Insegnare è aiutare a pensare

Cuore

La storia vera di Roberta Giudetti pubblicata sul numero 28 di Confidenze è la più votata dalle lettrici.

Ve la riproponiamo nel blog

 

Storia vera di Anna G raccolta da Roberta Giudetti

 

Non ringrazierò mai abbastanza il destino che mi ha portata a svolgere uno dei mestieri più belli della terra. Insegno in una delle scuole più interessanti che esistano: l’Accademia di belle arti. Poter stare a contatto con giovani pieni di talento e creatività, è un privilegio raro. Un balsamo per l’anima. Ho scelto l’insegnamento come ripiego, lo ammetto. Non mi ero laureata in Lettere con lo scopo di stare dietro a una cattedra a farmi odiare o venerare da ragazzini che ancora non sapevano cosa fare da grandi e da ragazzine prese più dalle loro unghie che dalla poesia di Leopardi. Per questo, mentre ancora stavo scrivendo la tesi, mi ero iscritta a una scuola di Sceneggiatura e Regia. Io volevo fare il cinema. Soprattutto scrivere per il cinema. O almeno per la televisione. E l’ho fatto, ci sono arrivata. Per anni sono stata l’assistente di un noto regista Rai. Rispondevo al telefono e a volte una voce profonda, sensuale e inconfondibile, diceva: «Sono Nero. Franco Nero». Io arrossivo come una tredicenne, nemmeno fosse lì con noi in studio. Era la vita che avevo sempre sognato: scrivere e stare sui set. Ma per fare quel tipo di vita o devi essere uomo, o non devi avere altri sogni e io avevo anche sempre sognato di essere madre. E di crescere i miei figli. Quando sono rimasta incinta del mio primogenito sono riuscita a conciliare tutto. Ricordo un turno di montaggio di dodici ore, all’ottavo mese, dove ogni due ore mi facevo portare un panino. Per un anno dopo la sua nascita ero riuscita a lavorare e a essere presente in casa. Ma con la nascita del mio secondogenito non ce l’ho fatta più a conciliare ogni cosa. Erano entrambi piccoli e avevano bisogno di me. Quel tipo di lavoro mi portava sempre lontano. Così ho rinunciato. Nessun sacrificio, ho rinunciato perché volevo farlo. Volevo esserci alla prima parola, ai primi passi, alla prima febbre. E ci sono stata. Nessun rimorso e pentimento.

Poi è arrivata l’occasione di insegnare Regia e Storia del Cinema in Accademia. Ricordo ancora l’emozione del primo giorno: volevo assolutamente riuscire a passare tutta la mia passione per il cinema a chi mi seguiva con così tanta attenzione. Ognuno di quei volti racchiudeva un sogno, quel sogno che anch’io avevo coltivato alla loro età. Presto mi sono resa conto che insegnare è un mestiere meraviglioso, unico. Ti mantiene lucido, vivo, perché i giovani sono linfa vitale, sono creatività allo stato puro, sono energia non ancora incanalata. E compito di un docente, tra gli altri, è quello di individuare le eccellenze. Di riconoscere il talento. Non tutti ne hanno davvero, inutile mentire. Ma alcuni sono fiori appena sbocciati. Sono grezzi, ma lasciali esprimere e vedrai come voleranno, magari non sono la reincarnazione di Stanley Kubrick come a volte credono, ma questo solo il tempo potrà dirlo.

Lo studente che ancora occupa un posto speciale nel mio cuore, è una ragazza, Isabella. Isa mi guardava con gli occhi di una figlia devota e questo per un docente, spesso, è motivo di orgoglio. È gratificante essere seguiti e considerati un modello.

Seria. Non un’assenza in tre anni. Sempre ai primi banchi. Attenta. Precisa. Non era brillante nei suoi progetti, ma la sua diligenza e il suo impegno sopperivano a qualche mancanza di genio e follia.

Un giorno stavamo parlando di quanto fosse importante, per uno sceneggiatore, saper caratterizzare visivamente i suoi personaggi e farli parlare nel modo giusto. I dialoghi letterari sono fra gli aspetti più noiosi del nostro cinema, insopportabilmente finti. Si parlava con i ragazzi di alcuni trucchi per renderli più naturali. Dell’importanza di osservare, di ascoltare, di documentarsi.

«Tutto dipende da che personaggio avete creato. Dovete sapere tutto di lui, persino il suo colore preferito. Che scuole ha frequentato. Gli amici. E allora saprete come parla. Ricordate di iniziare da un personaggio che conoscete bene, sarà più facile farlo parlare».

Avevo assegnato un esercizio apparentemente semplice: far parlare due amici o due amiche, per tre minuti. Argomento a piacere. Ma il dialogo doveva avere un inizio, una conclusione e un senso. Isa, una settimana più tardi, prima della scadenza, mi portò un dialogo fra madre e figlia. Un dialogo brutale, di un’intensità inaudita. Poco letterario e assolutamente verosimile. La figlia confessava alla madre di aver subito abusi per anni. Dal nonno. La madre negava e le dava della bugiarda. Della falsa, mitomane e della fallita. Ricordo che mi si era gelato il sangue: era un dialogo fin troppo credibile. Di una crudezza e un dolore inauditi. Iniziai a osservarla. Isa era sempre molto contenuta e calma, come chi è abituato a nascondersi. A fingere. Rideva pochissimo. Era ricurva su se stessa. Vestiva come una suora laica. Come era capitata in un’accademia di belle arti piena di ragazzi con i dreads e ragazze tatuate? Un giorno lanciai un’esca in classe. Iniziai a parlare di alcune situazioni difficili da rappresentare al cinema, da sceneggiare. Come la violenza sui minori. Gli abusi. Isa non riuscì a guardarmi negli occhi nemmeno per un istante quel giorno.

Mi attese nell’atrio. Lo avevo capito al primo sguardo che era lì per parlare del suo inferno. Isabella mi aveva scelta: ero la madre che non l’aveva ascoltata mai. Mi confessò, lì, su due piedi, in un angolo del corridoio, piangendo disperatamente, che suo nonno aveva abusato di lei dai dieci ai quindici anni. Fin quando era stata in grado di difendersi e dire no. Ora, a distanza di cinque anni, suo nonno aveva iniziato a posare gli occhi su sua sorella, di dieci anni. Questo l’aveva spinta a uscire allo scoperto con i suoi genitori, la paura che anche la sorellina dovesse subire la stessa sorte. Ma i suoi genitori avevano negato. Sua madre l’aveva insultata e le aveva detto che non l’avrebbero più aiutata a pagare le tasse universitarie. Anche sua sorella aveva negato.

E lei ora non sapeva più cosa fare. Tutta la rabbia del mondo era racchiusa in un solo sguardo. Nel tono della sua voce erano celati anni di paura ma soprattutto di vergogna. Leggevo in lei una gran voglia di vendetta. Era una mina vagante pronta a esplodere.

«Non so cosa fare prof… non so cosa fare, davvero. Vorrei andare via da quella casa, ma poi chi baderà a mia sorella?».

Non avevo risposte. Non sapevo come aiutarla.

«Verrò a parlare con i tuoi, cercheremo di farli ragionare e tuo nonno… mio Dio, Isa», balbettai.

«Ma loro sanno tutto, lo hanno sempre saputo. Non capisce?». No, sinceramente non riuscivo a capire. Era fuori dalla mia portata. Per me, impossibile da comprendere come una madre potesse comportarsi così. A meno che a sua volta non avesse subìto altrettanto. Ero senza parole. Incredula e impotente.

«Questo è il numero di un mio caro amico, un bravissimo psicoanalista. Lui ti darà una mano, Isa», era l’unica cosa che potessi fare. «Ma io non li ho i soldi per pagare una terapia!», aveva urlato. «Ora hai bisogno di aiuto, è per questo che sei venuta da me. Non sei più in grado di andare avanti da sola. Sei stata brava, Isa… molto brava. Io non sono in grado di darti l’aiuto che mi chiedi, non quello che ti serve. Ora lo chiamiamo insieme, fidati di me».

Isa aveva talmente bisogno di aiuto che il giorno dopo era già in quello studio. La rabbia soffocata per anni, la bassa autostima che l’accompagnava causata anche dal comportamento dei genitori non solo dagli abusi, erano esplose con prepotenza e cercavano risposte.

Ovviamente non ho mai saputo il contenuto di quelle sedute, ma so che il mio amico sta ancora aiutandola faticosamente a conquistare un po’ di pace.

Isa si è trovata un lavoro come cameriera per pagarsi le sedute, e per uscire da casa. L’ultimo anno di accademia si è fidanzata con un compagno di corso. Si è diplomata con il massimo dei voti l’estate scorsa, con una tesi sul tema del ricordo al cinema.

Il giorno della laurea, indossava un abito troppo attillato e tacchi troppo alti. I suoi genitori non erano presenti e nemmeno sua sorella. Abbiamo foto che ci ritraggono abbracciate, lei con la corona d’alloro, io con gli occhi lucidi: qualcuno ha detto che sembravamo più madre e figlia che docente e allieva.

Ora Isa è impiegata in uno studio di post-produzione, lavora dieci ore al giorno ed è sottopagata. La sua predisposizione alla sottomissione, purtroppo, è ancora molto viva.

Non so se è riuscita a salvare sua sorella, ma credo abbia salvato se stessa. È ancora fidanzata con quel suo compagno di corso, vivono insieme e insieme continuano a coltivare sogni di gloria e chissà, magari un giorno sentiremo parlare di loro come la nuova coppia del cinema italiano. Di tanto in tanto mi manda un messaggio su Facebook, un abbraccio al volo, una faccina che sorride.

Non è più passata a trovarmi, credo che sarebbe come rinnovare il suo immenso dolore. Da certe ferite non si guarisce mai completamente, ma credo che oggi la sua cicatrice faccia meno male. Poco poco. Socrate ha scritto “Io non posso insegnare niente a nessuno, io posso solo farli pensare”. È questo il mio obiettivo come insegnante, ora: aiutarli a pensare nel totale rispetto delle loro personalità. Aiutarli a spiccare il volo. In qualsiasi direzione. Non sono più riuscita ad assegnare quell’esercizio nei miei corsi. La paura di scoprire negli occhi dei miei studenti, oltre ai sogni, incubi e inferni personali, ancora non mi abbandona, ma sono sempre disponibile all’ascolto per loro e per me questo è l’unico modo per essere un’insegnante e occupare quella cattedra.

Posso dire che questo lavoro per me ormai è tutt’altro che è un ripiego: non esiste mestiere più appagante e coinvolgente al mondo. Nel bene e nel dolore.

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