Le pietre e lo scantu

Cuore

“Mi ha riportato alla memoria momenti dell’infanzia, il malocchio, quei mal di testa feroci che la nonna era capace di allontanare con… acqua e olio! Sarà stato l’effetto placebo o il Non è vero ma ci credo, funzionava!” scrive M. Luisa sulla pagina Facebook. La storia preferita del n. 35 è Le pietre e lo scantu, ve la riproponiamo qui

 

Nella mia terra, la Sicilia, si pratica un rito antico per scacciare lo spavento. Da ragazzo guardavo con sufficienza queste credenze. Ero un tipo concreto e, in seguito, sono diventato uno scienziato. Ma un giorno, quando mi ero perso nel bosco e tremavo, ho cambiato idea

Storia vera di Alberto T. Raccolta da Irene Zavaglia

 

Esiste la magia? Il poeta William Yeats ha scritto: “Il mondo è pieno di cose magiche, pazientemente in attesa che i nostri sensi si acuiscano”. C’è stato un tempo in cui neppure mi soffermavo a prendere in considerazione la faccenda. Un tempo in cui ero un bambino curioso, cresciuto in una delle zone più belle dell’entroterra siciliano, ma assolutamente restio a qualsiasi forma di rapimento che esulasse il normale raziocinio.

Da piccolo mia madre mi portava a farmi levare lo scantu, lo spavento. Accadeva, infatti, che io o uno dei miei fratelli ne manifestassimo i sintomi: pallore accentuato, occhi cerchiati di scuro, persistente mal di pancia, disturbi del sonno e, se la situazione era veramente grave, addirittura nausea, vomito e febbre. Non c’erano dubbi in merito: un evento qualsiasi, fosse stata anche solo una porta che aveva sbattuto a causa del vento, ci aveva spaventati. L’unico rimedio era far visita a nonna Maria, una donnina minuta e vestita di nero che aveva ereditato la preghiera segreta per il rituale che ci avrebbe guariti. Arrivavamo a casa di Maria subito dopo il tramonto, le portavamo in dono primizie, zucchero, o caffè. Ci accoglieva con immenso affetto nelle stanze immacolate che mostravano le tracce di una vita passata a dedicarsi agli altri. Su un tavolo i centrini di pizzo e le foto dei defunti perennemente rischiarate dai lumini accesi. Sulle mensole le statuette dei santi a vegliare su ogni gesto. Provavo a sottrarmi. Ripetevo a mia madre che stavo bene, che ero tornato in salute. Non erano tanto il rito o la cara vecchina a indispettirmi, quanto, una volta terminato il tutto, la sensazione che qualcosa fosse andata effettivamente a posto e senza che io potessi trovare una spiegazione plausibile. Ero ancora distante dal comprendere che, spesso, la mente, veicolando una gestualità positiva, è in grado di esercitare effetti benefici sul fisico.

L’ultima volta che vidi nonna Maria avevo 14 anni. D’un tratto la pubertà era esplosa e mi aveva lasciato smagrito, inappetente e suscettibile a ogni stimolo esterno. L’unica pratica in cui trovavo conforto era collezionare le pietre, piccoli sassi dalle forme particolari che raccoglievo nei boschi o lungo gli argini dei torrenti. Mia madre si preoccupò. Prese il solito appuntamento con la devota donna. «Non ci voglio venire, basta con queste fesserie» protestai.

Ci andai. Non avrei mai dato un dispiacere a mia mamma. La nonna mi fece accomodare e si preparò al rituale. Andò in cucina e tornò con il piatto colmo d’acqua e la solita tazzina contenente l’olio d’oliva. Si fece il segno della croce e intinse il mignolo nell’olio premurandosi di farlo sgocciolare nell’acqua. Iniziò con il mormorio dell’orazione udibile solo a lei e, in concomitanza, sempre con il dito unto, si allungò a segnarmi con una croce appena sotto lo sterno: era lì che si annidava lo scantu, all’ingresso della bocca dell’anima.

«Io non ci credo a questo cose» borbottai. Mia madre si portò il dorso della mano alle labbra e mi indirizzò l’inequivocabile segno che a casa avremmo fatto i conti. L’anziana donna non si scompose. «E a cosa credi, tu, Alberto?».

Tirai fuori dalle tasche tutti i sassi che mi ero portato dietro. «Ecco» mostrai. «Credo ai sassi, questi sono veri, si possono toccare, e se te ne lanciano uno, ti fa male».

Nonna Maria sorrise mesta. «Le pietre sono sacre, assorbono l’energia dei luoghi e degli uomini che le hanno toccate, raccontano la storia dello spirito del mondo» disse. Sbuffai. Per quanto mi riguardava, le pietre erano pietre, il massimo che si poteva fare era analizzarne la composizione.

L’anziana riprese con le preghiere e le croci sulla mia pancia, non si poteva lasciare il rito a metà, ma prima di terminare esordì con una rivelazione sconcertante. «Questo ragazzo è ben voluto dai morti» annunciò pacatamente.

Mi alzai di scatto. Avevo sopportato abbastanza. Uscii come un fulmine dall’abitazione della vecchia con la chiara intenzione di non rimetterci più piede.

Con gli anni dimenticai l’accaduto e concretizzai la mia passione laureandomi in Geologia. Trovai lavoro all’estero nell’ambito dell’industria mineraria e conobbi Camille, innamorandomene perdutamente. Ci sposammo quasi subito, eravamo una coppia affiatata. Nacquero Simon e Annie. Ero felice, non mi mancava nulla.

Ogni estate, io e mia moglie organizzavamo un viaggio in Sicilia perché lei e i bambini conoscessero lo splendore delle mie radici. Giravamo per tutta l’isola. Visitavamo posti in cui non ero mai stato, luoghi incantevoli che catturavano i nostri cuori e che ci consentivano di immergerci nella cultura millenaria di una regione affascinante e per certi versi misteriosa.

«La tua Sicilia è magica» mi ripeteva mia moglie. Sorridevo. Lei riusciva a cogliere sfumature che io mi ostinavo a non voler vedere.

Fu Camille a insistere per l’escursione alle Rocche di Argimusco. Aveva letto su una rivista che l’altopiano custodiva uno dei complessi rupestri più affascinanti di tutto il meridione. Si trattava di enormi pietre simili a megaliti e dalle forme più disparate caratterizzati, tuttavia, dalla loro naturalità. L’acqua, il vento e, forse, solo in parte, l’essere umano le avevano modellate nel corso dei secoli. Ne fui entusiasta. Prenotammo una visita guidata e decidemmo di lasciare per qualche giorno i bambini con i nonni, pregustando una piccola vacanza solo per noi.

L’altopiano si rivelò più bello del previsto. Adagiato tra i monti Peloritani e i monti Nebrodi, si innalzava dalla val Demone per circa 1200 metri di altitudine. Ci perdemmo a contemplare il panorama mozzafiato. Immersi in un’atmosfera a dir poco ancestrale, la guida ci illustrò il significato della forma di ogni mastodontica pietra: si potevano intravedere le figure di un’aquila, di un pellicano, di una civetta e quella ammaliante di una donna in preghiera che era stata denominata l’”Oratore”. Altre rocce presentavano forme perfettamente sferiche, o somigliavano a delle vasche, tanto da far pensare agli studiosi che fossero state utilizzate in passato per praticare riti sacri ed esoterici. Io e Camille ci tenemmo per mano stregati da tanta meraviglia.

Dopo la visita alle rupi ci attardammo nella zona circostante. Nei pressi dell’Argimusco si estendeva a perdita d’occhio la riserva naturale del bosco di Malabotta, l’unica antica foresta sopravvissuta in Sicilia. Ci informammo presso lo sportello dell’associazione che organizzava le escursioni se era possibile unirsi a qualche gruppo. «Oggi è tardi» ci comunicò l’addetta alle prenotazioni. «Le nostre guide sono già partite e non è raccomandabile avventurarsi da soli. Esistono diversi itinerari ma, per chi non li conosce, c’è il rischio che la fitta vegetazione e gli scenari che mutano di continuo possano trarre in inganno. Se volete, potete fare una passeggiata a cavallo su un sentiero circoscritto».

Non ci sembrò vero, Camille nutriva una passione smodata per i cavalli e anche solo la passeggiata ci sembrò il modo più romantico per concludere la giornata. Ci vennero assegnati due cavalli ben addestrati e ci fu indicato il sentiero dal quale non avremmo dovuto allontanarci.

Uno spettacolo di querce secolari, castagni, pioppi e aceri ci ammaliò per diversi chilometri. Non ci stupimmo che quello venisse chiamato il “bosco incantato”: l’aria che si respirava era da fiaba. Poco prima del cartello con la segnaletica per la via del ritorno, sentii in lontananza l’inconfondibile gorgoglio dell’acqua. «Ci deve essere un torrente» dissi a Camille. «Andiamo a vedere?».

Tentennò. «In verità, sarebbe ora di rientrare. Poi hai sentito la signorina, meglio non allontanarci». Insistetti, cosa avrebbe comportato una piccola deviazione? Sarebbero stati sufficienti appena alcuni minuti.

Ci inoltrammo seguendo il rumore dell’acqua fino a giungere a un minuscolo ruscello dove ci concedemmo una breve sosta utile a farmi raccogliere alcuni sassi dalla strana forma; non avevo mai smesso di collezionarli e uno, in particolare, mi aveva colpito perché somigliante all’oratore dell’altopiano. Conservai le pietre nello zaino e fummo di nuovo in sella pronti a ripartire, solo che, a quel punto, non ricordavamo da dove eravamo venuti.

Constatai con una certa preoccupazione che i nostri cellulari non avevano più campo e per un po’ ci lasciammo guidare da quelle che ci sembrarono tracce lasciate di fresco. Mano a mano che avanzavamo, la vegetazione si infittiva e i raggi del sole filtravano a stento. «Torniamo indietro» decisi. «Rifacciamo la strada al contrario, l’importante è ritrovare il percorso prima che il sole tramonti». Ma ormai avevamo perso il senso dell’orientamento e, senza che ce ne rendessimo conto, eravamo finiti su un impervio e scosceso viottolo che costeggiava in salita il torrente. Alla nostra destra si apriva un dirupo che tutto lasciava presagire fuorché una via d’uscita. Guardai Camille, era tesa, tentai di farle coraggio con qualche battuta su quanto sarebbe stato divertente raccontare quell’avventura non appena fossimo tornati a casa; finché eravamo insieme non poteva accaderci nulla di male. Non terminai di pronunciare la frase che il mio cavallo inchiodò come se qualcosa lo avesse terrorizzato. Osai attaccarmi alle redini, ma il gesto brusco servì solo a innervosirlo ulteriormente e a farlo scattare sulle zampe posteriori, provocando uno smottamento del terreno argilloso e catapultandomi nel vuoto. Il mondo si spense.

Mi svegliai non so quanto tempo dopo. Sentivo freddo. Provai a rialzarmi, ma ero come incollato al suolo. In realtà, avevo l’impressione di essere rimasto appeso a un cespuglio, il corpo scomposto, la testa in una posizione strana. I suoni del bosco si erano fatti sinistri, avevo nelle orecchie lo stridore dei grilli e i versi insostenibili degli uccelli. E Camille, dov’era finita? Mi sforzai di chiamarla, ma non ne fui capace. Mi sentii perduto, probabilmente ci stavano già cercando, ma l’idea di non sapere come stesse la madre dei miei figli, l’unica donna che avrei mai potuto amare, mi distruggeva. Udii un rumore di passi. Allertai i sensi, forse era solo un animale o magari qualcuno ci aveva trovati. Non era facile identificare le sagome del sottobosco illuminato a stento dal sole che stava calando. I passi si fecero più vicini e io scorsi la figura di una persona. Improvvisamente ritrovai la voce.

«Sono qui» biascicai. Lo sconosciuto si avvicinò. Era una donna. Non ne distinguevo bene i lineamenti ma non potevo sbagliarmi. «Signora, riesce a vedere mia moglie? Sta bene?».

La sconosciuta non rispose. Mi sembrò vestita con abiti normali che poco avevano a che fare con una divisa da soccorritore. «Mi aiuti a rialzarmi, la prego, devo cercare Camille» azzardai ancora.

La donna adesso era a pochi passi da me. Mi stava fissando. Non riuscivo comunque a scorgerne nitidamente il volto, ma notai che mi sorrideva. Frastornato non mi chiesi neppure cosa ci facesse, in un bosco, una donna qualsiasi a passeggio dentro un precipizio. Finalmente parlò: «Arriveranno» disse con tono mesto. Ebbi ancora un istante per accorgermi che teneva in mano il sasso somigliante all’oracolo che io stesso avevo raccolto. Forse si trattava di una ladra che aveva rovistato nel mio zaino con la speranza di trovarvi dei contanti. Non mi fu possibile riflettere su una teoria convincente perché ripersi i sensi.

Quando riaprii gli occhi ero placidamente steso su una barella e quello che supposi fosse un medico mi stava interrogando sul mio stato di salute. Mi trovavo in un Pronto soccorso, Camille mi teneva la mano. «Come stai amore? Mi hai fatto preoccupare…».

Seppi che ero scivolato nel dirupo e che da lì ero precipitato in una sorta di burrone dove, tuttavia, gli arbusti avevano attutito la caduta. Camille era stata disarcionata dal cavallo ma era atterrata sul sentiero ed era riuscita a tornare indietro e a cercare aiuto. I soccorsi non ci avevano messo troppo a recuperarmi e, tutto sommato, mi era andata bene: avevo qualche contusione e un leggero trauma alla testa. 

«È quasi un miracolo» affermò il dottore.

«E quella donna?» domandai.

«Quale donna?» si informò Camille.

«Quella che mi ha trovato per prima e che mi ha detto che sareste arrivati».

«Non so di cosa parli, dubito che una donna da sola sia in grado di scendere lì sotto. L’avrai sognata».

Me ne convinsi anche io. Non poteva essere stato che un sogno dovuto allo shock. Solo quando mi fui rimesso del tutto e io e la mia famiglia eravamo pronti a lasciare la Sicilia, mi ricordai dello zainetto che mi avevano riconsegnato in ospedale. Lo ispezionai con cura, c’erano la borraccia, i fazzoletti, i depliant dell’associazione che ci aveva fornito i cavalli e, dentro al taschino dove io stesso li avevo conservati, c’erano anche i sassi che avevo raccolto nel bosco. Li esaminai attentamente. Erano veramente belli e particolari, malgrado mi rammentassero una spiacevole esperienza. Guardai meglio e mi accorsi che ne mancava uno: quello che ricordava la donna nell’atto di pregare, l’oracolo. Svuotai completamente lo zaino, cercai in ogni risvolto, chiesi invano a Camille se fosse stata lei a prenderlo. Alla fine, mi rassegnai: il sasso non c’era più. Forse non era mai esistito e mi ero solo illuso d’averlo trovato insieme agli altri. Oppure, semplicemente, alcune cose non siamo in grado di spiegarle e dobbiamo accettarlo. Che cos’è la magia? Può essere la cultura dalla quale proveniamo, un amore improvviso che ci riempie la vita, un evento straordinario che ci stravolge i piani e al quale non sapremo mai dare un’esatta collocazione. Ma la vera magia siamo noi con quel filo di mistero che ci ammanta e che rende ciascuno straordinariamente unico.

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