L’intrusa

Cuore

“Una bella storia, un lieto fine” scrive Pina sulla nostra pagina Facebook: “L’intrusa”, pubblicata sul n. 48 di Confidenze, è la storia vera più apprezzata della settimana. Ve la riproponiamo sul blog

 

Il nostro è un matrimonio senza figli, eppure io ed Enrico eravamo sereni così. Finché, dal passato, non è spuntata Lene. Era solo una bambina e mi sforzavo di volerle bene, ma la sentivo estranea, quasi una rivale. Sarei mai riuscita ad accettarla davvero?

STORIA VERA DI LUCILLA B. RACCOLTA DA CARMELITA FIORETTO

 

Quando quella sera Enrico, mio marito, è tornato a casa, ho capito subito che qualcosa lo turbava. Ho pensato che avesse avuto dei problemi sul lavoro. Capitava. Non gli ho chiesto nulla. Sapevo che dovevo lasciargli il tempo di rilassarsi e poi sarebbe stato lui a parlarmene. Così ho iniziato a preparare la cena. Mentre cucino mi piace ascoltare la radio. Ho sussultato, girandomi a guardarlo stupita, quando Enrico l’ha spenta. La sua espressione seria mi ha quasi spaventata.

«Vieni di là, per favore, Lucilla. Devo parlarti» mi ha detto, tornando subito in sala.
Ho abbassato la fiamma sotto la pentola e l’ho raggiunto. Era seduto sul divano, con i gomiti puntellati alle ginocchia, la testa tra le mani. Mi sono seduta accanto a lui, in attesa. Il cuore mi batteva forte. Era chiaro che doveva dirmi qualcosa di molto importante.

Noi due ci siamo conosciuti in vacanza al mare, ospiti di una coppia di amici comuni, Nicola e Monica. Lui e Nicola erano diventati amici lavorando insieme in Norvegia, l’anno precedente. Erano ingegneri nella stessa multinazionale.

Prima di Enrico, il bilancio della mia vita sentimentale era fallimentare. E per lui valeva un po’ la stessa cosa: non aveva avuto relazioni stabili, anche perché il lavoro lo aveva costretto a una vita da nomade, in giro per il mondo. Solo da pochi mesi era riuscito, finalmente, a tornare a lavorare stabilmente in Italia.

Ci siamo innamorati subito, con un’intensità che quasi ci toglieva il respiro, che ci rendeva come ubriachi e persino un po’ pazzi. Quei giorni sono stati meravigliosi, densi di emozioni.

Io avevo un po’ paura che fosse tutta colpa, o merito, dell’estate e temevo che il fuoco tra noi sarebbe stato spento dai gelidi venti dell’inverno. Invece, la primavera ci ha trovati ancora insieme, ancora innamorati. Il nostro legame si era fatto più stretto, più profondo.

È successo, per il nostro primo anniversario, in vacanza ad Amsterdam, mentre pedalavamo senza fretta sulla pista ciclabile che costeggiava un canale. Era una di quelle giornate dolci e luminose in cui, come dice Enrico, si è ancora più felici e grati di essere vivi. A un tratto lui si è fermato, senza scendere dalla bici, si è girato verso di me e con un sorriso mi ha chiesto: «Vuoi sposarmi, Lucilla?». Per la sorpresa, ho rischiato di cadere.

Ci siamo sposati sei mesi dopo.
Volevamo subito un figlio. Non eravamo più dei ragazzi.

Io avevo già 37 anni e lui 42. Però il tempo passava e io non rimanevo incinta. Allora è cominciata la tortura, lo stress delle visite mediche, delle analisi sia per me che per Enrico. La diagnosi è stata crudele: ero sterile. Avrei potuto sottopormi a delle cure, terapie mirate, ma nel mio caso le possibilità, mi è stato detto chiaro per non darmi

false illusioni, erano quasi nulle.
A volte penso che qualcosa allora avrei potuto anche tentarla, ma Enrico invece sosteneva che non bisognava andare contro la natura, contro il destino, che la vita ci sottopone a delle prove e che ci si deve rassegnare a non potere avere sempre tutto quello che si vuole.
Io cercavo di farmene una ragione, però stavo lo stesso molto male.
Ce l’avevo con me stessa, detestavo il mio corpo. Ho messo a dura prova la pazienza di mio marito. Non gli credevo quando giurava che potevamo continuare a essere felici lo stesso, anche senza figli. Ero convinta che, prima o poi, mi avrebbe lasciata per un’altra donna in grado di

dargli la gioia di diventare padre. Poi, a poco a poco, con il tempo e con l’aiuto di uno psicologo, mi sono rassegnata e anche rasserenata. Ho capito che Enrico e io stavamo bene anche come coppia senza figli. Avevamo molti interessi, ci piaceva frequentare gli amici, conoscere persone nuove, viaggiare. Avevamo una vita piena, non ci annoiavamo mai.

Io, però, certe volte avvertivo dentro di me una certa fragilità, una certa insicurezza. Secondo me, un matrimonio senza figli ha bisogno di maggiori cure, di maggiori attenzioni. Non si può mai dare nulla per scontato, è vietato abbassare la guardia.

E ora, dopo quattro anni di matrimonio, eccoci lì seduti su quel divano. Lui che non mi guardava in faccia e non si decideva a parlare e io che ero tesa come la corda di un violino e anche spaventata.

«Stamattina ho ricevuto un’e-mail dalla Norvegia» ha detto infine Enrico.
Parlava raramente dell’anno che aveva vissuto là. Come se fosse stata un’esperienza che aveva lasciato poche tracce nella sua memoria, nella sua vita. Di sicuro non gli avevo mai sentito pronunciare quel nome: Ingeborg.

Mio marito mi ha spiegato che quella con Ingeborg era stata una storia poco importante. Non era stato amore per nessuno dei due. Si erano fatti solo un po’ di compagnia, nel lungo e gelido inverno scandinavo. Quando lui era

tornato in Italia, si erano lasciati senza tragedie. Erano rimasti in contatto per un po’, ma lo scambio di e-mail era andato sempre più diradandosi sino a cessare.
Lo ascoltavo perplessa. Non capivo perché me ne parlasse di adesso, con quell’aria così seria.

«È lei che ti ha scritto oggi?».
Ha scosso la testa. «No, la sua amica Kirsten. Ingeborg è morta due anni fa in un incidente d’auto. L’ho saputo solo stamattina, ovviamente».
Ho provato, forse vigliaccamente, un certo sollievo. Cosa potevo mai temere da una donna che aveva attraversato come una meteora la vita di mio marito, quando ancora lui non mi conosceva? Una donna che oltre tutto, mi spiaceva per lei, era anche morta? Capivo che Enrico fosse rimasto turbato dalla notizia, anche se un po’, irrazionalmente, la cosa mi infastidiva.
Mi sbagliavo perché, dopo un lungo silenzio e un profondo sospiro, Enrico ha aggiunto: «Ho una figlia».

È stato come se mi avesse dato una randellata in testa. Ero frastornata, quasi non riuscivo a seguirlo, mentre mi giurava che Ingeborg non gli aveva mai detto di essere rimasta incinta.

«Mai, capisci? Eppure, avevo il diritto di saperlo!».
Non me ne importava un accidente dei suoi diritti. Ero sconvolta. Riuscivo a pensare solo che quella donna gli

aveva dato il figlio che non ero stata capace di dargli io.

Alla morte di Ingeborg, sua madre aveva preso con sé la nipotina. Ora, però, era molto malata e non ce la faceva più a occuparsene. Per questo Kirsten, alla quale certo per una sorta di premonizione Ingeborg aveva lasciato l’indirizzo e-mail di Enrico, gli aveva scritto per rivelargli l’esistenza della figlia e chiedergli di assumersi

le sue responsabilità di padre.
«Ma come puoi essere davvero sicuro che sia tua?». La mia voce era roca, perché mi sentivo la gola secca.
Irritato, mio marito mi ha risposto seccamente che non era né stupido né ingenuo e che ovviamente avrebbe fatto il test del dna.
Io però ho capito che dentro di lui sperava, voleva che quella bambina fosse davvero

figlia sua.
«E poi?» gli ho chiesto stizzita «Ammettiamo che sia davvero tua. Cosa hai intenzione di fare, precipitarti in Norvegia?».

Prima mi ha guardato come se non capisse la domanda, poi ha sbuffato che non lo sapeva.
«Ma insomma!» ha esclamato. «Ti rendi conto
o no di quanto sia sconvolto, sconcertato?».
«E tu?»gli ho gridato. «Ti rendi conto di quello che sto provando io?».

Allora ha tentato di abbracciarmi, ma io l’ho respinto con uno spintone. È stato un gesto istintivo. In quel momento, non sopportavo che mi toccasse e neppure che mi stesse troppo vicino. Non ero arrabbiata con lui, ma con la vita, con il destino.

Quella sera non abbiamo cenato. Nessuno di noi due, per motivi diversi, aveva voglia di mangiare. Durante la notte, ero certa che fingesse soltanto di dormire, come del resto stavo facendo anch’io.

Nei giorni seguenti c’è stata molta tensione tra noi, soprattutto per colpa mia. Ero avvelenata, intossicata da una gelosia assurda, irrazionale. Avrei voluto sapere tutto di Ingeborg, ma Enrico evitava abilmente di cadere nella trappola delle mie continue domande.

Abbiamo litigato anche quando non ha voluto che lo accompagnassi in Norvegia. Eppure quella faccenda riguardava anche me! Quella bambina non piombava solo nella sua, ma nella mia, nella nostra vita. Non c’è stato verso di farglielo capire.

Quando è partito, l’ho salutato molto freddamente e non l’ho neanche accompagnato in aeroporto. Eppure, dopo poche ore già mi mancava da morire.
Al telefono, da Oslo, lui mi sembrava sempre troppo sbrigativo. Io poi analizzavo le sue parole, l’inflessione della sua voce. Ero tesa, preoccupata. Non mi sentivo più al centro del suo cuore, dei suoi pensieri. Non dormivo bene, non mangiavo quasi nulla.

Le amiche, e anche mia madre, mi ripetevano che stavo esagerando, che stavo sbagliando tutto, che così avrei finito per allontanare mio marito, per perderlo. Sapevo che avevano ragione, però quello che stava accadendo, così

fuori dal mio controllo, mi spaventava anche se non avrei saputo dire perché.
Per farla breve, il test ha confermato che Enrico era davvero il padre di Lene. E lui ha deciso di assumersi tutte le sue responsabilità. È dovuto tornare più volte in Norvegia,

prima di poter portare Lene in Italia. Era pazzo di lei. Mostrava a tutti le sue foto. Si assomigliavano in modo impressionante. Avevano gli stessi capelli ricci e neri, gli stessi occhi verdi. Enrico diceva con orgoglio che sua figlia era dolcissima, intelligentissima.

Per me, era una pena sentirgli dire mia figlia e non potere condividere il suo entusiasmo, le sue emozioni, il suo amore per lei. Lene era un’estranea per me. Non riuscivo a non considerarla un‘intrusa, quasi una rivale. Dopo tutto, il legame tra lei ed Enrico, un legame di sangue, era molto più stretto, più forte di quello che lui avrebbe mai potuto avere con me. Non sapevo se sarei mai riuscita ad accettarla davvero nella mia vita e temevo il momento in cui l’avrei incontrata.

Prima di partire per l’ultima volta, per andarla a prendere, Enrico mi ha chiesto se fossi d’accordo che Lene vivesse con noi. In caso contrario avrebbe trovato un’altra soluzione. Credo pensasse a un collegio. Qualcosa nel suo tono, nella sua espressione mi ha avvertito di stare attenta, che la posta in gioco era molto alta. Non potevo deluderlo. Così ho risposto, mentendo, che avevo sempre dato

per scontato che la bambina avrebbe vissuto con noi. Da come ha sorriso, da come mi ha baciato, ho capito che avevo dato la risposta giusta, l’unica che voleva.

Quel giorno all’aeroporto ero al culmine della tensione. E poi li ho visti, padre e figlia, mano nella mano. Enrico mi sorrideva, Lene invece no. Mi sembrava che mi fissasse con

un misto di ostilità e diffidenza, che mi metteva a disagio. Quando l’ho abbracciata, l’ho sentita ritrarsi da me. Non era un buon inizio.
Mi sono detta che avevamo bisogno tutte e due di tempo. Non potevamo volerci bene così come per magia. Lene

adorava suo padre e lui la ricambiava. Quando li vedevo giocare, scherzare insieme mi sentivo dolorosamente esclusa dalla loro intesa. Ero io l’estranea, l’intrusa.
Ho lasciato che fosse suo padre a stabilire le regole, a decidere della sua educazione. Io me ne sono tenuta fuori. Tutti dicevano che era una bambina deliziosa. Ci sono rimasta male quando mia madre mi ha rimproverato di trattare Lene con troppo distacco, con freddezza. Non capivo cosa si pretendesse da me. Stavo facendo del mio meglio. Mi prendevo cura di lei, avevo modificato i miei ritmi per adeguarli ai suoi, anche di più di quanto avesse fatto suo padre. Mi sembrava di essere sempre molto gentile con lei. Se non mi veniva spontaneo darle un bacio o farle una carezza era perché qualcosa in quella bambina mi teneva a distanza.

Un sabato mattina, l’ho portata con me al mercato anche se capivo che non ne aveva voglia. Enrico, però, era andato in palestra. Al mercato c’era come sempre tanta gente, una gran confusione di suoni, di voci. In certi punti, nello spazio angusto tra le bancarelle, si faticava a farsi strada, a camminare. A un certo punto, ho ricevuto la telefonata di un’amica. Parlavo con lei, intanto continuavo a farmi largo tra la ressa. Sempre chiacchierando al telefono, mi sono fermata a curiosare tra la merce di un venditore di casalinghi. Insomma, mi sono distratta. Quando ho finito la telefonata e mi sono guardata intorno, mi si è gelato il sangue nelle vene: Lene era scomparsa.

In preda all’ansia, sono tornata indietro a cercarla, ho guardato ovunque: non c’era, come se si fosse volatilizzata. Avevo lo stomaco in una morsa, sudavo freddo, le ipotesi più allarmanti mi esplodevano in testa. Ero spaventata, preoccupata. Ormai in preda al panico, mi sono precipitata verso una pattuglia di vigili urbani.

«Ho perso mia figlia, la mia bambina!» gridavo.
I vigili hanno tentato inutilmente di calmarmi. Ero fuori di me. E poi, l’abbiamo vista. Lene, anche lei in lacrime, veniva verso di noi, tenuta per mano da un’anziana signora, che indicandomi le ha chiesto: «È la tua mamma?». Lene ha fatto di sì con la testa. Ho provato un grande sollievo e un’infinita tenerezza. Un attimo dopo era tra le mie braccia. La stringevo, la baciavo, mentre le dicevo: «Non farmi spaventare mai più così!».
Nei terribili momenti, prima di ritrovarla, non ho pensato nemmeno per un istante alla reazione di Enrico. Non era quello a spaventarmi. No, avevo paura per lei, solo per lei. È stato allora che ho capito quanto quella bambina fosse diventata importante per me e tutto il bene che ormai le volevo. Enrico è stato comprensivo quando gli ho raccontato tutto, credo anche perché Lene ha dichiarato di essersi allontanata da me, attratta da una bancarella di giocattoli. Io, però, per molto tempo mi sono sentita in colpa e rabbrividivo nel ricordare l’accaduto.

“Siamo una famiglia” ho pensato quel giorno a pranzo, mentre chiacchieravamo, scherzavamo, ridevamo tutti e tre insieme. E, mentre lo pensavo, Enrico ha messo una mano sulla mia e mi ha sorriso. Ho sorriso anch’io e tutti e due abbiamo sorriso a Lene quando lei ha appoggiato la sua manina sulle nostre unite.

Ormai sono passati quasi dieci anni da quel sabato.Anche se Lene non mi ha mai chiamato mamma, è questo che siamo da allora: una madre e una figlia.

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