La fotografia di una vita

Cuore

Riproponiamo sul blog la storia vera più apprezzata del n. 20 di Confidenze

 

Guardo lo scatto del mio ricordo più bello: ci siamo io, mia mamma e la mia piccola appena nata. È un’immagine felice ma per arrivare fin qui ho dovuto percorrere una strada tortuosa. Cominciata con una lettera sbiadita, che il destino ha voluto farmi trovare

STORIA VERA DI LUCIA B. RACCOLTA DA BARBARA BUSINARO

 

Era strano, per me che non avevo più un passato, curiosare in quello degli altri. Ci chiamavano di continuo per liberare cantine e soffitte, per svuotare tutto da case ammuffite che dovevano essere vendute o subito ristrutturate, se il nuovo proprietario se ne era liberato con il contenuto. Con molta pazienza, prendevamo ogni cosa, sia i rifiuti senza appello che l’usato in buono stato, a cui avremmo dato velocemente una nuova vita. Smontavamo mobili ed elettrodomestici, io me la cavavo bene proprio con l’arredo, anche se mi serviva un aiuto per gli scaffali più alti. Poi ancora vestiti, quadri, libri, riviste, anche biciclette e motorini vetusti, che finivano dal signor Pierluigi, meccanico dalle mani prestigiose e in contatto con alcuni collezionisti. Eravamo attrezzati anche per portare via grandi volumi e una volta infatti ci capitò un pianoforte a coda, non ne avevo mai visto uno così, era pesantissimo. Lo trascinammo grazie alle piccole rotelle sotto le gambe, ma poi dovemmo imbragarlo e farlo sollevare dal braccio del camioncino. Mi sono chiesta se qualcuno l’avesse davvero mai adoperato o fosse soltanto un accessorio come un altro. Alla fine l’ho suonato io, mentre lo portavamo al nostro capannone per prepararlo alla vendita. Serviva uno di noi che lo sorvegliasse nel cassone aperto del camion durante il viaggio, così sono salita dietro e mi sono seduta sullo sgabellino. Ho pigiato qualche tasto e poi mi sono lasciata andare alla melodia, le lezioni di piano a qualcosa dovevano servire. I ragazzi se ne sono sicuramente accorti al semaforo, quando anche la signora dell’auto a fianco ha abbassato il finestrino per ascoltarmi. Ma nessuno ha detto niente.

Quelli che mi colpivano di più erano in realtà i ninnoli, le cornici e le vecchie foto. Cercavo di essere la prima del gruppo a entrare nel luogo, proprio per selezionare i pezzi più belli e tenerli da parte, prima che gli altri buttassero tutto alla rinfusa, rischiando talvolta di romperli. Se non erano di valore tangibile, li consideravano solo uno scarto da smaltire all’ecocentro comunale. Per me invece raccontavano storie, sentivo l’eco di ciò che avevano vissuto, di chi li aveva acquistati o ricevuti in regalo, osservavo i volti sorridenti delle fotografie sbiadite, accarezzavo i segni del tempo sulle ceramiche antiche, sfioravo gli intarsi del legno lavorati a mano. Da quando lavoravo per la cooperativa avevo riempito di vari oggetti la vetrinetta quadrata nell’angolo del mio soggiorno, acquistata di seconda mano per l’occasione.

Io, che volevo tanto avere dei ricordi della mia famiglia, vedevo queste persone gettare i propri al macero con incredibile naturalezza. Intere vite sgomberate da perfetti estranei. Le raccoglievo e le portavo a casa con me, inventando per ognuna una storia che s’intrecciasse con la mia.

Sono stata abbandonata davanti a una chiesa dentro un cesto di vimini, nella più classica delle tradizioni, ben coperta ma senza alcun indizio della mia provenienza. Un po’ denutrita ma in buona salute, sono stata adottata con un solo mese di vita. Forse non ne avrei mai saputo nulla se a 14 anni, per problemi medici, non fosse saltata fuori l’incompatibilità del gruppo sanguigno di mamma e papà con il mio, rivelando che non potevano essere i miei genitori biologici.

Il rapporto con mia madre adottiva in effetti non era mai stato idilliaco, almeno guardando le altre mamme con i miei compagni di classe o con gli amichetti del parco. C’era più dolcezza e possesso nei loro abbracci, mentre quelli che ricevevo io sembravano forzati, non riuscivo mai a trattenerla abbastanza vicino, il suo profumo mi sfuggiva in fretta. Eppure non era una persona scostante, priva di emozioni, lo si vedeva per le premure che riservava al suo giardino, sempre così curato e fiorito, anche nella stagione invernale lei sapeva farne risaltare i colori. Spesso però mi sono sentita gelosa proprio del suo perfetto angolo verde, perché quelle attenzioni le volevo per me. Le mie radici erano incerte, le mie foglie si stavano seccando e avevo sete di affetto.

Dall’altra parte mio padre era gentile e affabile, ma piuttosto taciturno, considerava l’educazione di una bambina una questione strettamente femminile. Mi aveva regalato molti libri ma non avevamo mai letto nulla insieme. Conosceva tante cose, non c’era argomento per il quale non avesse aneddoti e riflessioni interessanti, ma non giocammo mai insieme, nemmeno per compilare un cruciverba o per rispondere alle domande dei quiz televisivi.

A scuola invidiavo la mia amica Rossella, che sapeva di essere stata adottata, le era stato detto subito, del resto non si poteva nascondere la sua meravigliosa pelle cioccolato. Era coccolata e ammirata da tutta la sua nuova famiglia, e io mi rodevo quando mi raccontava i suoi pomeriggi a cucinare torte o le domeniche in gita a pesca sul lago. Per mia madre invece Rossella era solo una bambina troppo viziata, che presto avrebbe presentato il conto a quei genitori così irresponsabili. All’epoca avrei voluto essere anch’io viziata così.

Avrei capito più avanti che, pur con le stesse premesse, le famiglie non sono mai tutte uguali. Scoprire la verità sulle mie origini fu un duro colpo. Ero in una fase critica dell’adolescenza, un pessimo momento per quella rivelazione, anche se dubito che ce ne sia davvero uno perfetto.

«Perché non me l’avete detto? Perché? Avevo diritto di sapere!» ho continuato a urlare per giorni.
Il rapporto con quelli che fino ad allora avevo creduto fossero i miei genitori andò rovinandosi ogni giorno di più. Mentre mia madre agognava finalmente di stringermi a sé, desiderava un contatto con i rami della mia esistenza, pieni di gemme pronte a sbocciare, io mi dileguavo nella mia camera con la scusa dello studio. Mio padre invece divenne cupo, c’era un dolore profondo nel suo sguardo, come se avesse compreso la portata delle loro scelte. I miei 18 anni furono in fondo una liberazione per tutti: io potevo cercarmi una sistemazione dove costruire la mia vita indipendente e loro avevano iniziato le pratiche del divorzio. Ancora oggi mi chiedo se fosse stata colpa mia, se non fossi la figlia giusta per quella coppia, o se fossero state le loro difficoltà coniugali a essersi riflesse sulla mia infanzia. Impossibile saperlo.

Dopo solo un mese dal termine degli esami di maturità avevo trovato un bilocale in periferia e un lavoro nella cooperativa di sgomberi con il quale pagare l’affitto e le spese, ma mio padre fu irremovibile su un punto: mi avrebbe comunque pagato le tasse universitarie e di questo gli sono davvero grata ancora oggi, non avrei potuto rinunciare al mio sogno di laurearmi in letteratura inglese e magari di poter insegnare un giorno. Mia madre invece provò a usare l’università come un ricatto affettivo. «Con tutti i sacrifici che abbiamo fatto e stiamo ancora facendo per te, ti dimostri solo una figlia ingrata» tuonava come ultima risorsa. Cercò anche di trascinarmi da uno psicologo con la scusa di un trauma subìto a seguito del divorzio, ma non poté obbligarmi perché oramai ero maggiorenne e indipendente.

Alla fine mi rinchiusi nel silenzio. Mi sentivo sospesa, in attesa di qualcosa del passato che mi mostrasse la strada per il mio futuro.

Ci chiamarono per svuotare un appartamento signorile in pieno centro, i ragazzi mi dissero che era di un’antica famiglia nobile decaduta, affossata dai debiti. L’anziana vedova era morta lasciando qualche cimelio da liberare, prima che la banca si prendesse la proprietà dell’immobile.

Si percepiva che era stata un’abitazione davvero elegante ai suoi tempi, dai marmi pregiati dei pavimenti agli stucchi decorativi negli alti soffitti, come i tendaggi damascati che però avevano perso lucentezza. Dell’originario splendore rimanevano solo un paio di arredi tardo Settecento, affiancati da mobili moderni da grandi magazzini.

Tra porcellane di Limoges e merletti di Burano, la mia attenzione fu attirata da una libreria chiusa da ampie vetrate ambrate. In mezzo a tutti quei libri preziosi, rilegati in pelle con incisioni in oro, mi colpì un’edizione economica, stropicciata da tante riletture. Era una copia del classico Moll Flanders di Daniel Defoe, che avevo letto anch’io qualche anno prima. Stavo per riporlo nella scatola, quando sentii che conteneva qualcosa: nel mezzo era stata infilata una busta destinata allo stesso indirizzo dove ci trovavamo. Dentro c’era una lettera scritta con una bella grafia classica, inclinata a destra con armonia. In mezzo ai fogli, una fotografia scolorita mostrava una ragazza giovanissima seduta su una poltrona logora, con un neonato tra le braccia. “Cara mamma, è nata e sta bene, mi hanno aiutato e non ho avuto particolari problemi, così ho evitato l’ospedale ma il dottore mi ha visitato ogni sera di nascosto. È piccola e silenziosa, come se avesse paura di disturbare, come se sapesse che non potrà restare qui. Non so se avrò la forza di separarmene, ma non trovo altre soluzioni. Lui non la vuole, non vuole nemmeno più me, e questa povera creatura non si merita questo. La lascerò davanti alla chiesa il giorno di Sant’Eufemia, resterò nascosta a guardare finché non vedrò qualcuno che la prenda, poi tornerò a casa e cercherò di andare avanti con la mia vita, con questo macigno nel cuore ma sapendo che almeno lei starà bene”.

La vista mi si appannò ed ebbi un breve giramento quando mi resi conto che non solo la lettera era dell’anno della mia nascita, ma ricordai che nelle carte dell’adozione si menzionava il mio ritrovamento al 16 settembre. Il giorno di Sant’Eufemia.

Non era usualmente un mio incarico, ma feci in modo di essere proprio io a consegnare il resoconto della vendita e l’assegno da incassare alla figlia della defunta, forse colei che aveva scritto alla madre quella lettera struggente, la donna che giovanissima era stata costretta ad abbandonare una bambina appena nata. Conservavo gelosamente il libro sopra il mio comodino e continuavo a rileggere quei fogli ogni sera, prima di addormentarmi, bramosa di scoprire la verità. Mi ripetevo che era solo una coincidenza, dovevo smetterla con quell’ossessione di immaginare un collegamento con la mia nascita o sarei stata profondamente delusa nell’accertarmi che non c’era nulla di vero nelle mie fantasie.

Con il cuore agitato suonai il campanello di una piccola casetta in periferia. La voce che mi rispose al citofono era limpida e chiara, senza indugi. Il cancelletto scattò e attraversai il piccolo giardino sempre più ansiosa. Quando la porta si aprì restammo in silenzio entrambe per molti minuti, una di fronte all’altra per un’infinità sospesa.

Stupore, incredulità, emozione, affetto, paura passarono nei nostri sguardi allo stesso modo. Ci eravamo riconosciute. Avevo la forma dei suoi occhi, ma non il colore castano, le mie iridi conservavano la notte. Avevo ereditato anche l’ovale del viso e la figura asciutta, seppure il mio padre biologico doveva essere una spanna più alto. O lei aveva ceduto al peso della tristezza. «Entra, ti prego. Ho molte cose da raccontare, se vorrai ascoltarle» mi disse. Il mio albero genealogico prese forma con le sue parole, fino all’ultima tenera foglia che ero io. Aveva ceduto alle lusinghe di un giovanotto di una famiglia più altolocata della nostra, figlio di un conte anglosassone. Che però non aveva voluto sposarla quando fu annunciato il mio arrivo. Il padre di lei, mio nonno, furioso per la colpa della figlia, la cacciò di casa, costringendola a riparare presso una zia, lontano da ogni sguardo indiscreto e da ogni chiacchiera. Fu qui che io nacqui, ma decise di lasciarmi davanti alla chiesa della sua stessa città. «Speravo che ogni giorno avremmo salutato lo stesso sole e che magari il destino ci avrebbe fatte incontrare».

Oggi ho sostituito quasi tutti gli oggetti della mia vetrinetta dei ricordi. Ho recuperato i ritratti dei miei veri nonni, alcune delle ceramiche di Limoges di nonna e la vecchia pipa del nonno. Dentro la vecchia cornice in argento ho messo una foto sbiadita del mio vero padre da giovanotto, purtroppo passato a miglior vita molti anni fa. Mi sarebbe piaciuto incontrarlo, anche senza palesare la parentela per sapere quanto ho davvero preso da lui.

Al suo fianco ho messo un’immagine di mia madre da ragazza, così giovane come quando si devono essere incontrati.
Non avevo rintracciato però solo le mie origini, avevo scoperto pure di avere un fratellastro e così ci hanno immortalati insieme il giorno della mia laurea. Vicino a quel quadretto, una fotografia di tutta la famiglia, compreso il mio nuovo patrigno che mi ha subito accettato come parte della famiglia. Ovviamente in mezzo a tutto questo c’è il libro della nonna, il contenuto più prezioso, quello che ha rimesso a posto tutta la storia.

Ma il ricordo più bello racchiude in una cornice dorata mia madre, me e la mia bambina appena nata, le meravigliose gemme della mia vita.

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