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Cosa direste a un bambino che nasce nel 2020? Per prima cosa io gli farei notare quanto è fortunato

Sul numero di Confidenze in edicola adesso trovate A un bambino appena nato, una lettera che la psicoterapeuta Maria Rita Parsi ha dedicato ai bambini che verranno al mondo 2020.

Di bebè in casa Di Giorgio al momento non se ne parla. Ma visto che i miei figli sono nell’età giusta per diventare genitori e tante mie amiche hanno già (o stanno per) assaporare la gioia tenere tra le braccia un nipotino, mi sono chiesta cosa scriverei io a un neonato.

Innanzitutto gli direi di considerarsi molto fortunato, già solo per il fatto di essere nato. Perché la difficoltà di trovare lavoro, l’incertezza del futuro e la paura dei cambiamenti climatici (per citare le tre più importanti preoccupazioni) spingono molte giovani coppie a rimandare, se non addirittura a rinunciare del tutto ai progetti famigliari. Commettendo un errore madornale.

Lo sostengo perché da che mondo è mondo, non è mai esistito il periodo giusto per venire al mondo. Eppure eccoci ancora qui, noi umani, sempre presenti sulla Terra e sempre tenacemente attaccati alla vita.

Fare un figlio oggi, d’altronde, non è più pericoloso rispetto ad altri momenti del passato. Certo, la situazione economica di questi anni non è idilliaca. Ma senza andare troppo in là nel tempo, vogliamo ripercorrere almeno il secolo scorso, funestato sì da due guerre mondiali, ma anche caratterizzato dal boom degli anni Sessanta e dall’opulenza degli Ottanta?

Il Novecento, in fondo, non è stato altro che la parabola della vita: un po’ grandioso e un po’ un vero disastro. Ma io credo che sia proprio l’andamento altalenante della Storia a rendere la Storia interessante.

Detto questo, continuerei la mia lettera esortando il piccolino a sentirsi fortunato anche per essere nato in un’epoca in cui tutto è facile. Ed evitando di rivangare quando per andare in America dovevi navigare per mesi e mesi in condizioni pietose (senza neppure la certezza di arrivarci sano e salvo), mi limiterei a raccontargli com’era tutto complicato negli anni in cui non esistevano check-in e prenotazioni on line, Google Map, smartphone, tablet e app.

Mentre scrivo mi viene in mente un gruppo di Facebook che sta pubblicando le foto di “reperti” di quando ero bambina io: gettoni telefonici che con la loro caduta libera rendevano ansiogena la chiamata più banale, televisioni che impiegavano mezz’ora per mandare la prima immagine, sveglie più rumorose delle bombe che  strappavano dal sonno con spaventi da tachicardia, gomme per cancellare che bucavano i quaderni, macchine per scrivere che per scrivere due righe impiegavi due ore…..

Guardando quegli oggetti che mi avvolgono nella tipica nostalgia di chi si rivede giovane, mi rendo conto che per un bambino del 2020 sarebbero l’equivalente di ritrovamenti paleolitici in grado di scatenare in loro una domanda: ma come facevano i nostri nonni?

Insomma: se da un lato le cose non vanno benissimo, dall’altro vanno comunque avanti. Quindi, concluderei la lettera al bambino immaginario, classe 2020, invitandolo a farle proseguire. Nel modo che riterrà più opportuno per la sua generazione.

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