La strada

Cuore
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Dal n. 31 di Confidenze, ecco una delle storie più votate dalle lettrici sulla pagina Facebook

 

In casa nostra, le carezze non esistevano. Avevo 14 anni e me ne sentivo addosso il triplo. Sono rimasto chiuso nel mio buio finché qualcuno non mi ha spiegato chi erano davvero i miei genitori. Così, perdonando loro, ho trovato la via per l’amore

STORIA VERA DI DAVIDE N. RACCOLTA DA TIZIANA PASETTI

 

Ero poco più di un ragazzino. Mi ero svegliato tardi, come sempre la domenica: la voce stridula di mia madre e quella di mio padre, annoiata, arrivavano chiare, amplificate. Dormivo in una stanza ricavata con una parete di cartongesso dalla sala da pranzo. La mia casa somigliava a tutte quelle che conoscevo. Nella mia testa era una bella casa dominata dalla voce di mia madre e con mio padre che per me era un eroe.

Quando camminavo con lui la gente si spostava per farci passare. Guardavo poca televisione, ma avevo capito che trattamenti come quelli che venivano riservati a mio padre spettavano solo a persone importanti. Lui era uno che contava. Come il Presidente della Repubblica. Come il Papa.

Nella borgata di Roma Sud dove era nato lui e poi io, nessuno poteva parlare come faceva lui.
Dunque, mi ero alzato dal letto, avevo infilato la testa sotto il getto gelato dell’acqua come avevo visto fare a mio padre centinaia di volte e avevo mandato giù un biscotto. Mia sorella era seduta per terra: si portava alla bocca un pupazzo di plastica indicando prima mia madre, poi mio padre, infine tendendo le braccia verso di me. Non conoscevamo il linguaggio della tenerezza: quella bambina era nata con una malformazione al bacino che le impediva di camminare e restava lì, incapace di lamentarsi davvero. Non ricordo di averla mai accarezzata. Non ricordo che qualcuno, mio padre o mia madre, abbia mai accarezzato me. Le carezze che conoscevo erano quelle che avevo visto in qualche film dove c’erano rese dei conti, violenza, guerra e poi quei gesti, i sospiri, le lacrime, i giuramenti: ecco, quello a casa mia non c’era. Avevo 14 anni e me ne sentivo addosso il triplo. Sapevo come andavano le cose, come lo sapeva mio padre che ne aveva appena 18 più di me, e come lo sapeva mia madre. Per me erano due vecchi che c’erano da sempre, senza che avessero mai conosciuto l’infanzia o la giovinezza.

Ricordo quella mattina come mi si presentò davanti agli occhi la piazza in ogni minimo dettaglio. Mio padre mi aveva dato dei soldi per le paste, otto come ogni domenica. Due a testa: nocciola e pistacchio per me; due alla panna, che in realtà avremmo mangiato noi, per mia sorella; crema e cioccolato per mia madre; caffè e zabaione per mio padre. Il vassoio era già pronto, in attesa, incartato. Potere dell’abitudine e non solo.

Ricordo che per pagare dovevo insistere, Carlo il pasticcere mi diceva: «Lascia stare, offro io».
Mio padre però non voleva. «Il lavoro si paga e non farti mai mettere in condizione di dover dire un grazie da servo». Lo ripeteva in ogni situazione e per me era motivo d’orgoglio, voleva dire che potevamo permetterci le cose che desideravamo. Avrei capito solo molti anni dopo il vero senso di quelle parole.

Fuori dal bar c’era un mio compagno di classe, avevo evitato di salutarlo, mi arrivava al fianco. Per la terza volta ripetevo la prima media. Ero il più temuto. Ero il capo. Come succedeva con mio padre, tutti si facevano da parte quando passavo. Non conoscevo il termine vergogna.

Per me la scuola era solo un posto che non capivo, un luogo dove bisognava assumere atteggiamenti e comportamenti che chiamavano regole. Regole. Re-go-le. Sapevo addirittura dividere in sillabe quel termine incomprensibile.

Se alzavo le mani? Mai. E mai ho visto alzarle a mio padre, mai gli ho visto un livido in faccia. «Non toccare mai nessuno» era un comandamento, per mio padre. «Se usi le mani, mostri debolezza.

Usa gli occhi, stai zitto e aspetta che siano gli altri a cambiare strada. Ricorda a tutti di chi sei figlio». Erano parole che sapevano di minaccia e di chi fossi figlio non lo dicevo mai, tanto lo sapevano tutti.

Il profumo delle paste era inebriante: mentre camminavo lo respiravo, e quello sì, forse quello era un tipo di carezza. Le avremmo divorate dopo le tagliatelle condite con il sugo di carne di maiale e funghi, la specialità di mia madre. A nostro modo, immagino, pensavamo di vivere la migliore delle vite possibili. Avevamo tutto: potere, soldi, rispetto. Io, almeno, la vedevo così. E non feci subito caso alle due volanti della polizia parcheggiate proprio sotto casa mia.

Mio padre è morto a 38 anni, in carcere. Un infarto, pare. Vennero a prendere lui e mia madre, quella domenica mattina, e insieme a loro portarono via dei pacchi di plastica nascosti nel mio materasso e in quello di Valeria, mia sorella. Ecco cos’era lo strano rumore che sentivo ogni volta che mi giravo e rigiravo in certe notti insonni, soprattutto d’estate. Ecco perché, ogni volta che recuperavo uno sprazzo di infanzia e mi buttavo a volo d’angelo sul letto, mio padre mi diceva: «Non fare lo stupido, sei grande, il letto va rispettato come si rispetta la tavola in cui mangi». Una vicina mi afferrò per un braccio e mi tenne lontano, poi arrivò una donna in divisa e disse: «Al ragazzino penso io, grazie».

Li vidi uscire dal portone, le teste incassate nelle spalle, le braccia dietro la schiena. Mia madre urlava con quella sua solita voce cose volgari. Mio padre in silenzio, come quasi sempre. Nessun ultimo sguardo, non chiamarono il mio nome, o quello di mia sorella. La donna in divisa ripeteva: «Non guardare, non è successo niente, sono solo dei controlli». Per ultima uscì mia sorella in braccio a un uomo alto, vestito con abiti normali. Come sempre, era serena. Non c’erano carezze come le vedevo nei film, però ricordo che mio padre, quando era sera e Valeria doveva dormire, diceva a tutti: «Silenzio, parliamo piano, ha il sonno leggero».

Le sistemava la copertina. Era un tipo di carezza, forse? Mi sono spesso chiesto che fine abbia fatto il vassoio di paste, se qualcuno le abbia mangiate, se siano finite nella spazzatura.

Il sugo, venni a sapere molto tempo dopo, era stato già versato sulla pasta quando due uomini in divisa avevano sfondato la porta senza aver neanche provato a suonare. Né mio padre né mia madre opposero resistenza.

Anni dopo venni in possesso del verbale stilato durante l’incursione, c’era solo un virgolettato e apparteneva a mio padre:

“Se siete qui vuol dire che sapete tutto. Quindi anche che ci sono due minori, una piccola che non sta bene. E anche che non ho armi in casa. Potevate evitare questa sceneggiata da telefilm, non ne avete il fisìc du rol“. Fisìc du rol: il tipo aveva scritto esattamente così. Mio padre e mia madre, a differenza mia, avevano studiato. Si erano conosciuti sui banchi di un liceo. Anche se era Roma Sud, anche se il passato delle loro famiglie aveva messo un’ipoteca sul loro futuro.

Valeria fu affidata a una casa gestita da suore. La malattia che aveva alle anche fu curata, non era nulla di irrimediabile. Mi sono chiesto anche questo, poi: i miei genitori lo sapevano che Valeria avrebbe potuto stare bene? Io ho girato almeno dieci case famiglia e sono finito nelle mani di non so quanti psichiatri e psicologi. Prima o poi si tiravano tutti indietro. Mio padre mi aveva insegnato a fissare le persone negli occhi, in silenzio. Mio padre mi aveva insegnato il linguaggio

dell’intimidazione, del rifiuto. Sapevo parlarlo benissimo. E mi divorava, immagino. Da quella mattina non avevo mai versato una lacrima, non avevo mai chiesto di poter parlare con mia madre e mio padre, o scrivere una lettera. Non pensavo a Valeria. Ero sazio di un vuoto che non mi faceva stare male.

Roma oggi è deserta, lo è da mesi. Cammino da solo lungo queste strade che riconosco. Il bar dove entrai l’ultima volta 30 anni fa per comprare le

paste ha la saracinesca abbassata. Attraverso la piazza e mi fermo un istante davanti al portone di casa mia. Quando qui ci abitavamo noi, sul citofono non c’erano il cognome di mia madre o di mio padre. Lo guardo e sorrido, sfioro il piccolo pulsante. Riprendo il mio cammino, affretto il passo, oggi è un gran giorno.
Nel giardino della casa famiglia ci sono 30 sedie, distanziate. Le mascherine che coprono la metà del viso non nascondono gli occhi: riconosco, riconosco tutti. «Bentornato» sento dire. Nessuno si avvicina, la regola è questa, ma sento gli abbracci, li sento tutti. Mi siedo e, mentre ascolto, guardo davanti a me, lo sguardo passa da un paio di occhi neri a uno di azzurri.

«Averti potuto accogliere, anche se con tutte le difficoltà legate a questa pandemia, è un piacere immenso per tutti noi, Davide». Alzo il viso, faccio un cenno con la mano. «Quando Davide arrivò qui dopo aver girato quasi tutte le strutture di accoglienza che conosco era un’anima chiusa sotto vuoto». La voce dell’uomo che mi ha salvato è forte, non ha bisogno di essere amplificata.
Guardo i ragazzi ospiti di questo luogo e spero accada loro quello che è successo a me. Torno sugli occhi neri, poi su quelli azzurri. Mi alzo.
«Mio padre non ha mai avuto la mia età, pensavo a questo mentre venivo qui. Quando avevo 14 anni e lui appena 18 più di me, lo vedevo come un vecchio, quasi. Lo vedevo come un uomo invincibile, il padrone del quartiere. Un quartiere che per me rappresentava il mondo. Lo portarono via perché quel potere se lo era conquistato spacciando la droga. Era un uomo cattivo? L’ho creduto a lungo e a lungo ho pensato di essere come lui. E ho dimenticato mia madre, mia sorella. Sono rimasto in silenzio, chiuso nel buio di una solitudine assoluta. Poi un giorno sono arrivato qui, come voi. E qualcuno» mi giro e guardo Dario, che di questa casa è l’anima, «mi ha raccontato una storia che non conoscevo. La storia della mia famiglia, di mia madre e di mio padre».

Avevano 17 anni, quando mia madre rimase incinta. Frequentavano il liceo, mia madre avrebbe voluto diventare biologa e mio padre insegnante di Lettere o Filosofia. Furono allontanati dalle rispettive case perché mia madre disse di non voler abortire e perché le due famiglie non si piacevano, c’erano stati dissapori legati a delle proprietà: terreni piantati con viti e ulivi, roba del genere. Lo spaccio fu l’unica occasione, l’unico modo per non rinunciare al loro sogno a quell’età.

Non si diplomarono, niente università: io ero nato prematuro due mesi prima del termine ed erano convinti che non ci fossero alternative.

«Erano due bambini». Fisso il paio di occhi neri che fissa i miei. «Hanno fatto errori che hanno pagato, che abbiamo pagato tutti. Non hanno avuto la fortuna di incontrare la persona giusta. Quando si è soli, quando ci si sente abbandonati, è facile perdere il lato buono del sogno». Mio padre non si è mai drogato e neanche mia madre, ma questo non li giustifica. Lo spaccio è un inferno che trascina e divora le famiglie, la vita della gente. Aveva cambiato il carattere dei miei genitori: quando hai a che fare con un giro di soldi vertiginoso e illegale ti scatta qualcosa dentro, devi rispondere a persone che non ci pensano due volte non solo a minacciare, ma anche a sparare. E mio padre, anche se non aveva mai alzato le mani per picchiare qualcuno, aveva fatto qualcosa di più. Aveva premuto il grilletto. Una mira pazzesca, chirurgica, pare. Lui ha sempre negato, però. Ha detto: «Ho minacciato, ma non ho mai sparato e non ho mai ucciso. Mi stanno incastrando». Non gli hanno creduto, pare che le prove fossero schiaccianti. Oltre al carcere, gli tolsero la patria potestà. Io non avevo più un padre.

Dario mi ha convinto a riprendere gli studi. E un giorno mi ha fatto incontrare Valeria, che stava crescendo in una piccola casa gestita da suore. Imparammo a conoscerci da capo. Imparammo anche ad avvicinarci a nostra madre. Per lei la pena era stata minore, non le era stato riconosciuto nessun ruolo attivo e nelle testimonianze processuali mio padre l’aveva sempre definita “una vittima. Lei non voleva, si è trovata dentro con un neonato e nessuno ad aiutarci: non si è salvata”. Quello che mi ha detto mia madre, la sua verità, la sua fedeltà a un amore che non ha mai rinnegato, è semplice: «Era un padre di famiglia e un marito, sapeva cosa doveva dire per non farmi restare dentro troppo. È vero, non ho mai spacciato, ma sapevo. Non sono mai andata via, non ho cercato alternative. Io non ho provato a salvare lui anche se ero convinta di amarlo nel modo giusto, l’unico».

«Quando tornerai?». Mia madre e mia sorella sono un paio di occhi neri e un paio di occhi azzurri che mi guardano da una distanza che è solo fisica.

Oggi vivono insieme nella casa che abbiamo lasciato tutti quella domenica. Quando tornerò? Non ho una risposta. Quando ho ricominciato a studiare e ad aiutare Dario con gli ospiti più giovani della casa, ragazzi difficili, ho sentito che qualcosa dentro di me cambiava. Il mio cuore si stava scongelando. Uscivo con gli amici della scuola serale, avevo anche una fidanzata, anni finalmente felici e sereni. Ma i momenti migliori, in cui mi sentivo innamorato, non erano quelli che passavo tra le braccia di una donna. La storia della mia vita e di mio padre ha inciso sulla mia scelta? Forse. Ma anche se fosse, non lo giudico un ripiego, ma il senso di tutto. Non ho potuto abbracciare mio padre un’ultima volta, che poi sarebbe stata la prima, ma ho capito e accettato la sua vita. Non ho avuto bisogno di cercare un perdono. Ho scelto di dedicare la mia vita a Dio, alla missione nelle terre dimenticate, tra la gente assetata di salvezza. Il carcere è un deserto che riesce a generare vita. Nella tasca del mio saio stringo la piccola Bibbia che mio padre mi ha lasciato, sua compagna negli anni della pena. Leggo spesso le sue parole, scritte a matita sulla prima pagina con una calligrafia limpida: “Non ho mai ucciso Davide, Valeria, siate certi di questo.Tu, Francesca, perdonami per il nostro amore troppo giovane. Cercherei altre soluzioni, potendo rifare tutto da capo, ma sceglierei di nuovo te”. Penso all’amore, alle strade apparentemente assurde che percorre per raggiungerci. La piazza è deserta, le saracinesche abbassate. Ricordo le mattine d’estate, quando uscivamo presto per andare al mare, anche allora i bar erano chiusi. «Partiamo presto, così quando arriviamo possiamo fare la buca con l’acqua e metterci dentro Valeria perché si scaldi le ossa» diceva papà la sera prima mentre mamma preparava i panini con le polpette. Oggi so che quelle erano le loro carezze.

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