L’estate senza uomini di Siri Hustvedt

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Cosa succede quando lui, dopo trent'anni di matrimonio, chiede una pausa?

Qualche tempo dopo che lui aveva detto la parola pausa, impazzii e finii in ospedale. Non aveva detto Non voglio vederti mai più oppure È finita, ma dopo trent’anni di matrimonio pausa bastò a trasformarmi in una matta i cui pensieri si scontravano esplodendo e rimbalzando come popcorn nel microonde. Feci qualche penosa riflessione standomene distesa su un letto della South Unit, talmente appesantita dall’Haldol che l’idea di muovermi mi faceva orrore. Le cantilenanti voci cattive sembravano attutite, ma non erano scomparse, e quando chiudevo gli occhi vedevo personaggi dei cartoni animati che sfrecciavano tra colline rosa e scomparivano in foreste azzurre. Alla fine, il dottor P. mi diagnosticò un disturbo psicotico breve, noto come psicosi reattiva breve, il che significa che sei andato fuori di testa, ma non per molto. Se dura più di un mese, ti devono mettere un’altra etichetta”.

Quando l’ho conosciuta, per caso, ho scelto. E ho lasciato suo marito, anche se mi piaceva tanto, giuro. Era forse uno dei miei preferiti, soprattutto nelle lunghe e ghiacciate notti invernali. Portarmelo a letto era bellissimo. Mai meno di un’ora e mezza.

Tra Siri e Paul Auster ho scelto lei, dicevo. E di notte ho cominciato a leggere altri autori, a letto. Tra moglie e marito, recita il detto, non mettere il dito. E neanche un libro, aggiungo io.

L’estate senza uomini è una commedia brillante ma dai molti carati, bella pesante non nella lettura, scorrevole e gradevole, ma per le tante sollecitazioni a un terreno naturalmente soggetto a smottamenti: il matrimonio, la relazione sentimentale contrattualizzata e “residente”. Mia, dopo essere impazzita a causa della pausa francese e con i capelli castani di suo marito Boris, lascia New York e il loro nido d’amore e si rifugia in Minnesota dove l’ormai anziana madre vive in una casa di riposo. La cura migliore risulterà essere, come dopo una indigestione, un sano e abbastanza protratto digiuno. Dagli uomini, in questo caso. Lo stomaco ritrova tutta la sua vitalità e i succhi gastrici si riscoprono forti, ultimativi, distruttivi: il boccone non ci possiede, siamo noi che possediamo lui. Fuor di metafora: allontanati e lui tornerà. Con pensieri, parole/versi (ti dirà che li ha scritti per te!), opere e…omissioni (queste non mancheranno mai, facciamoci l’abitudine).

Di tanto in tanto dobbiamo tutti concederci la fantasia della proiezione, la possibilità di indossare gli immaginari frac e abiti lunghi di ciò che non è mai stato né mai sarà. Dà un po’ di lustro alle nostre vite opache, e qualche volta potremmo preferire un sogno a un altro, e in quella scelta trovare un po’ di sollievo dalla nostra ordinaria tristezza. Dopotutto nessuno di noi è in grado di sbrogliare i nodi della finzione che formano quella fragile entità che chiamiamo ”.

È tornato. Vuole stare con te, pare.

Si è reso conto di cosa vuol dire tentare di imbastire e costruire una nuova relazione? Che forse tra la passione di una cascata vertiginosa e un lungo e placido fiume (che, si spera, almeno in un tratto è stato cascata anch’esso) questo secondo è in grado di garantire rendite meno consistenti sul qui e ora ma sicure sul lungo periodo (leggi assistenza in caso di rincitrullimento o febbre a 37 e 2 o sconfitta in zona cesarini della squadra del cuore in finale scudetto)? O magari l’altra lo ha messo alle strette o alla porta?

Decidi tu. Lui è tornato. È tutto tuo. Pare.

Siri Hustvedt, L’estate senza uomini, Einaudi

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