Il valore dei sogni

Cuore

La storia vera più apprezzata questa settimana sulla nostra pagina Facebook è…

 

Facevo il pittore senza crederci molto e Greta, la mia ex, mi prospettava un avvenire di successo. Per un attimo avevo ceduto alla tentazione. Ma poi mi era tornata in mente Francesca, eravamo felici insieme e questo contava più di tutto

STORIA VERA DI GIULIANO S. RACCOLTA DA ANNALUCIA LOMUNNO

 

Era stato difficile stabilire l’inizio di quell’innamoramento. Io la conoscevo da sempre, ma non eravamo mai stati fidanzati o amanti. E continuava a piacermi tantissimo, ne ero fortemente attratto, ma mi ostinavo a intrappolarmi in relazioni poco convincenti con altre. Lei, Francesca, era stata forse folgorata dalla mia dedizione, e dalla facilità e dalla disinvoltura stessa delle circostanze. Perché a un certo punto, tutto era andato come avrei sempre voluto. Ci eravamo ritrovati immediatamente, senza strappi, senza dubbi. Avevo lasciato in fretta la mia ragazza per lei, e non era stato uno sbaglio, ma al contrario, quasi un atto dovuto. Forse Francesca voleva esattamente le stesse cose: non soffrire, non ricordare scalate emotive e tormenti inutili, discese, cadute. Ma ogni volta che ci chiedevano di riassumere l’intera vicenda, di farne quasi uno schema, segnando le tappe, i traguardi, i momenti indimenticabili, a me pareva di minimizzare, di rimpicciolire, di svilire un incontro baciato dalla fortuna. Perché Francesca ogni giorno mi sembrava migliore, e avevo amato tutto di lei, anche le sue passioni e i suoi passi falsi, le decisioni apparentemente incomprensibili, tutto quanto. Lei avrebbe voluto fare l’archeologa, ma poi era diventato tutto sufficientemente complicato. Dopo la laurea non era più riuscita a specializzarsi, aveva mollato a un passo dal traguardo. Aveva ridimensionato ambizioni ed emozioni, e aveva lasciato fare al destino. Traduceva il greco antico, era bravissima, passava ore apparentemente facili sui suoi libri. Spesso mi era capitato di ricordarle le sue doverose promesse. «Non rinunciare ai tuoi sogni» le dicevo, mentre accordavo sbadatamente la chitarra, e senza dare troppo peso alle parole.

Lei sorrideva. E replicava con la stessa leggerezza con cui io tentavo di affrontare l’argomento. «Va benissimo così, l’archeologia non mi era destinata, sono serena, ho te, non voglio distruggere la perfetta felicità. Molto probabilmente è stato meglio così, non ho rinunciato a niente. È che a un certo punto mi sono resa conto che non andava, che non avevo nessuna voglia di scavare o di perdermi in qualche labirinto. Ero diventata un’altra persona e avrei sofferto di sicuro se avessi dato spazio a un’ostinazione senza senso. Non sempre i sogni sono quelli giusti».

Mi sbalordiva sempre. E allo stesso tempo sapeva anche trovare parole migliori delle mie. «Ma tu non devi prendere esempio, non devi perpetuare lo stesso incendio, non devi abbandonare le tue tele. Sono bellissime, e tu hai un vero talento». A quel punto mi toccava sempre abbracciarla, baciarla, tenerla stretta. Io facevo il pittore senza crederci molto. Passavo molte ore in ufficio e poi raccontavo al mondo di avere un hobby molto speciale. In verità solo Francesca

aveva sempre compreso l’importanza di quella passione. Dipingevo simboli, astrazioni, codici da decriptare, cose difficili. Ed era come se quelle tele fossero state commissionate proprio da un archeologo, già, ed erano essenziali, vitali per me, difficilmente ci avrei rinunciato. Francesca lo sapeva. E proprio come me, riusciva a parlarne con leggerezza. Entrambi eravamo molto felici e non avremmo mai permesso che le nostre piccole o grandi ombre potessero minacciarci. Era spettacolare fare l’amore con lei e io credevo, ero convinto, che non ci fosse niente di meglio al mondo. Mi fidavo della sua serenità, di questa sua capacità di abbassare preziose tende protettive di fronte alla prevedibilità di qualsiasi tempesta. Francesca era bellissima, mi parlava col cuore, mi mostrava un entusiasmo che molto probabilmente non avrei mai meritato. Ero convinto che fosse perfetta per me, perché con lei non dovevo fingermi un estroverso da dieci e lode, con lei ero semplicemente me stesso, e in fondo scappavo da un’ex falsa quanto un’attrice professionista. Ricordavo perfettamente il giorno in cui l’avevo lasciata per Francesca. Il mio tono tetro, la sua glaciale indifferenza. Mai avrei potuto ipotizzare che Greta, quasi casualmente potesse riappropriarsi della mia vita. Le erano bastate le mie tele, maldestramente fotografate e postate su Instagram. Mi aveva contattato all’istante, dicendomi che era amica di un serio collezionista ricco sfondato. Io non avevo nemmeno tentennato e avevo accettato un appuntamento che mi era sembrato sconsideratamente privo di pericoli. Avremmo parlato d’arte, nient’altro, non provavo più niente per lei, lo sapevo, lo avevo sempre saputo. Benché alcune volte mi mancassero i suoi picchi di follia e la sua spregiudicatezza. Il suo planare sulle cose con apparente superficialità da vera predatrice. Greta mi faceva sentire assolutamente indispensabile e assolutamente inutile allo stesso tempo. Spesso scappava dal nostro letto perché aveva in mente altre cose urgentissime da fare, tipo comprarsi un nuovo paio di scarpe. «Ho un vuoto dolente nella mia scarpiera» diceva, dissolvendosi, lasciandomi esterrefatto, confuso, privo di fondamenta. Ma quel passato era ritornato all’improvviso, e io in realtà mi ritrovavo davanti una sorta di selfie lover decisamente inquietante.

Ci eravamo dati appuntamento in un bar e non avevo detto niente a Francesca. Greta armeggiava sapientemente con la sua fotocamera. «Quello che conta è il punto di vista» mi diceva infatti, salutandomi quasi distrattamente. «Dovresti fotografare meglio le tue tele, scegliere i filtri, la luce giusta» aggiungeva pure, mollando il telefono e azzannandomi con gli occhi. «I collezionisti ormai sono pochissimi, quelli poi interessati agli esordienti, una rarità. Dovresti ringraziarmi amore mio, è stata già organizzata una cena per te, nella sontuosa villa di un probabile investitore. Non ti ho mai dimenticato io, non c’è stato istante in cui non abbia pensato a te».

Già, la faccenda si presentava irrimediabilmente inequivocabile sin dall’inizio. E come avrebbe detto la mia Francesca, si trattava solo di scegliere: perpetuare un incendio o ignorarlo. Con grande probabilità i suoi amici ricchi sfondati avrebbero snobbato le mie tele, ma io avevo bisogno di capire e di capire me stesso fino in fondo. Boicottavo quel suo flirtare così spudorato, ma mi presentavo in quella celeberrima villa come se fossi un invitato speciale. In realtà lo ero, ma le mie tele restavano una faccenda quasi irrilevante. Il padrone di casa era stato gentile, ne aveva comprate due, le aveva esaltate davanti ai suoi ospiti indifferenti. E ogni cosa mi pareva fin troppo sbagliata. Mi vergognavo soprattutto di aver mentito a Francesca, di aver ceduto alle lusinghe sfavillanti di Greta, niente mi sembrava più irritante. Niente. Scappavo via come un ladro, sabotavo persino gli antipasti. Tornavo a casa senz’ombra di imbrogli, sotterfugi e incertezze. Sentendomi ancora una volta, un uomo infinitamente fortunato.

Storia pubblicata su Confidenze n. 28
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Confidenze