Il sogno di uno, la magia di tanti

Cuore
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«Avrai un maschio e sarà un angelo» aveva pronosticato mia madre. E Vincenzo è stato davvero una grazia immensa per me. Per lui, per accendere i riflettori sulla bellezza della diversità, è nato poi un gruppo musicale. Che sta mettendo le ali

STORIA VERA DI ANGELA RICCARDI RACCOLTA DA MARCO ANGILLETTI

 

Roseto degli Abruzzi mi ha ammaliata. La sabbia dorata, i solchi dell’epoca romana tra le viuzze del vecchio borgo, il crocevia di anime buone. Qui gli orologi procedono nel loro ticchettare soltanto perché la società impone di cronometrare qualunque attimo. I ritmi hanno un respiro lento, si adeguano al passo di ogni singola coscienza e rendono più benevoli anche i rapporti umani. Roseto è il locus amoenus della mia fiaba più bella, la città delle rose e del mare dove mio figlio Vincenzo, un fantasioso ragazzo con sindrome di Down che oggi ha 19 anni, ha visto realizzarsi il suo sogno nel cassetto e fa da portabandiera a un progetto di amore che coinvolge altri ragazzi con disabilità.

Vincenzo è stato un figlio tanto desiderato. Qualcuno ha interpretato il suo arrivo come una spina nel fianco. Io sono andata oltre la spina e meno male che l’ho fatto, mi sarei persa una profumatissima rosa. Sentivo i ruggiti dei giudizi spietati che mi consigliavano di abortire, ma il battito di un figlio lo percepisci ancora prima che un’ecografia te ne dia conferma. Non puoi tradirlo. Avevo 30 anni, era la mia prima gravidanza e, sebbene alcuni esami diagnostici avessero rilevato una grave malformazione del feto, ero decisa ad andare avanti.

Al secondo mese, mia madre si ammala di tumore, subisce un intervento delicatissimo e quando esce dalla rianimazione sibila qualcosa, con lo zelo di chi è stato protagonista di una visione: «Avrai un maschio e sarà un angelo».

Non sapevamo ancora nulla del sesso e quella sentenza sembrava un appello alla vita, faceva più clamore di tutti i “non farlo” che mi vomitavano addosso. Alle parole di una madre si crede come si fa con la Bibbia. Feci un discorsetto a Dio, gli dissi che mi sentivo pronta ad accogliere un figlio, qualunque fosse stata la sua condizione.

Vincenzo è venuto al mondo a otto mesi e una settimana. L’ho stretto tra le braccia come una leonessa che ha lottato contro tutti e tutto pur di salvare un cucciolo dai bracconieri.

«È sano?» ho subito domandato. Mi sembrava un bambino come tanti, finché non si è avvicinato il ginecologo. Il linguaggio non verbale pronosticava un certo disagio. «È un bimbo con la sindrome di Down».

Quella notte la stanza dell’ospedale si è trasformata in una grotta di rovi e lacrime. Non piangevo per la delusione. In fondo ero preparata a cose peggiori e quella sindrome appariva quasi consolatoria, qualcosa di meno grave rispetto a quanto mi era stato prospettato. Le lacrime avevano il sapore dell’ansia, della paura dell’ignoto, dei premurosi dubbi di una madre che ha appena messo al mondo una creatura vulnerabile e teme per la sua incolumità. Singhiozzavo e ripensavo a quel bambino con sindrome di Down incontrato al parco giochi poco prima di partorire. Gli altri bimbi scappavano da lui, urlando impauriti per alcune evidenti malformazioni. «Un mostro, un mostro!». Empatica come sono, mi ero immedesimata nel misurato imbarazzo della mamma: se da un lato percepivo l’amore, dall’altro era ben decifrabile il dispiacere di chi sa che il proprio figlio dovrà lottare più di altri per tagliare il nastro dell’accettazione sociale.

Ho asciugato le lacrime sulla veste del coraggio. Il pianto ha fatto esplodere una supernova dentro di me, sbaragliando ogni irresolutezza e rendendomi tenace nell’affrontare la paura.

Alcuni hanno interpretato l’arrivo di Vincenzo come una croce, non posso negarlo. Io, al contrario, lo leggo al di là della sindrome. Lo trovo una grazia immensa, quasi immeritata, e mia madre è sempre stata della stessa opinione. Sapevo che lei non avrebbe vissuto a lungo a causa del suo male e ogni giorno attraversavo i vicoli di Napoli, la mia città di origine, con Vincenzo nell’ovetto per farle compagnia. Quando glielo mettevo accanto sul letto, nell’aria si sprigionavano suoni di tenerezza e linguaggi primitivi che li rendevano così complici.

Mamma se ne è andata un anno dopo l’operazione, giusto il tempo di esercitare la professione di nonna per qualche mese. Avevo ancora bisogno di lei, come un discepolo assetato di parole del maestro che invece si ritrova orfano e smarrito. Non è stato un bel periodo. Le pupille di Vincenzo riempivano le mie giornate, eppure ogni visita medica svelava nuovi problemi di salute.

E poi c’era la preoccupazione del futuro a Napoli. La generosità della mia gente mi dimostrava ogni giorno che i napoletani sono precettori di bellezza umana. Non vivevo in un quartiere complicato, ma erano i confini a lasciarmi inquieta.

Vedevo il bello e il brutto della città a due passi da casa, mi confrontavo con madri disperate perché i loro figli si atteggiavano da adulti per non farsi avvelenare dalle mele marce. Per quanto Vincenzo fosse benvoluto da tutti, temevo per la sua crescita. All’opposto, ogni volta che andavamo in villeggiatura a Roseto, le storie di quartiere si mostravano tanto diverse.

Un microcosmo fatto su misura per mio figlio, lontano dalla frenesia e dall’improvvisazione. Quando l’Adriatico bagnava i miei piedi, sentivo un richiamo di libertà che si è fatto ancora più vigoroso nel momento in cui io e il papà di Vincenzo abbiamo deciso di separarci.

Ho scelto senza esitazione: Roseto degli Abruzzi sarebbe diventato il nostro borgo incantato. Mi è bastato trasferirmi lì per capire quanto avessi bisogno di pace. Mi sono sentita immediatamente abbracciata, protetta, e lo stesso è avvenuto per Vincenzo. Roseto ha anche sanato il mio cuore di donna: è qui che ho conosciuto Marco, il mio compagno, e dalla nostra unione è nata Camilla. A casa è raddoppiato l’amore, con Vincenzo che faceva i salti di gioia per la sorellina e sfoggiava l’intramontabile atteggiamento protettivo da fratello maggiore. Quando ogni cosa è tornata al suo posto e l’energia vitale ha di nuovo baciato la mia fronte, tutta questa beatitudine si è trasformata in una missione di amore a sostegno dei giovani con disabilità, un progetto

che già dal nome rivela un’armonia contagiosa. I MusicAbili.Tutto è nato dall’obiettivo di creare una band per Vincenzo e i suoi amici, ma dobbiamo ringraziare la piccola Camilla per averci ispirato. Un giorno non era andata a scuola e se ne stava in un angolino tutta impegnata a disegnare. Aveva realizzato una mappa particolarissima, fatta di elementi immaginosi di cui soltanto i bambini sono capaci: fontane magiche, scuole di gnomi, radure di unicorni, case delle fate. Camilla è un mostro di fantasia, i tanti libri con cui il padre ha arredato casa stimolano di continuo la sua curiosità. Non so bene cosa mi sia scattato dentro, ma di fronte a quella mappa ho avvertito un trasporto inconsueto. È come se mi fossi resa conto che l’amore è davvero in grado di spostare una montagna. Inoltre nei confronti di Camilla avevo un debito di fantasia, perché alla sua nascita era come se avessi esaurito tutta la mia creatività per l’immenso impegno dedicato a Vincenzo.

Quella volta ho voluto spronarla, stare dietro ai sentieri intrecciati della mappa e, a partire da quel disegno, abbiamo deciso di scrivere una storia con personaggi e luoghi di fantasia. L’idea iniziale era quella di lasciare una sorta di eredità morale ai miei figli, con un racconto tutto nostro che potesse eternare i sani valori della mia infanzia. Stimolo dopo stimolo, ne è venuto fuori un componimento fantasy la cui trama ha il profilo di una caccia al tesoro per lettori senza età.
Quando ne ho parlato con la mia amica Paola, sempre ammirevole in quanto a entusiasmo e voglia di fare, mi ha suggerito di andare oltre. «Lo trovo meraviglioso! Perché non lo pubblichi?» e si è resa immediatamente disponibile a darmi una mano per l’impaginazione online.

La scrittura non è il mio mondo. Quelle pagine potevano seminare qualcosa di buono, certo, ma che senso avrebbe avuto pubblicare un libro per vanagloria? L’idea che Vincenzo desiderasse una band tutta sua, un gruppo in cui fare musica e spettacolo, continuava a martellarmi nella testa.

Il bene ricevuto deve generare sempre altro bene, è questo il mio mantra. Da qui, la decisione di autopubblicare il libro solo per dare un’opportunità a mio figlio e agli amici: il ricavato delle vendite sarebbe stato destinato a una raccolta fondi per sostenere I MusicAbili.

In Abruzzo esiste una realtà culturale eccezionale. Si tratta di Draghetto Teatro, una compagnia teatrale che oltre alla realizzazione di spettacoli è impegnata nella promozione di laboratori didattici. Il maestro Mario, da sempre attento alle esigenze del sociale e scrittore di testi comico-teatrali, mi sembrava la persona più adeguata dalla quale ricevere consigli. Gli ho chiesto un parere sul libro con la vergogna di chi sa che ne scaturirà un giudizio competente e l’ho reso partecipe della mia folle idea.

Mario è stato la nostra chiave di sol. Un pozzo di cultura che per noi è diventato un pozzo dei desideri: è bastato lanciare una monetina e, quando abbiamo tirato su il secchio, ci siamo dissetati con sorsi di umanità e altruismo. Il maestro ha una sala prove a Roseto, rimasta inutilizzata dopo la pandemia. Vulcanico com’è, ha letto il libro e l’entusiasmo ha mosso i primi passi.

«Tu pubblicalo. La sala prove la mettiamo a disposizione noi». Quanti salti di gioia ho potuto fare.

In poco tempo i social network hanno fatto da megafono alla mia voce timida e insicura. Ho iniziato a promuovere il libro e le vendite sono schizzate, più di 700 copie in quattro mesi. Richieste dall’estero, insegnanti interessate a portare il libro nelle scuole, inviti da parte di organizzatori di festival culturali e sociali.

La prima volta che sono salita su un palco a raccontare di noi tremavo come una foglia. «Non sono una scrittrice, sono soltanto una madre innamorata» ho esclamato in preda a mille emozioni.

La porta incantata, questo il titolo del libro, ha aperto tante altre porte. La caccia al tesoro si è trasformata nella corsa di un’intera comunità. Senza Roseto degli Abruzzi, senza Camilla, Paola, Mario, il mio compagno, i ragazzi, le loro famiglie, senza ogni singolo lettore, I MusicAbili non avrebbero mai suonato le prime note. Ora hanno uno spazio tutto loro dove dare sfogo alla creatività, attraverso un percorso artistico con lezioni di teatro, cabaret, canto e ballo, tenute da maestri professionisti.Vincenzo sarà pure la forza propulsiva di questo gruppo, ma il vero incanto è che il sogno di uno sia diventato la magia di tanti: è il sorriso di Davide mentre suona il flauto, l’estro di Maria Costanza che sogna di fare l’attrice, Francesco con la sua batteria, è l’euforia di Martino, la dolcezza di Maria, la superata timidezza di Alessandra e di tanti altri ragazzi con disabilità. Gli obiettivi sono ambiziosi: vogliamo arrivare alla produzione di spettacoli che possano diventare non solo espressione del talento individuale, ma un giorno, chissà, anche uno strumento per garantire ai ragazzi una certa indipendenza economica.

I MusicAbili hanno scatenato balzi di solidarietà inaspettati: oltre al sostegno delle istituzioni locali, c’è chi si è offerto di acquistare strumenti musicali e altri materiali utili, chi si è reso disponibile a sostenere le spese della struttura, chi a dedicare del tempo libero alle nostre attività. Un progetto che ha dietro tante madrine e tanti padrini innamorati.

Ovviamente, come in tutte le occasioni in cui qualcuno ci mette la faccia e si sporca le mani, anche nel nostro caso non è mancata qualche critica. «Ma è una band di soli disabili? Dove sta l’inclusione?». Non è una band di disabili, è un gruppo di amici devoto all’arte, punto. Ogni altro commento è superfluo. Le nostre porte sono aperte a chiunque e stiamo già guardando lontano per allargare i confini. I primi che vorremmo coinvolgere sono i siblings, come vengono chiamati i fratelli e le sorelle di persone con disabilità. Chi più di loro può farsi messaggero di accettazione e valorizzazione della diversità? È normale che il mio cuore di madre trabocchi di felicità per essere riuscita a esaudire il desiderio di Vincenzo e degli amici, ma a parte questo vorrei che davvero si riflettesse su quanto sia ancora dissestata la strada delle piene opportunità per le persone con sindrome di Down. Di progetti del genere non dovremmo mai essere sazi, perché la tanto sbandierata inclusione non può esaurirsi nei confini di una manifestazione, di un convegno o di uno spot pubblicitario. I genitori come me possono testimoniare che i nostri figli incontrano ancora tanti ostacoli: indifferenza e solitudine fanno da apripista. La diversità è una ricchezza, però il suo valore deve essere garantito con continuità, per fare in modo che il talento di una persona non abbia nulla a che fare con la presenza o meno di una sindrome. Siamo nel pieno di una emergenza culturale, dove la paura dell’altro esplode più della solidarietà umana. I MusicAbili stanno contribuendo a disinnescare queste bombe. In alto i cuori: accendiamo i riflettori sulla bellezza della diversità e sull’arte di viverla con gioia!

In questo chiasso di sentimenti contrastanti, una cosa è certa: nel nostro piccolo, qui a Roseto, stiamo facendo parlare solo la felicità dei nostri stupendi attori e musicisti, ora che la generosità ha riempito di note il loro pentagramma. Avevi ragione tu, mamma: Vincenzo è un angelo e non potevo rinunciare a lui. È merito suo se ho conosciuto la strada della felicità e ho deciso di arruolarmi nell’esercito dei soldati dell’amore. ●

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