L’energia dell’amore

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Vi riproponiamo sul blog la storia più apprezzata del n. 1 di Confidenze. Il protagonista, Rosario Pellecchia, ha dedicato un video alle nostre lettrici

Sono un deejay e ho mille progetti, la vita ha esaudito molti dei miei sogni di ragazzo. Nessuno però è immune dal dolore. Il mio ha a che fare con la malattia di mia mamma, che le ruba i ricordi. Allora mi affido al linguaggio del cuore

Storia vera di Rosario Pellecchia raccolta da Giovanna Brunitto

 

A ciascuno di noi accade qualcosa che all’improvviso cambia per sempre il corso degli eventi: può essere una piccola cosa o una vicenda oggettivamente sconvolgente. La mia vita non fu più la stessa da quel pomeriggio in cui per la prima volta sentii le voci e la musica uscire da una scatoletta di legno. Mi dissero che quella cosa magica si chiamava radio e ne rimasi letteralmente folgorato: mi chiamo Rosario, anche se tutti mi chiamano Ross, e questa è la mia storia. Avevo 15 anni quando provai a diventare una di quelle voci: mi proposi alla radio della mia città, Castellammare di Stabia, con una faccia tosta che ancora oggi mi chiedo da dove fosse saltata fuori. Forse fu proprio l’innocenza della mia giovane età a disarmarli, così mi diedero un piccolo spazio. Mi dicevano che ero bravo per essere un principiante, e allora presi coraggio, cercando di imparare in fretta tutti i segreti di quel mestiere: due anni dopo passai a una radio più grande, e quando ne compii 18 mandai il provino a Radio Kiss Kiss di Napoli, la radio più importante del Sud Italia, nonché una delle più ascoltate a livello nazionale. Ero convinto che non mi avrebbero mai richiamato. Invece rimasi lì fino al 1996, anno in cui ricevetti un’altra chiamata, da un’emittente ancora più importante: Radio 105! Il trasferimento a Milano fu organizzato in fretta e furia, lasciai i miei genitori, due fratelli, una sorella e tanti amici, proiettato verso il futuro che desideravo. Da allora ho fatto davvero tutto quello che si può fare davanti a un microfono: programmi al mattino presto, a notte fonda, in diretta da New York, dove ho vissuto per sei mesi. Nel 2001 iniziai una collaborazione con Tony Severo, anche lui conduttore radiofonico. Insieme ci inventammo un format che metteva insieme intrattenimento leggero, interviste a personaggi famosi provenienti da diversi settori della vita pubblica e interventi degli ascoltatori: quel programma è ancora in onda, stabilmente e con grandi risultati di ascolto, ogni mattina tra le 10 e le 12.

 

In mezzo alle migliaia di ore di diretta ho fatto tante altre cose: cinque album insieme a Fabrizio Fiore, per il quale scrivo i testi in inglese e canto, collaborazioni con riviste, programmi televisivi e, di recente, un libro, uscito a maggio di quest’anno. Si intitola Solo per vederti felice e racconta una storia parzialmente autobiografica: quella della malattia di mia madre, alla quale quattro anni fa è stata diagnosticata la demenza senile.

I primi sintomi sono comparsi quando si è risvegliata dall’anestesia dopo un’operazione al femore, fratturato in conseguenza di una caduta: non appena aprì gli occhi apparve subito chiaro a tutti noi che qualcosa nella testa di mia madre si era rotto. Era confusa, agitata, incapace di ragionare in maniera logica. Qualche anno prima anche mio padre aveva subìto la stessa operazione, e purtroppo era mancato due settimane dopo. La vita, insomma, per quanto dolce possa essere, per quanto possa regalarti ciò che desideri ed esaudire i tuoi sogni di ragazzo, a un certo punto ti chiede il conto: è inevitabile, nessuno è immune dal dolore. Un dolore che ho cercato di lenire raccontando questa vicenda nel mio romanzo, nel quale alla realtà aggiungo elementi di finzione: il protagonista cerca di restituire il sorriso a sua madre attraverso un’idea folle e romantica che mette in pratica nel mese che è “costretto” a trascorrere con lei. Una strategia che si basa sulle uniche armi che il personaggio ha a disposizione: la sua fantasia e l’amore che prova dei confronti di sua madre, persa nell’incubo di quella terribile malattia. Raccontare questa storia mi è servito a esorcizzarne la sofferenza, e il grande successo del libro testimonia che migliaia di lettori hanno trovato lo stesso conforto tra quelle pagine. Quanto alla mia mamma, nella realtà, le cose non vanno benissimo: passerò con lei il Natale, ma inutile dire che non sarà lo stesso di anni fa. Nella terra in cui sono nato e cresciuto questa festa assume i contorni di una vera e propria epopea, un Carnevale di Rio fatto di abbracci, ricongiungimenti familiari, tavolate chilometriche, tombolate con le bucce di mandarino a coprire i numeri sulle cartelle. Soprattutto, tantissime cose buone da mangiare, dal cenone della vigilia, tradizionalmente a base di pesce, al pranzo di Natale, più a tema carne, al cenone di Capodanno: un tripudio di spaghetti alle vongole, baccalà, capitone, ragù, insalata di rinforzo, zeppole varie, mustaccioli e struffoli. Un flusso continuo di leccornie che mi fanno tornare bambino, complici certi rituali che sono sopravvissuti nonostante l’inesorabile passare degli anni: per esempio, gli zampognari al mattino presto annunciano alla città che il Natale è alle porte. Per non parlare del presepe, che ogni papà prepara con i figli usando la colla di pesce e la carta di giornale.

Tuttavia, le cose cambiano e, quando diventi a tua volta un adulto, il Natale, purtroppo, non è più lo stesso. Mio papà è da qualche parte, lassù: me lo immagino come nello spot del caffè che insegna a qualche angelo la procedura per allestire il presepe. Mia mamma, per fortuna, è ancora qui, ma il suo ruolo è cambiato: una volta era lei l’instancabile deus ex machina del Natale, capace di cucinare per decine di parenti con una forza d’animo e uno spirito di organizzazione degni del più esperto e tenace degli chef. Oggi quella donna ha lasciato il posto a una persona diversa, minata nel corpo e nello spirito da una malattia inesorabile che la sta spegnendo poco a poco. Quando hai una mamma in queste condizioni, passi il tempo nell’angosciante attesa che, quando la rivedrai, ti farà la più terribile delle domande, quella che nessuna madre dovrebbe mai porre a suo figlio: «Chi sei?». È solo questione di tempo, potrebbe succedere da un momento all’altro, forse proprio questo Natale. Eppure sono sicuro che anche quest’anno, quando finalmente arriverò a casa il pomeriggio della vigilia, l’abbraccerò, le farò una carezza, la guarderò negli occhi e, nonostante tutto, ritroverò un barlume di quello sguardo dolce e rassicurante che mi faceva sentire il figlio più amato e fortunato del mondo. Perché per quanto i ricordi possano svanire, portandosi via pezzi di vita, esperienze, giorni passati insieme, a tratti l’identità stessa di un essere umano, c’è un’energia che è più forte di tutto questo. Quell’energia si chiama amore.

 

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