La musica del cuore

Cuore

Vi riproponiamo sul blog la storia storia vera di Viola F. raccolta da Simona Maria Corvese, è la più votata del n. 52 di Confidenze


Imparare a suonare la chitarra faceva bene a Matteo, il mio bambino affetto da autismo. E c’era una simpatia reciproca tra lui e Stefano, l’insegnante. Vederli insieme mi dava un grande conforto, non solo come madre

Storia vera di Viola F. raccolta da Simona Maria Corvese

 

«Lascia stare quelli con cui hai la sensazione che non potrebbe funzionare. Non perderci tempo» fu il consiglio di mio padre. Sedeva in poltrona nel salotto di casa sua, con le gambe incrociate e un quotidiano in mano. Mia madre era morta da un anno, ma lui non si era perso d’animo. Si era dedicato a me e a mio figlio senza mai dare a vedere quanto gli mancasse la donna che era stata la sua compagna di vita per quasi 50 anni. La sua presenza era stata un grandissimo aiuto, soprattutto quando lavoravo. Abitavamo nello stesso condominio, ma su piani diversi, ed era lui che si occupava di mio figlio andando a prenderlo a scuola e aiutandolo nello studio.

Dopo la fine del mio breve matrimonio e quella di una lunga relazione, per il compleanno mio padre aveva deciso di regalarmi l’iscrizione a una delle agenzie matrimoniali più serie di Milano, nella speranza che potessi incontrare l’anima gemella. Anima gemella, un’espressione importante, soprattutto per persone ottimiste. Ottimismo che non avevo, dopo due fallimenti affettivi che pesavano sulla mia vita.

La verità era che avevo 38 anni e un figlio di sette, speciale. Come madre di un bambino autistico, prossima ai 40 anni, ero convinta di non avere molte possibilità di successo per rifarmi una vita sentimentale. Non ero in cerca di un maschio con cui vivere alla giornata. Mi dava la nausea la sola idea di sedermi al tavolo di un ristorante con tipi a caccia di donne sole e scambiare battute come: «Che lavoro fai nella vita? Ti piace? Molto interessante, raccontami».

Desideravo solo conoscere un uomo con cui condividere un progetto di vita concreto ma, obiettivamente, con la mia situazione familiare non avevo molte chances.

Un’agenzia per cuori solitari forse mi avrebbe risparmiato incontri deludenti. Perché non tentare?

Mi venne proposta una rosa di persone con caratteristiche che avrebbero potuto avvicinarsi alle mie aspettative. Iniziai così una breve corrispondenza con loro. Era bello alla sera connettermi al computer e parlare con potenziali anime gemelle che vivevano sparse in tutta la Lombardia. Mi trovai però a fronteggiare un imprevisto. Avevo sempre pensato che quando avrei parlato di mio figlio, li avrei visti prendere la fuga, invece accadde il contrario. Gli uomini che avevo incontrato di persona erano stati tutti gentili. Ma quando avevo fatto conoscere loro mio figlio, era stato lui a opporre resistenza. Non ce n’era uno che gli andasse bene. Era scontroso con tutti e arrivava persino a cacciarli via. Matteo vedeva come il fumo negli occhi questa idea dell’agenzia matrimoniale. Era gelosissimo di ogni uomo che avrebbe potuto portargli via la sua mamma.

Un po’ mi ero aspettata questa situazione. Ad altre mie amiche, o colleghe divorziate era successo di accettare appuntamenti con uomini che sarebbero poi diventati i loro nuovi partner. Avevano fronteggiato questi problemi con i figli prima di me e mi avevano preparata. Ero pronta ad affrontare questo tipo di reazione e a provare a venirne a capo, ma Matteo sembrava irremovibile.

 

Stavo per abbandonare l’idea di fare nuove conoscenze quando un pomeriggio, andando a prendere mio figlio alla lezione di chitarra alla scuola civica di musica, conobbi Stefano, il suo nuovo insegnante. Non era lo stesso che aveva avuto l’anno precedente: lui aveva anche un doppio lavoro visto che insegnava musica anche nella scuola media di una cittadina della provincia milanese. Scambiammo qualche parola e gli parlai della lieve forma di autismo di Matteo. In piedi sulla porta dell’aula, Stefano mi rassicurò. «La musica, soprattutto l’improvvisazione, aiuta i bambini affetti da questo disturbo a esprimersi e a comunicare con gli altri. Aspetta un attimo, per favore». Si allontanò e tornò alla cattedra, dove estrasse dal suo zaino un bigliettino da visita. Tornò da me e me lo consegnò. «Qui c’è l’indirizzo del mio corso di musicoterapia che tengo gratuitamente presso un centro specializzato. Trovi anche la mia mail. Prova a vedere sul sito quello che facciamo e se senti il bisogno di farmi domande, puoi scrivermi» mi disse con un sorriso che avrebbe messo a proprio agio chiunque.

Lo ringraziai e, tornando a casa, parlai di lui a Matteo. Gli dissi che mi era parso una persona simpatica e capii che mio figlio lo adorava.

Nei giorni seguenti decisi di scrivere a Stefano per porgli qualche domanda, dopo aver visto sul sito che mi aveva indicato quali benefici la musica potesse dare ai bambini autistici.

Lui fu gentilissimo e mi rispose subito, indicandomi altri indirizzi dove avrei potuto raccogliere ulteriori informazioni. Con grande spontaneità continuammo a scriverci, soprattutto di sera. Lui mi parlò delle sue esperienze con bambini come Matteo e io gli raccontai della mia pratica quasi quotidiana con persone più mature che, grazie alla scrittura, avevano trovato un modo di raccontare la loro vita e farne dono ai familiari. Spiegai a Stefano che lavoravo in una casa editrice e in un’università della terza età dove insegnavo scrittura creativa, in particolare l’arte di mettere su carta racconti autobiografici. I libri in effetti erano la mia vita.

A parte quello che mi aveva raccontato del lavoro, non sapevo nulla della sua vita. Non era solo una persona molto gentile, era anche un bell’uomo: alto, moro, con occhi castani scurissimi e un sorriso aperto e gentile. Non doveva avere più di 45 anni e, per quanto ne sapevo, poteva anche essere sposato.

Nei giorni seguenti, andando a prendere Matteo, notai che Stefano era un argomento molto trattato dalle altre mamme in attesa dei figli. A quanto pareva, l‘aspetto affascinante e la gentilezza avevano fatto breccia in parecchi cuori femminili. Fu così che scoprii che era divorziato e non aveva figli. Un pomeriggio fu lui a fermarmi perché voleva parlarmi di alcune caratteristiche comportamentali che aveva osservato in Matteo. Purtroppo quel giorno il bambino era molto irrequieto e non potei trattenermi.

«Se non sono indiscreto, potrei avere il tuo numero di cellulare? Ti vorrei telefonare più tardi per parlartene» mi disse uscendo con noi dalla scuola.

Fu una bella sensazione camminare con Stefano accanto. Mi sentivo protetta, in pace con me stessa e fiduciosa nel futuro. Per un istante ebbi un’immagine di noi tre insieme, come se fossimo una famiglia. Non era solo un sogno a occhi aperti, piuttosto un desiderio.

Mi chiamò come promesso e mi disse che aveva notato una notevole apertura di Matteo negli ultimi tempi. La musica non sarebbe riuscita a guarirlo, ma stava producendo effetti positivi su di lui. Mi sentii rasserenata dalle sue parole ed ebbi la sensazione che l’interesse che stava mostrando per mio figlio fosse sincero. Mi sorprese anche scoprire quanto era facile parlare con lui. Quella sera la conversazione si allargò a molti altri argomenti e la telefonata si rivelò la prima di una lunga serie. Non mi era mai piaciuto intrattenermi a parlare al telefono, neppure quando ero ragazza, ma provai una grande gioia quando Stefano mi chiese il permesso di chiamarmi ancora. In effetti, mentre parlavamo quella prima volta avevo proprio sperato che me lo chiedesse ed era successo veramente. Ci sentimmo con regolarità per alcuni mesi, spaziando sugli argomenti più vari. Ogni volta stavamo al telefono o in collegamento Skype almeno un’ora. Una cosa per me eccezionale che, lo ripeto, non avevo mai fatto neppure quando ero adolescente.

 

Prima di Natale decidemmo di uscire insieme una sera solo noi due. Mio padre si offrì di tenere Matteo. Temevo che il mio bambino potesse avere qualche reazione violenta, invece non oppose alcuna resistenza alla mia uscita. Era sconfinata la sua simpatia per l’uomo che gli insegnava a suonare la chitarra. Andammo a cenare in un ristorante che conosceva Stefano, poi ci attardammo in una libreria nel centro di Milano. Aveva un angolo bar e prendemmo un caffè: visto che eravamo nel mio regno, quello dei libri, Stefano mi chiese consigli quando ci ritrovammo davanti alla sezione dedicata alla letteratura classica. Scoprii che anche lui, come me, amava Charles Dickens. Che dire? Era perfetto! Nessuno di noi due aveva voglia di far finire quella bella serata così andammo in un piano bar. Le luci soffuse, l’atmosfera accogliente e le note avvolgenti di un piano ci diedero l’occasione di parlare anche di musica, un altro interesse che avevamo in comune. Alla fine della serata avevo il desiderio di rivederlo presto. Mi sentivo attratta da Stefano e dal suo sguardo gentile e lui sembrava ricambiare l’interesse. Ne ero ancora più convinta perché, grazie alla corrispondenza che ci eravamo scambiati e alle telefonate delle settimane precedenti, mi sembrava di conoscerlo da molto più tempo di quanto fosse in realtà e che quella fosse solo una delle tante serate passate insieme.

Fissammo un appuntamento per la domenica successiva nella chiesa dove suonava con alcuni chitarristi suoi ex studenti. Finita la messa, saremmo andati in un locale nelle vicinanze per un brunch. Avrei portato anche Matteo per vedere come reagiva a passare qualche ora con Stefano al di fuori del corso di musica. Allo stesso tempo avrei anche studiato il comportamento di Stefano; non volevo affezionarmi a un uomo che non accettava mio figlio, o che non era in grado di essere al mio fianco nelle numerose sfide che Matteo e io avremmo dovuto affrontare nella vita.

Durante la messa Matteo osservò pieno di orgoglio il suo maestro di musica mentre suonava. Quando, finita la funzione, ci avvicinammo a Stefano, lui salutò Matteo con un sorriso così dolce e una voce piena di gentilezza che mi scaldarono l’animo.

Ero comunque in ansia, temendo che Matteo potesse avere uno dei suoi attacchi di gelosia. Certo, Stefano era il suo maestro preferito, ma era anche l’uomo che aveva iniziato a frequentare sua madre. Ogni mia preoccupazione si dissolse quando il bambino ricambiò il saluto con la stessa simpatia con la quale parlava di lui a casa. Passammo tutta la giornata insieme e Matteo non manifestò mai segni d’insofferenza. Stefano, dal canto suo, sembrava capire alla perfezione Matteo e come comunicare con lui. Mi fu chiaro allora che non sarebbe stato una persona di passaggio come quelle che avevo incontrato grazie all’agenzia per cuori solitari. Matteo lo aveva accettato, era lui la persona giusta per noi. Con la sua gentilezza, Stefano aveva conquistato anche il mio cuore e sentivo di aver fatto la scelta giusta.

 

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