbarazzanti, a partire da quel momento decisi di evitarlo.

 

 

Non ci vedevamo da più di un anno quando persi il lavoro e, mentre ero intenta a cercarne un altro, ricevetti la telefonata di Evaldo che mi offriva una nuova opportunità professionale.

L’idea di passare tanto tempo insieme non mi entusiasmava affatto ma sul piano lavorativo la proposta era ottima, così accettai.

Per qualche mese le cose andarono splendidamente, fino a quando in azienda arrivò un nuovo collega che dimostrò da subito una spiccata simpatia nei miei confronti.

Il comportamento di Evaldo cambiò radicalmente, diventando brusco e maleducato.

Il top lo raggiunse durante una riunione, in cui mi attaccò pesantemente in modo immotivato, non preoccupandosi neanche del fatto che, così facendo, stava danneggiando il suo team.

A riunione conclusa discutemmo ferocemente e lui si lasciò andare a espressioni così sgradevoli, che io gli dissi chiaramente che avrei provveduto a cercarmi un altro posto di lavoro.

Per ragioni contingenti, dovetti restare lì con lui per altri due anni e non fu un’impresa semplice. Fu come stare per tutto il tempo sulle montagne russe, preda di reiterati attacchi personali, dovuti alla sua gelosia nei confronti del collega e di altri.

Con il passare del tempo avevo imparato a conoscerlo meglio e al mio sguardo attento, non potevano più sfuggire i suoi comportamenti poco ortodossi.

Come la volta che, per stipulare un contratto vantaggioso, non esitò a corteggiare la manager della controparte o quella in cui arrivò a sedurre la dirigente di un’azienda concorrente, per spremerle informazioni riservate.

In quell’occasione gli sentii pronunciare per la prima volta, una delle sue massime preferite: «Il modo migliore per esercitare potere su una donna è farla innamorare».

Ero sempre più disgustata dai suoi comportamenti manipolatori che metteva in atto anche nei miei confronti.

Dopo un periodo di grandi scontri, nel tentativo di farmi desistere dalla ricerca di un nuovo lavoro, mi aveva fatto assegnare a un ruolo economicamente vantaggioso, per il quale ero totalmente inadatta.

Lo scopo era quello di rendermi dipendente da lui nello svolgimento delle mie mansioni e nel contempo instillarmi sentimenti di gratitudine per il beneficio economico ricevuto.

Le rare volte in cui mi capitava di incontrare sua moglie ero a disagio, soprattutto dopo che Chantal mi chiese se fossi a conoscenza di qualche frequentazione femminile di suo marito.

Imbarazzata, mi confidò che il loro matrimonio era in crisi per il fatto di non riuscire ad avere un figlio. Io cercai di rassicurarla e per fugare i suoi sospetti di relazioni extraconiugali, mentii. Lo feci per proteggere lei, che in quel momento era molto vulnerabile, ma anche per tutelare me stessa che ero l’unica a conoscere i tradimenti di suo marito.

Capitò, in occasione di un party aziendale, un episodio sgradevole che fu determinante nel far diventare irrevocabile la mia decisione di lasciare il lavoro.

 

 

Eravamo in un locale molto elegante, quando Evaldo mi si avvicinò per presentarmi una donna, con la quale sapevo che aveva una relazione, chiedendomi di presentarla a Chantal come se fosse una mia amica.

Io cercai di svincolarmi da quella situazione incresciosa, ma Evaldo chiamò a sé sua moglie e il marito della sua amante, invitandoci a prendere posto tutti insieme allo stesso tavolo.

Con una scusa si allontanò subito dopo e mentre io arrabbiata per quella situazione equivoca, cercavo una via di fuga, avvertii il suo sguardo su di noi.

Evaldo se ne stava al piano superiore del locale, appoggiato al bordo esterno del soppalco, a rimirare il teatrino che lui stesso aveva appena creato.

La moglie, l’amante, il marito della sua amante e io, eravamo nelle sue intenzioni tutti attori inconsapevoli di uno spettacolo, che forse da sempre sognava di portare in scena.

E lui, come un provetto regista stava lì a guardarci dall’alto, lasciando che la sceneggiatura facesse il suo corso.

Mi allontanai con una scusa e appena possibile, recuperai il mio cappotto e feci per andarmene.

Lui lasciò di corsa il soppalco e mi raggiunse mentre scendevo le scale e, nel tentativo di bloccarmi, gli rimase persino in mano la mia sciarpa.

Ma io non avevo più freni inibitori, gli dissi chiaro e tondo che mi faceva schifo per come si comportava con le donne.

Lui mi rispose che mi amava da sempre, che di Chantal non gli era mai importato niente, che l’aveva sposata per interesse, che la sua ricerca di altre relazioni, era stata dettata esclusivamente dal fatto di non poter avere me.

Aggiunse che la colpa di quello che stava accadendo era tutta mia, che quando lo avevo conosciuto non gli avevo impedito di sposarsi, benché fossi innamorata di lui fin dall’inizio.

 

 

Disse questo e anche molte altre idiozie ma io ormai ero salita in macchina e non lo ascoltavo più.

Era evidente a quel punto, che non potevamo più lavorare insieme.

Il giorno dopo chiesi un periodo di ferie, al termine del quale presentai la mia lettera di dimissioni.

Evaldo provò a dissuadermi dalla mia decisione, mi scrisse anche un paio di lettere d’amore molto appassionate: delle sue frasi non credetti neanche a una parola.

Da quel momento non volli più avere a che fare con lui, e avendo nel frattempo cambiato tipologia di lavoro, ne persi ogni traccia.

Lo scorso anno a un convegno, mi è capitato di incontrare uno dei nostri vecchi compagni del master che mi ha parlato di lui e della sfolgorante carriera che ha ottenuto in questi anni.

Non ne ero affatto stupita, era molto ambizioso e determinato e non credo che certe cose cambino nel tempo.

Mi ha anche detto che si è separato da Chantal da qualche anno e che gli amici si sono molto stupiti nell’apprendere questa notizia, perché agli occhi di tutti erano una coppia perfetta.

Pare che il fatto di non essere riusciti ad avere un figlio, sia stato determinante nella irreparabile crisi del loro rapporto.

Lei dicono che ne abbia sofferto molto, ma anche lui, assicurano, è uscito da quell’esperienza molto provato.

Ascolto il mio interlocutore, immaginando il volto fintamente contrito di Evaldo, mentre recita agli occhi del mondo la sua parte dolente.

Lo ascolto stancamente, fingendomi a mia volta stupita di quella notizia, ma in realtà non lo sono affatto e non posso non soffermarmi a riflettere su come l’apparenza sia spesso ingannevole.

Come dietro la bella facciata di matrimoni perfetti, si nascondano a volte, sterminate paludi di inganni malevoli.

 

 

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